Solo Baghdad e il Kurdistan possono fermare Isis in Iraq


di Umberto Profazio
per leggere completto indichiamo il sito
:http://temi.repubblica.it/limes/solo-baghdad-e-il-kurdistan-possono-fermare-isis-in-iraq/63161
ll gruppo jihadista disconosciuto da Al Qaida sfrutta il retroterra siriano e le divisioni tra sunniti, curdi e sciiti per avanzare verso la capitale irachena. L’eventuale intervento di Usa, Iran o Turchia non sarebbe decisivo: la soluzione deve trovarla al-Maliki.
Al Qaida ha perso l’Isis, l’Iraq ha ritrovato la guerra civile…… [Carta di Laura Canali – per ingrandimento e legenda clicca qui]
La formazione jihadista dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (Islamic State of Iraq and al-Sham – Isis) ha conquistato dopo alcuni giorni di combattimenti la città di Mosul, secondo centro iracheno situato nel governatorato settentrionale di Nineveh [Ninive].
L’azione di Isis è stata fulminea e ha consentito alla formazione guidata da Abu Bakr al-Baghdadi di prendere il controllo di un’area importante del territorio iracheno, sia perché prossima al confine siriano sia perché in essa sono presenti infrastrutture strategiche. In particolare, dopo l’aeroporto di Mosul e la sede del governatorato, anche la più grande raffineria irachena, quella di Baiji (capace di lavorare circa 300 mila barili di petrolio al giorno), sarebbe tra gli obiettivi dello Stato Islamico.
Il sogno di un califfato sunnita a ridosso del confine tra Iraq e Siria ha iniziato ad assumere consistenza reale, come evidenziato dal contemporaneo attacco contro l’area strategica di Kirkuk e la presa di Tikrit nel nord iracheno. Fallujah e Ramadi sono da mesi sotto il controllo di Isis. Nei giorni scorsi l’esercito iracheno è riuscito invece a respingere un’offensiva contro la città di Samarra, nel governatorato di Baghdad, a soli 125 km di distanza dalla capitale.
L’azione dell’Isis nelle aree settentrionali dell’Iraq si inserisce in un contesto caratterizzato da dispute territoriali tra la regione autonoma del Kurdistan iracheno e il governo centrale. Il 12 giugno il governatore di Kirkuk, Najm al-Din Karim, ha annunciato che la città è sotto il controllo dei peshmerga (guerriglieri curdi) intervenuti nell’area per difendere la città dagli attacchi dei jihadisti. Sia il governatorato di Kirkuk sia quello di Salaheddine in passato sono stati oggetto di diverse dispute territoriali tra il Kurdistan iracheno e il governo centrale.
L’esercito iracheno e quello curdo si sono fronteggiati per alcuni mesi a fine 2012 in occasione della decisione del primo ministro al-Maliki di istituire un Comando operativo dell’esercito (Tigris Operation Command) destinato a rendere più stabile e sicura quest’area del paese. La decisione di Maliki, che alla luce degli eventi di questi giorni poteva essere considerata giustificata, era però invisa al governo di Erbil (capoluogo della regione autonoma del Kurdistan iracheno) che sospettava mire annessionistiche su questi territori.
Il ritorno di Isis complica ulteriormente la situazione dell’Iraq settentrionale e chiama in causa anche la Turchia, che ha minacciato di intervenire per proteggere i propri cittadini. A Mosul, Isis ha assaltato anche il consolato turco, prendendo in ostaggio il console Ozturk Yilmaz e altri 79 cittadini turchi. Lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante si è inoltre dimostrato capace di sfruttare le crisi e le divisioni presenti nell’area per affermare la sua presenza e sfruttare al massimo l’avversione della popolazione contro il governo centrale.
Isis è assurto agli onori delle cronache principalmente per la sua attività in Siria e nel governatorato di al-Anbar, nell’ovest iracheno. In entrambi i casi, la formazione è riuscita a inserirsi alla perfezione in contesti caratterizzati da una profonda crisi sociale e scontri settari, assumendo progressivamente una posizione dominante nei confronti dei gruppi jihadisti e arrivando a fagocitarli o a combatterli.
Nel caso della Siria, è noto il processo che ha portato al tentativo di fusione con Jabhat al-Nusra, rinnegato dal leader di Al Qaida, Ayman al-Zawahiri, che ha successivamente ordinato a Isis il rompete le righe e il ritorno in Iraq. La risposta di Abu Bakr al-Baghdadi è stata di aperta sfida nei confronti di Al Qaida: dopo aver criticato Zawahiri per la cattiva gestione dell’organizzazione dopo la morte di Osama bin Laden, Baghdadi (che secondo fonti americane si era spostato in Siria) ha iniziato le ostilità non solo contro le truppe di Asad ma anche contro lo stesso Fronte al-Nusra. La guerra totale scatenata all’interno dell’opposizione siriana ha prodotto risultati per essa nefasti come dimostra la salda persistenza di Bashar al Asad al governo.
Tuttavia, la guerra civile siriana e il disinteresse del regime di Damasco verso alcune zone del paese (in particolare quelle a est vicino al confine iracheno), hanno dato l’opportunità allo Stato Islamico di cimentarsi in una nuova fase della sua strategia: il passaggio dagli attacchi sistematici e dai combattimenti aperti a quello del controllo del territorio, con risultati sicuramente migliori rispetto ad altre formazioni terroristiche che si erano adoperate nell’impresa (ad esempio Al Qaida nella penisola arabica che tentò di insediarsi in Yemen nel corso del 2012).
Lo Stato Islamico ha potuto approfittare non solo dell’esperienza siriana, ma anche di quella irachena, a seguito della ribellione della popolazione sunnita, maggioritaria nel governatorato occidentale di al-Anbar, nei confronti del governo di Baghdad. Anche nel caso iracheno la componente settaria ha favorito notevolmente l’azione di Isis.
L’insoddisfazione della minoranza sunnita è aumentata a seguito di alcune controverse decisioni del governo negli ultimi anni, interpretate dai sunniti come un atteggiamento persecutorio nei loro confronti. Tra queste la condanna a morte – pronunciata nel settembre 2012 – contro il vice presidente iracheno Tariq al-Hashimi (in esilio prima in Qatar e poi in Turchia), accusato di terrorismo e di aver guidato milizie incaricate di colpire obiettivi e personalità sciite. Emblematica la vicenda relativa all’ex ministro delle Finanze Rafi al-Issawi, obiettivo di due diversi attentati e successivamente costretto a dimettersi nel marzo 2013.
Proprio nel 2013 la strage di Hawija, vicino a Kirkuk, ha offerto l’occasione allo Stato Islamico per mettere radici sempre più profonde nel governatorato di al-Anbar: vari reparti dell’esercito iracheno intervenuti per sedare una manifestazione sunnita hanno provocato più di 300 morti nel giro di 3 giorni.
Dall’inizio del 2014 a oggi diverse città del governatorato sono cadute nelle mani di Isis, in particolare Fallujah e Ramadi, e i terroristi hanno continuato i loro attacchi contro obiettivi strategici. L’oleodotto Kirkuk-Ceyhan è stato colpito 53 volte nel corso dello scorso anno, mentre a febbraio 2014 la diga di Nuaimiya, nei pressi di Fallujah, è finita sotto il controllo del gruppo che ne ha ordinato la chiusura degli sbarramenti, causando l’allagamento di numerose aree circostanti.
L’impreparazione dell’esercito iracheno ad arginare il fenomeno terroristico si desume non solo dai recenti eventi di Mosul, ma anche da quanto sta avvenendo nel paese da almeno un anno. Diverse fonti di stampa riferiscono di numerosi casi di diserzione e, fatto ancor più grave, abbandono di armi ed equipaggiamenti. Sfiduciato, mal retribuito, lasciato solo senza rinforzi a fronteggiare una delle formazioni più potenti dell’area, l’esercito iracheno è stato costretto ad abbandonare anche i posti di confine con la Siria nella provincia di al-Anbar, ritirandosi verso la capitale dove proverà a rafforzare le ultime difese contro l’avanzata jihadista.
La cancellazione del confine statuale tra la Siria e l’Iraq voluta dall’Isis sembra quindi raggiunta. Senza più la presenza delle truppe irachene, tale frontiera di matrice colonialista era comunque già largamente scomparsa, come dimostrava la situazione di grave emergenza nell’area e il passaggio indisturbato di militanti, armi ed esplosivi da diversi mesi. Già nel marzo del 2013 un’unità dell’esercito siriano di stanza al valico di Yaarubiyeh aveva sconfinato in Iraq a seguito dell’attacco da parte dei ribelli siriani, per poi essere decimata da Isis mentre i colleghi iracheni li stavano riaccompagnando alla frontiera. Anche l’interruzione del trasporto di petrolio dall’Iraq verso la Giordania, giustificato dalla situazione di crisi ad Anbar, dimostra che il confine occidentale iracheno è oramai saldamente in mano allo Stato Islamico.
L’offensiva terroristica nei governatorati di Nineveh, Salaheddine e Kirkuk sembrerebbe tuttavia aver risvegliato la coscienza di diversi attori regionali e internazionali. La Turchia, toccata direttamente dalla presa di numerosi connazionali in ostaggio, ha minacciato l’intervento, ma anche gli Stati Uniti e l’Iran non hanno escluso un coinvolgimento maggiore nel fronteggiare la minaccia, pur mantenendo molte riserve – Washington per evitare un nuovo coinvolgimento nell’area, Teheran per non fomentare ulteriormente le divisioni settarie nel Golfo. Tuttavia spetta all’Iraq trovare la soluzione ai suoi problemi, partendo da una maggiore collaborazione tra le diverse parti politiche, etniche e confessionali del paese.
La capacità di Isis di trarre vantaggio dai numerosi nodi irrisolti presenti in Iraq evidenzia infatti la mancanza di collaborazione tra le differenti comunità, come dimostra il mancato raggiungimento del quorum in parlamento per la proclamazione dello stato di emergenza, richiesto dal premier Maliki. In compenso, il governo del Kurdistan iracheno ha accolto la richiesta da parte di Baghdad di impiegare i peshmerga (le già citate “Forze armate curde”) contro Isis.
Ora potrebbero aprirsi diversi scenari. In quello più favorevole, la rinnovata collaborazione tra Erbil e Baghdad potrebbe favorire – oltre alla sconfitta dei jihadisti e al recupero dei territori perduti – una maggiore collaborazione tra le comunità, consentendo di trovare un equilibrio interno che eviti la caduta dell’Iraq verso la guerra civile.
Fonte: Limes

 

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