Iraq: è boom petrolifero, come ai tempi di Saddam (e forse più


di Luca Pistone

Altalenante, negli ultimi quarant’anni, la produzione di petrolio iracheno è stata spinta verso l’alto dai geyser di greggio e verso il basso da guerre e sanzioni. Dall’invasione statunitense nel 2003, gli antichi regimi di produzione di Saddam Hussein non sono più stati raggiunti. Fino ad ora……. In aprile, l’Iraq ha esportato più greggio di quanto fatto nei mesi precedenti l’invasione del Kuwait nel 1990. Questo traguardo, spiegano gli analisti, potrebbe addirittura compensare le perdite delle forniture del vicino Iran.
Gli attentati sono all’ordine del giorno, soprattutto dal ritiro delle truppe USA alla fine dello scorso anno. Anche se impercettibili dall’esterno, sono stati segnalati miglioramenti in termini di sicurezza, tali da consentire un boom petrolifero.
Un oleodotto strategico verso la Turchia, nonostante i frequenti bombardamenti, consente circa il 20% delle esportazioni di greggio dell’Iraq. Il 95% delle entrate di Baghdad dipende dalle vendite di petrolio, una risorsa dunque indispensabile per la ricostruzione del paese.
Il boom petrolifero iracheno è iniziato nel biennio 2009-2010, quando Baghdad firmò 11 contratti con compagnie come BP, Exxon Mobil e Royal Dutch Shell. Alla fine del 2010, considerato il massiccio pompaggio di greggio in infrastrutture antiquate, il Ministero del Petrolio aveva dovuto ordinare a questi gruppi di rallentare la produzione. Ad esempio, l’impianto di Kirkuk, che fornisce circa un terzo del petrolio iracheno, ha più di 80 anni e spesso viene chiuso per la fuga di gas velenosi.
La crescita irachena ha convinto gli Stati Uniti ad inasprire le sanzioni contro il settore petrolifero di Teheran. Washington si è detta certa che i paesi Opec (Organization of Petroleum Exporting Countries) potessero colmare le carenze iraniane, così da non portare ad un’impennata dei prezzi del petrolio.
Le stime degli analisti dell’ambasciata USA a Baghdad parlano di un aumento della produzione di 500.000 barili al giorno (bpd) di petrolio entro la fine del 2012, pari a circa un quarto delle attuali esportazioni dell’Iraq.
L’Arabia Saudita, il primo paese Opec che in genere impiega le sue enormi riserve di petrolio per pareggiare le carenze a livello mondiale, sembra aver disatteso le aspettative, e pertanto toccherà all’Iraq dare il contributo chiave in assenza di un Iran stretto dalle sanzioni.
In questo senso, i generosi fondi USA per la costruzione di un’installazione per le esportazioni di greggio nel Golfo Persico, al lago della costa di Bassora. Il progetto prevede un sistema di pompe centrifughe in grado di trasferire il petrolio nelle stive di più petroliere contemporaneamente.
Grazie a simili strutture, in aprile le esportazioni irachene hanno toccato quota 2,5 milioni di bpd di petrolio, d’accordo con i dati diffusi dalla State Oil Marketing Organization dell’Iraq, un aumento di un quinto dall’inizio dell’anno.
Una delle più ardue sfide per il Governo federale arriva dal Kurdistan. La regione semiautonoma, nel nord del paese, è determinata a sviluppare i suoi ricchi giacimenti petroliferi in modo indipendente, infiammando le tensioni con Baghdad.
Agli inizi di aprile i curdi avevano bloccato le esportazioni di petrolio a causa di una disputa sui pagamenti con la capitale. Negli ultimi anni, il Governo regionale del Kurdistanh ha ripetutamente paralizzato le esportazioni, “non avendone diritto”, insiste Baghdad.
Nel 2011 le due parti avevano raggiunto un accordo provvisorio, in base al quale i curdi avrebbero spedito il petrolio a Baghdad, incaricata della vendita. Le entrate sarebbero poi state divise al 50%. Un accordo, sostengono i curdi, mai rispettato dai funzionari del Governo centrale, che viene accusato di “gravissimi” ritardi nei pagamenti.
L’aumento della produzione di petrolio nel sud ha condotto Baghdad ad assumere un atteggiamento meno conciliante con i curdi. Secondo il ministro del Petrolio Abdul-Kareem Luaibi, “anche senza le risorse del Kurditan, siamo in grado di finanziare i 100 miliardi di dollari di bilancio”.
I risentimenti tra le due parti sono aumentati lo scorso novembre, quando il gigante statunitense Exxon Mobil ha firmato un contratto per una serie di esplorazioni petrolifere nella regione curda. In quel caso Baghdad avvertì Exxon -che esplora territori contesi da Kurdistan e Baghdad- sui rischi di un simile accordo, che potrebbe “mettere in discussione i contratti esistenti” nel resto del paese.
Fonte:Atlas
 

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