Ankara brucia, bombe sull’Iraq. Ma il dialogo coi curdi non si può fermare


di Lorenzo Biondi

Non c’è bisogno di una rivendicazione esplicita, in Turchia, perché la colpa di un attentato venga attribuita ai curdi del Pkk. E così – un attimo dopo l’esplosione di un’autobomba nel centro di Ankara, che ha causato almeno tre morti e oltre trenta feriti – l’attenzione era già tutta concentrata sul Partito curdo dei lavoratori.
Tanto più che a partire dalle elezioni politiche del giugno scorso la guerra tra lo stato turco e i nazionalisti curdi ha ripreso intensità, facendo più di cento vittime in meno di tre mesi. Il premier Recep Tayyip Erdogan ha appreso la notizia in viaggio per New York, dove è arrivato ieri per incontrare Barack Obama in vista del voto alle Nazioni Unite sullo stato palestinese. «La bomba ad Ankara riporta il paese all’emergenza interna», hanno battuto le agenzie.
Ma la questione curda non può essere derubricata come una semplice distrazione per Erdogan, impegnato sui fronti della politica internazionale. Al contrario, la vicenda della più grande minoranza etnica in terra di Turchia è cruciale per le sorti del progetto politico erdoganiano, tanto sul piano interno quanto su quello internazionale.
L’“apertura democratica”
Un dato basta per cogliere la centralità del problema: secondo la stima dell’International Crisis Group – in un rapporto pubblicato proprio ieri – circa un elettore curdo su due, alle ultime elezioni, ha votato per il partito di Erdogan. La promessa elettorale di una “apertura democratica” nei confronti delle minoranze sembra aver riscosso un buon successo. Allo stato attuale la costituzione turca nega il riconoscimento delle minoranze etniche, perché pone a fondamento della repubblica l’idea di “nazione” e di “turchità”.
I curdi, a norma di legge, non esistono e non possono esistere. “Turchi delle montagne”, li chiamano i nazionalisti. Dall’anno scorso però il governo dell’Akp ha autorizzato la creazione di un canale in lingua curda sulla televisione di stato, un passaggio preliminare al riconoscimento della lingua della minoranza e al suo insegnamento nelle scuole del sud-est del paese. Riforme, queste, che diventeranno realistiche solo dopo una modifica della costituzione, promessa da Erdogan in campagna elettorale.
La buona fede di Erdogan e dei suoi è stata più volte messa in discussione. L’Akp è stato accusato di aver scelto come candidati solo i “curdi bianchi”, quelli di alta estrazione sociale che poco avrebbero a che vedere con il resto della minoranza.
A gettare benzina sul fuoco, poi, ci ha pensato lo stesso Erdogan, dichiarandosi non-contrario a far impiccare Abdullah Ocalan, leader in prigione del Pkk. Per non perdere voti “a destra”, il premier uscente ha adottato una retorica nazionalista che aveva creato non pochi malumori.
Nemici cordiali
La settimana scorsa, però, è emerso che al di là della retorica il governo non ha abbandotato la linea della riconciliazione coi curdi, a partire dalle frange “dialoganti” dello stesso Pkk. Delle intercettazioni telefoniche, filtrate sulla stampa, hanno dimostrato che alcuni funzionari dei servizi di intelligence sono impegnati in una mediazione diretta con i nazionalisti curdi e con Ocalan in persona. E alcuni ministri hanno confermato esplicitamente che il mandato per le trattative arriva direttamente dal capo del governo.
Da qualche tempo, del resto, Ocalan aveva iniziato a lanciare dal carcere segnali concilianti nei confronti delle autorità di Ankara.
Da ultimo, il leader curdo ha invitato i membri del Bdp – il partito della minoranza – a interrompere il loro “boicottaggio” dei lavori parlamentari, andando a occupare i loro seggi a partire dal primo ottobre.
L’Akp, pur avendo la maggioranza assoluta dei deputati, non ha i numeri per i riformare la costituzione. La sponda del Bdp, in questo senso, sarebbe fondamentale.
Turchia e Iran, i super-poliziotti
È una vicenda piena di ambiguità, quella dei rapporti tra il governo Erdogan e il Pkk. Sta di fatto che mentre i servizi segreti dialogano con Ocalan, nel nord dell’Iraq è in corso una vera e propria guerra tra l’esercito turco e i guerriglieri curdi. Dopo un’escalation negli attacchi del Pkk contro i militari di Ankara, dalla metà di agosto l’aviazione turca sta bombardando le basi dei terroristi oltre confine.
Con la minaccia di un’invasione di terra qualora la situazione dovesse tornare sotto controllo. Quest’ipotesi, a quanto pare, è ben vista dall’opinione pubblica turca. Incursioni simili si sono già verificate in passato, l’ultima volta nel 2008, ma il contesto attuale è molto diverso. Stavolta c’è anche l’Iran a collaborare nelle operazioni nel Kurdistan iracheno.
E persino il governo di Arbil (la capitale della regione autonoma dell’Iraq del nord), pur condannando l’intervento unilaterale dei due ingombranti vicini, si è detto disposto ad autorizzare delle azioni mirate contro le basi dei guerriglieri.
In pratica Ankara e Teheran potrebbero trasformarsi in una sorta di super-poliziotti della regione, con il consenso degli stessi curdi iracheni.
Da scontro tra un’etnia dominante e una oppressa, la questione curda sta assumendo contorni nuovi. L’Akp sta facendo il possibile per spostare la linea di demarcazione all’interno del campo curdo, separando i “dialoganti” dai violenti. Gli attentati come quello di ieri – specie se la pista curda venisse confermata – fomentano spesso il nazionalismo e la spinta verso la repressione. Per le ambizioni di Erdogan è un banco di prova decisivo.
Fonte:europaquotidiano
 

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