Lo spirito della terra nella geopolitica mondiale


di Francesco Ventura

Inizia il nuovo anno e la pagina culturale di mRI è pronta ad offrire un affascinante, quanto accidentato, viaggio attraverso i quattro elementi – Terra, Acqua, Fuoco, Aria. Lo faremo alla nostra maniera,…………. con un occhio alla politica internazionale e uno alla filosofia. Affronteremo lo spirito degli elementi nel sistema internazionale, le sue crisi e le sue sfide. Oggi iniziamo con l’elemento politicamente più antico: la Terra.
Più di vent’anni sono passati dalla fine di quella guerra che vedeva agli opposti schieramenti una grande potenza di terra, l’Unione Sovietica, e una grande potenza di mare, gli Stati Uniti. Una circondata da terre e ghiacci, l’altra da oceani. Quasi cinquant’anni di guerra geopolitica lungo le linee di terra e di mare di tutto il mondo hanno segnato il sistema internazionale bipolare. La repentina scomparsa di uno dei due contendenti ha provocato un terremoto che non ha ancora smesso di produrre i suoi effetti.
Il giorno dopo la caduta del muro di Berlino non è finita la storia, come qualcuno aveva profetizzato. Anzi, la storia ha ripreso con rinnovato vigore il suo cammino, scrivendo nuove pagine di odio, guerre e rivendicazioni. Dispute territoriali, disgregazioni di Stati, persecuzioni razziali ed etniche hanno ripreso a scandire i tempi del pianeta, nei suoi più disparati angoli. La prima è stata la Jugoslavia, che si lacerò in un’estenuante guerra civile per ridisegnare i confini delle nuove patrie. L’hanno seguita l’Africa subsahariana (con le guerre tra hutu e tutsi e l’apartheid) e il Medio oriente (con l’intifada e la segregazione in Palestina e le guerre del Golfo).
Gli uomini e gli Stati non hanno smesso di richiedere terra, di dividersi e combattere per essa. Ancora oggi la geopolitica è in frenetico movimento mentre gli Stati riempiono gli arsenali. Dispute per piccoli pezzetti di terra celano in realtà i nervi sempre più scoperti del sistema internazionale. È il caso ad esempio di Taiwan, armata dagli Usa in funzione anti-cinese. Una politica rivendicativa nei confronti dell’isola da parte della Cina è in grado di mettere sotto pressione il rapporto tra i due più importanti competitori globali.
In realtà basterebbe molto meno per far precipitare la situazione. Le isole Senkaku sono proprietà del Giappone, principale alleato degli Usa nella regione. Tokyo le ha acquistate da un suo privato cittadino, ma la Cina le rivendica e non si rassegna a vedere sventolare sulle coste delle piccole isolette contese la bandiera giapponese. Il neo premier conservatore giapponese, Shinzo Abe, vuole attuare una politica regionale di maggior peso e non nasconde di voler metter mano alla Costituzione, considerata come un limite che grava sulla libertà d’azione giapponese (tra le modifiche che vorrebbe apportare, ci sarebbe anche quella del riarmo del Giappone in chiave soprattutto anti-cinese).
La Costituzione scritta sotto occupazione americana all’indomani della seconda guerra mondiale è stata la garanzia per gli altri paesi della regione di un periodo di pace e sicurezza. Se la Costituzione verrà cambiata, anche la situazione regionale potrebbe presto modificarsi. Pechino guarda preoccupata, e anche la Corea del Sud teme la nuova intraprendenza di Tokyo.
Antiche rivalità riemergono in estremo oriente. Un conflitto, seppur circoscritto nella regione, rischia di provocare una reazione a catena che potrebbe coinvolgere l’intero sistema di alleanze che gli Stati Uniti stanno mettendo a punto per circondare e contenere la Cina: dall’India all’Australia e poi a nord fino al Giappone.
Intanto, non si è arrestato il confronto geopolitico tra Russia e Stati Uniti in Asia centrale e in Medio oriente, dove la crisi siriana cristallizza le tensioni tra i due ex-protagonisti della guerra fredda. All’ombra dell’incapacità di trovare una soluzione condivisa sul futuro di Damasco si alimentano altre rivendicazioni. Il Kurdistan reclama un posto nel mappamondo e i guerriglieri curdi sfidano il potere centrale di Ankara in Turchia, di Baghdad in Iraq e di Teheran in Iran.
La Turchia, da parte sua, si candida a nuova potenza egemone nella regione, offrendo la stabilità garantita per lungo tempo sotto il vessillo degli ottomani. Non tutti però sembrano accettare di buon grado la generosa offerta. Così nuove linee di scontro geopolitico si delineano in Medio oriente, soprattutto tra turchi e persiani. Una competizione che verrà giocata sulla pelle degli arabi, fino a quando non verrà trovato un nuovo equilibrio regionale.
I movimenti tettonici del sistema internazionale rinverdiscono anche le velleità tardo-imperiali delle potenze del vecchio continente. Francia, Regno Unito e Italia testano nuovi spazi d’azione in nord Africa, come in Medio oriente. Intanto, in Europa rifioriscono i movimenti indipendentisti. Tutti a caccia di una terra da amministrare in autonomia. Perché terra è identità e l’Unione europea di un’identità propria è ancora povera: il sangue che per secoli è filtrato nelle terre europee è sempre sgorgato in nome delle bandiere patrie e mai per la casa comune dei popoli europei. Ritornano gli omicidi a sfondo indipendentista nell’Irlanda del nord, la Scozia chiede la separazione da Londra, a Barcellona i catalani hanno provato a diventare patria e affrancarsi da Madrid. In Italia la Lega Nord continua a recitare la sua litania contro il potere centrale di Roma.
Il sistema internazionale è in sofferenza, in un equilibrio instabile sorretto dalla sola potenza di mare americana, in lento declino. Un equilibrio sorto dal collasso dell’Unione Sovietica e dalla fine del bipolarismo. Un equilibrio accaduto, più che cercato. Le rivendicazioni terrestri inducono a pensare a nuove forme di equilibri internazionali. Si riaffacciano proposte schmittiane di grandi spazi e, in fondo, l’Europa con la sua unione è proprio un grande spazio in costruzione.
Oggi le spinte centripete dell’America latina (con processi embrionali di unione degli Stati americani del sud come il Mercosur), il riemergere di antiche potenze imperiali e l’incipiente arretramento della potenza degli Stati Uniti spingono a rivedere gli assetti dell’ordine internazionale. L’ordine presuppone un nomos, un’iniziale conquista, divisione e ripartizione della terra, appunto. Quello vigente è però scaturito da un’assenza di conquista piuttosto che dal singolare collasso dell’Urss, uno dei due pilastri dell’ordine precedente. Ora nuove conquiste e nuove ripartizioni si affacciano all’orizzonte: vigilia del nuovo ordine.
Cos’è quindi questo spirito della terra? È il più antico spirito di aggregazione e attività politica dell’essere umano. L’uomo è per natura un animale terrestre e la madre terra ha allevato le società, che solo una volta divenute adulte hanno saputo allontanarsi dal grembo materno, senza tra l’altro abbandonarlo. All’inizio c’era il territorio e le guerre si combattevano tra schieramenti scesi nel campo di battaglia. Tutto era per la conquista o la difesa di terra. Se questo valeva per i popoli, allora valeva anche per i singoli. Chi possedeva della terra era un uomo nobile. Era nella terra che si tramandava il sangue e la tradizione.
La terra è il senso di giustizia: la divisione delle parti, per cui ogni uomo e ogni popolo trova il proprio posto nel mondo. Ecco che oggi si ripropone questo spirito della terra che reclama giustizia all’interno di un sistema internazionale incapace di garantire stabilità e ordine. Robert Kaplan ha interpretato questa fase storica con l’espressione, titolo del suo ultimo libro, “La rivincita della geografia” (New York, 2012). Noi possiamo aggiungere che è la rivincita della terra sugli altri elementi.
Nell’eterno susseguirsi di ordini differenti, i quattro elementi lottano tra loro per segnare le epoche. Spesso convivono e si sovrappongono, ma ora uno, ora l’altro, emerge e detta lo spirito del tempo nella vita della politica internazionale. Le rinnovate ostilità geopolitiche e la ricerca di un nuovo ordine mondiale dovranno per forza passare attraverso una spartizione delle terre. Alcuni paesi dovranno conquistare un’indipendenza sostanziale dopo aver raggiunto quella formale, altri dovranno affrontare i rischi di una disgregazione territoriale al proprio interno, altri ancora dovranno provare a verificare la tenacia delle proprie aspirazioni imperiali.
Ciò che ne uscirà sarà un nuovo nomos, un nuovo ordine. Stiamo parlando dei prossimi cinquant’anni: la ricerca del prossimo equilibrio mondiale, nel nome delle terra.
fonte:meridianionline

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