La guerra all’Isis: le forze in campo


di Paolo Dionisi

Con oltre cinquanta Paesi che hanno aderito, in forme diverse, alla coalizione internazionale anti-Isis, si chiariscono le forze in campo. Innanzitutto i jihadisti: secondo una recente stima della Cia sarebbero tra….. i 20mila e i 31.500 gli uomini armati dall’Isis in Iraq e Siria. Solo in Siria però, secondo i dati dell’Osservatorio siriano sui diritti umani, sarebbero invece più di 50mila, tra Isis e miliziani del fronte Al Nusra vicino ad Al Qaeda; di questi, 20mila sarebbero non-siriani che, a sentire il Centro Internazionale per lo Studio della radicalizzazione di Londra, proverrebbero da ben 74 Paesi, Cina inclusa.
Il bacino d’origine dei terroristi sarebbe soprattutto l’area Medio Oriente/Nord Africa: dalla Tunisia verrebbero oltre 3mila combattenti, dall’Arabia Saudita 2500, dal Marocco e dalla Giordania 1500 ciascuno, dal Libano oltre 900. Poi ci sarebbero 800 venuti dalla Russia/Cecenia, 700 dalla Francia, qualche decina da Gran Bretagna e persino dall’Italia. Se in Iraq, i droni, i satelliti spia e gli agenti dell’intelligence hanno fornito ad americani e loro alleati una mappa più o meno dettagliata della loro consistenza e delle loro basi, in Siria si naviga nel buio.
La presenza dei guerriglieri dell’Isis è talmente radicata nella città di Raqqa e nelle zone limitrofe, da mischiarsi abilmente con la popolazione civile e rendere estremamente difficile il compito ai piloti dei caccia bombardieri americani e francesi; per evitare di colpire obiettivi civili e causare troppe vittime “collaterali”, il generale americano Martin Dempsey, capo di stato maggiore della difesa, ha ordinato al comando centrale di Tampa, che coordina le operazioni, di rinviare gli attacchi aerei in Siria e concentrarsi in Iraq.
Anche in Iraq, però, la situazione sul terreno non appare poi così agevole. Malgrado il supporto degli aerei americani e francesi, i soldati della V Divisione dell’esercito iracheno da sud e i peshmerga kurdi agli ordini del generale Rouch Nwri Shaways da nord, stanno trovando grandi difficoltà per la riconquista di Mosul che, secondo diversi analisti militari, richiederà mesi di combattimenti e molte perdite umane.
I curdi trovano forti resistenze anche nelle città occupate di Bertalla e Bakhdida, a meno di sessanta chilometri da Erbil, la capitale del Kurdistan e più a sud, le forze regolari irachene hanno cercato più volte di riprendere la città di Tikrit, luogo di nascita di Saddam Hussein, che ancora resiste in mano degli uomini del califfato e stanno combattendo per salvare la città di Dhoulouiyah, 80 chilometri a nord di Baghdad.
In Iraq, protagonista fondamentale delle prossime tappe della guerra ai jihadisti sarà l’esercito regolare iracheno, o meglio quanto resta delle forze armate dissolte dagli americani nel 2003, dopo la caduta di Saddam Hussein. Le nuove forze armate irachene contano 270 mila uomini, di cui 193 000 l’esercito. Prima del 2003 contava 450 mila soldati ed era ben addestrato ed equipaggiato. Oggi l’esercito iracheno è male organizzato e con il morale a terra, come hanno dimostrato le scene della ritirata ingloriosa della seconda divisione di fanteria davanti agli jihadisti a Mosul lo scorso giugno.
Il lavoro di addestramento e riorganizzazione delle forze irachene cui sono chiamati i 1600 istruttori americani che ancora sono in Iraq dovrà essere rapido e profondo, senza dimenticare che numerosi ex ufficiali sunniti dei tempi di Saddam guidano i miliziani dell’Isis. Ai soldati del ministero della Difesa si sono aggiunti contro l’Isis i volontari sciiti delle Saraya al salam (le Brigate di Pace), chiamati alle armi da Moqtada al Sadr, il leader religioso sciita che nel 2004 aveva creato il movimento armato del Mahdi, disciolto poi nel 2008, per combattere le forze americane in Iraq.
Se da sud le operazioni di terra verranno portate dai soldati di Baghdad, dal nord la controffensiva dovrà essere condotta dai curdi: i Peshmerga – coloro che affrontano la morte in lingua curda, compongono le forze di autodifesa della regione autonoma del Kurdistan. La milizia, nata col supporto degli ayatollah di Teheran, conta circa 200.000 uomini; strutturata fino ad ora più come forza di polizia, con armi leggeri, che vero e proprio esercito, dovrà ora essere equipaggiata ed addestrata per la guerra all’Isis.
Ai Peshmerga si sono uniti centinaia di curdi provenienti dalla Siria e dalla Turchia, molti di questi membri del PKK, il Partito dei lavoratori del Kurdistan del celebre Ocalan. Sul fronte internazionale, Stati Uniti e Francia hanno avviato bombardamenti aerei, con caccia partiti dalle portaerei in mediterraneo e dalle basi concesse dal Kuwait, dal Qatar e dagli Emirati Arabi. Washington e Parigi hanno per ora escluso azioni terrestri. Il Canada ha inviato 70 uomini delle forze speciali al fianco dei curdi; dovrebbero partecipare direttamente ad azioni militari anche la Gran Bretagna, gli Emirati Arabi, le Filippine e l’Australia.
Molti paesi hanno invece deciso un coinvolgimento più soft, inviando armamento e munizioni ai peshmerga. Così ha fatto la Germania che ha spedito 30 sistemi missilistici anti-carro, 16mila fucili d’assalto e 8mila pistole. L’Italia ha deciso l’invio di fucili kalashnikov e altre armi leggere, che furono sequestrate 20 anni fa a bordo di una nave diretta verso l’ex Jugoslavia. Il cargo per il Kurdistan è partito nei giorni scorsi dal porto sardo di S.Stefano. Invieranno armi anche la Repubblica Ceca, Albania, Polonia, Danimarca ed Estonia.
I paesi del Golfo hanno concesso supporto logistico alle operazioni militari e stanziato ingenti fondi per aiuti umanitari a favore delle popolazioni sfollate di Iraq e Siria. L’Egitto condiziona la sua partecipazione militare a un mandato delle Nazioni Unite. La Turchia rifiuta per ora di partecipare a operazioni di combattimento ma ha creato una zona cuscinetto lungo il confine tra la Turchia e l’Iraq e la Siria. Il coordinamento delle attività della coalizione verrà assicurato a cura del Comando centrale americano da Tampa, in Florida, dove siederanno rappresentanti di tutti i paesi aderenti, e dalla base avanzata di Al Udeid in Qatar, concessa dall’Emiro.
Fonte:Opinione

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