Turchia, un Newroz di pace

Aggiornato il 03/05/18 at 04:32 pm


di Alberto Tetta

Le celebrazioni del Newroz quest’anno segnano la speranza di una pace duratura, che metta fine al conflitto armato tra il PKK e lo stato turco. Abdullah Öcalan, ha chiesto la deposizione delle armi e l’inizio di una nuova era, fatta di lotta politica di stampo democratico. Un reportage OBC…….. Hanno sfondato le transenne salendo fino al palco le centinaia di migliaia di persone arrivate a Diyarbakır lo scorso 21 marzo per celebrare il Newroz, la festa d’inizio primavera, poco prima che Sırrı Süreyya Önder e Pelvin Buldan, parlamentari del Partito della democrazia e della pace (Bdp) leggessero, in curdo e in turco, la lunga lettera scritta da Abdullah Öcalan nella sua cella sull’isola-prigione di Imralı dove sconta dal 1999 una condanna all’ergastolo.
Una nuova era
“Dichiaro davanti a milioni di persone che è iniziata una nuova era. E’ tempo che tacciano le armi e parli la politica. E’ tempo che le nostre unità armate [il Pkk, Ndr] si ritirino fuori dai confini [della Turchia]. Non è una fine, ma un inizio. Non è la fine della nostra lotta, ma l’inizio di un nuovo tipo di lotta. Una lotta fondata sulle idee, l’ideologia e la politica democratica”. Lo storico messaggio del leader del movimento curdo, non lascia spazio a dubbi, se il governo si mostrerà disponibile a cercare una soluzione politica alla questione curda il Partito dei lavoratori del Kurdistan porrà fine alla lotta armata.
Foto racconto
Un Newroz di pace – foto di Yunus Emre Aydin
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La presa di posizione di Öcalan è la prima tappa di un piano, concordato negli scorsi mesi tra il leader curdo e Hakan Fidan, capo dei servizi segreti turchi e fedelissimo del premier Erdoğan, che potrebbe porre fine a un conflitto che dal 1984 ha fatto più di 40mila morti nel sud-est del paese. A inizio gennaio ai deputati del pro-curdo Partito della democrazia e della pace è stato concesso di vedere Öcalan dopo mesi di isolamento. E’ stato il primo di una serie di incontri in cui il fondatore del Pkk ha delineato le coordinate della sua road-map per la pace.
“Dopo più di cento anni di lotta del popolo curdo per l’affermazione dei propri diritti siamo a un punto di svolta”, spiega a Osservatorio Balcani e Caucaso durante le celebrazioni del Newroz Gençay Gürsoy, medico, storico attivista per i diritti umani ed editorialista del giornale filo-curdo “Özgür Gündem”, “per la prima volta lo stato turco ha accettato di sedersi a un tavolo per cercare una soluzione politica e questo è il risultato della lotta del movimento curdo. Nonostante ci saranno sicuramente alti e bassi nel negoziato non è più possibile tornare indietro”. La trattativa gode, secondo il sondaggio condotto lo scorso 23 gennaio dall’istituto Pollmark, anche del sostegno dell’opinione pubblica turca: il 69,5% degli intervistati si è detto, infatti, favorevole al negoziato tra governo e Öcalan.

Cambio di rotta
Un cambio di rotta, quello del governo Erdoğan, dovuto al sempre più importante ruolo che i curdi stanno assumendo sia in Nord Iraq, un’entità di fatto autonoma da Baghdad con cui Ankara ha importanti rapporti commerciali, che nel nord-est della Siria, controllato dallo scorso luglio dai militanti del Partito dell’unione democratica (Pyd) un movimento autonomista vicino al Pkk, ma anche alla necessità di sbloccare le trattative per arrivare a un compromesso sulla nuova costituzione in discussione in parlamento da più di un anno e mezzo.
Sui giornali turchi, in particolare su “Milliyet”, prima del 21 marzo, erano uscite diverse indiscrezioni e persino parti delle trascrizioni degli incontri tra la delegazione del Bpd e Öcalan, e in molti si aspettavano che “Apo”, come lo chiamano i suoi sostenitori, invitasse i 3500 militanti del Pkk che si trovano in territorio turco a ritirarsi in Nord Iraq, ma il leader curdo si è spinto molto più in là, annunciando la fine della lotta armata e usando una retorica nuova.
Öcalan nella sua lettera non pone precondizioni per il ritiro e non parla di indipendenza del Kurdistan, una rivendicazione già abbandonata nel 1999, né tanto meno di autonomia, ma semplicemente di una Turchia “libera, democratica ed egualitaria”, facendo inoltre riferimento all’Islam come elemento unificante e all’impegno comune di turchi e curdi nella guerra d’indipendenza.

Questioni aperte
Per le strade di Diyarbakır la maggior parte delle persone ha fiducia in Öcalan, ma prevale la prudenza visto il fallimento dei precedenti tentativi di arrivare a una soluzione politica del conflitto, come nel 2009, quando è naufragata “l’apertura ai curdi” un’iniziativa promossa proprio da Erdoğan, e c’è anche chi si oppone con forza al ritiro dei guerriglieri in Nord Iraq:
“Quando durante il Newroz ho sentito il messaggio di Apo mi è venuto da piangere, è stato un grande shock “ racconta a OBC Botan, 22 anni, studente di biologia alla Università Dicle di Diyarbakır. “Ho decine di amici in carcere e se il Pkk si ritirerà chi lotterà per la loro liberazione?”.
Sono più di 10mila gli amministratori locali, i giornalisti e i politici curdi in carcere perché accusati di appoggiare il Pkk in base a una legislazione anti-terrorismo molto dura che infligge pene severe a chi “fa propaganda per un’organizzazione armata”, il sud-est a maggioranza curda rimane una delle zone meno sviluppate del paese. Anche le aperture degli scorsi anni del governo rispetto ai diritti culturali della comunità curda hanno fino ad ora avuto un significato soprattutto simbolico. I termini dell’accordo tra Öcalan e il governo rimangono segreti: non è chiaro, quindi, quali siano le concessioni che Erdoğan è pronto a fare. E’ difficile, tuttavia, che senza affrontare questi temi il processo di pace possa avere successo.
Superato il primo momento di stallo nel negoziato relativo alle modalità del ritiro del Pkk fuori dai confini turchi, attraverso la creazione il 9 aprile di una commissione parlamentare che monitorerà il processo di pace come chiedevano i deputati curdi, per il governo sarà il dibattito sulla nuova costituzione il nuovo banco di prova per dimostrare di voler davvero arrivare a un accordo.
Öcalan, secondo le indiscrezioni apparse sui giornali, durante gli incontri con i parlamentari del Bdp si sarebbe detto favorevole alle modifiche in senso presidenzialista della carta, chieste a gran voce da Erdoğan. Se il governo dal canto suo si mostrerà disponibile a discutere le proposte presentate dal Partito della democrazia e della pace a inizio aprile, tra cui il riconoscimento del curdo come seconda lingua ufficiale, una nuova definizione di cittadinanza che comprenda anche l’identità curda o l’istituzione di “parlamenti regionali”, la fine del conflitto potrebbe divenire più facile.

“Che nessuna madre pianga più il proprio figlio”
Una speranza, quella in una pace giusta che la moglie di Ali Tekdağ, scomparso a Diyarbakır il 13 novembre 1994 non ha mai perso: “Voglio sapere dov’è il corpo di mio marito, voglio che i responsabili del suo assassinio vengano processati e che non sia più versato sangue in vano”, ci ha detto, a Diyarbakır, al termine del 415° presidio delle madri del sabato, un gruppo di donne che chiede giustizia per i 1312 desaparecidos della guerra sporca contro i curdi negli anni novanta . “Insieme alle madri dei soldati che sono morti dobbiamo chiedere la fine di questa guerra. Pace, pace, pace e che nessuna madre pianga più per la morte di suo figlio. E’ questo quello che voglio”.
Fonte:balcanicaucaso.org

 

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