In Iraq il governo e al Qaida sfruttano il ritiro prematuro di Obama


di Daniele Raineri

Quattordici bombe a Baghdad contro palazzi del governo e contro bersagli indifesi come scuole, mercati e negozi: almeno 63 i morti. Anche dopo che gli americani hanno completato il ritiro,…… i terroristi iracheni ammazzano civili per rivendicare il proprio spazio di potere. E’ come se all’immediato scadere della presenza dei soldati mandati da Washington, tutti, a partire dall’alto, il governo, fino in fondo, i gruppi estremisti, abbiano voluto confermare di essere ancora in una posizione di forza. Il primo ministro sciita Nouri al Maliki ha costretto alla fuga nel lontano Kurdistan il vicepresidente sunnita Tariq al Hashemi, con l’accusa di usare le sue guardie del corpo come una squadra della morte per assassinare i rivali politici. Ieri il governo ha accusato anche il ministro delle Finanze, Rafie al Issawi, un altro sunnita, di guidare gruppi di ribelli a Fallujah. Maliki ha anche fatto fuori politicamente Saleh al Mutlaq, il suo vice. Al Hashemi, al Issawi e al Mutlaq fanno tutti parte di al Iraqiya, il partito che alle elezioni del 2010 ha ottenuto più voti dello schieramento del primo ministro e che rappresenta la minaccia più vicina al suo potere. Da al Anbar, la provincia più grande del paese, tutta in mano ai clan sunniti, già si annuncia la rottura del patto debole su cui si regge la pace tra la maggioranza sciita e la minoranza sunnita.
Ramzy Mardini, analista arabo dell’Institute for the Study of War di Washington, scrive che il ritiro degli americani è stato prematuro: “Nel nord dell’Iraq le truppe hanno fisicamente evitato il conflitto potenziale tra arabi e curdi per i territori contesi. Tuttavia, la presenza americana ha avuto un effetto ancora più importante dal punto di vista psicologico, aiutando a stabilizzare e a dirigere la politica irachena nella direzione sperata. La rimozione prematura degli americani dallo spazio politico ha alterato il modo in cui gli attori iracheni interagiscono e si comportano l’uno con l’altro. Per questo, il ritiro e il conseguente disordine potrebbero avere conseguenze profonde per l’Iraq”. Non è un’analisi nuova per l’Amministrazione americana, che infatti ha tentato fino all’ultimo, contraddicendo le sue stesse promesse elettorali, di restare in Iraq con un contingente sostanzioso di ventimila soldati. Ma l’accordo con Baghdad è fallito all’ultimo.
L’esplosione di tante bombe nello stesso momento è la firma dei gruppi estremisti sunniti: al Qaida in Iraq o Ansar al islam. Entrambi stanno sfruttando la crisi politica in corso per rafforzare la propria propaganda e per dipingere se stessi come difensori dei sunniti e Maliki come un agente degli interessi iraniani. C’entra anche la politica estera nella purga ordinata dal primo ministro contro i sunniti. Al Hashemi sostiene con forza la ribellione nella vicina Siria, per il legame di parentela fra sunniti iracheni e sunniti siriani. Al Maliki invece si oppone. Al Mutlaq difende le ragioni del Mek, la guerriglia marxista-islamica e anti iraniana ospitata in un campo iracheno (dovrebbe sloggiare il prossimo aprile). E al Maliki è loro nemico. Intanto, l’Iraq è nella lista dei paesi che cresceranno di più nel 2012, al ritmo dell’11 per cento.
© – FOGLIO QUOTIDIANO

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