La Turchia in pressing su Damasco valuta l’incognita curda

Aggiornato il 03/05/18 at 04:34 pm


di Francesco Ventura

La Turchia aumenta la pressione sulla Siria. Il Primo Ministro turco Recep Tayyip Erdoğan, in un’intervista rilasciata ad al Jazeera, ha avvertito del pericolo di una guerra civile settaria in Siria. Ha anche aggiunto che la Turchia deve…… assumersi il ruolo di leader per porre fine ai massacri perpetrati dal regime di Bashar al-Assad, che ha definito essere contro l’umanità e contro l’islam. Dopo che dei proiettili sparati dai soldati dell’esercito siriano hanno varcato il confine e ucciso un cittadino turco, Erdoğan ha anche ipotizzato di appellarsi all’articolo 5 dell’Alleanza Atlantica.
L’articolo 5 impegna gli Stati membri a considerare la violazione dei confini e l’attacco a uno degli Stati dell’Alleanza come un attacco all’intera Organizzazione. La Turchia sta cercando legittimazioni e consenso internazionale per intervenire in Siria e istituire una buffer zone lungo i 910 km di confine con il Paese arabo. “Nell’eventualità di una continuazione della violazione dei confini, si renderà necessario agire in qualità di Paese membro della NATO”, ha stigmatizzato Erdoğan, “ma spero che le cose non arrivino a quel punto”, ha poi aggiunto.
In realtà non sembra che la NATO voglia impegnarsi in un intervento in Siria. Il Segretario Generale dell’Organizzazione Anders Fogh Rasmussen, dopo l’incontro del 27 aprile con il presidente del Consiglio italiano Mario Monti, ha detto: “Condanno fortemente il comportamento del regime siriano e l’oppressione di civili”, ma la NATO non ha “nessuna intenzione di intervenire in Siria”.
Ankara, oltre a cercare l’appoggio degli alleati occidentali, ha trovato sostegno anche tra i Paesi del Golfo, Arabia Saudita e Qatar in primis. Ma tra le tante incognite che la Turchia deve risolvere vi è anche il comportamento della popolazione curda di Siria. La regione del Kurdistan comprende una parte di Siria, il sud-est turco, il nord dell’Iraq e una striscia di terra nel nord-ovest dell’Iran. I curdi hanno saputo nel tempo adattarsi nei diversi Paesi, cosicché le rivendicazioni d’indipendenza non hanno mai trovato una forza tale da aggregare le diverse realtà.

La seconda guerra del Golfo e la destituzione di Saddam Hussein hanno aperto alla possibilità per la popolazione curda irachena di ottenere una forte autonomia della regione, quasi un’indipendenza. Il fatto di per sé poteva rappresentare una minaccia per la Turchia e rinvigorire le richieste indipendentiste del PKK. Ankara ha saputo però allacciare buoni rapporti con il governo autonomo del Kurdistan iracheno e ha trovato in esso un alleato per combattere la guerriglia del partito di Öcalan.

Il 19 aprile il presidente del governo regionale del Kurdistan Iracheno Masoud Barzani era in visita ad Ankara. Dopo un incontro con il presidente della Repubblica Abdullah Gül ha dichiarato che non verrà accettata la continuazione delle operazioni del PKK nella regione curda dell’Iraq. Il presidente Barzani si è poi impegnato a collaborare con la Turchia per disarmare i guerriglieri comunisti curdi.

In vista di un possibile intervento in Siria, Ankara deve assicurarsi di isolare la frangia indipendentista dei curdi operanti in Turchia. È risaputo che Bashar al-Assad ha armato e sostenuto il PKK in chiave anti-turca da quando Ankara ha preso posizione accanto ai ribelli siriani. Accordarsi con Barzani per isolare il PKK era un atto dovuto qualora la Turchia decidesse di muovere il proprio esercito nel territorio siriano.

Non è però così semplice indovinare quale sarà il comportamento dei curdi di Siria: essi rappresentano la seconda comunità dopo quella araba, con circa 2 milioni e mezzo, il 12% dell’intera popolazione. Sono concentrati per lo più in quattro governatorati: al-Hasaka, al-Raqqa, Aleppo e Damasco. Dall’inizio delle rivolte le aree abitate dai curdi sono state le meno toccate dalle violenze. Kamāl Šayḫū, un attivista siriano indipendente, individua due ordini di ragioni, interne ed esterne.

Tra le ragioni interne si può individuare il fatto che il regime cerca di spaccare il fronte dei rivoltosi, allontanando i curdi dai teatri di battaglia e lasciandoli reclamare diritti nazionalistici. Tra le ragioni esterne c’è il fatto che le aree abitate dai curdi sono a ridosso del confine turco, dove fin dall’inizio della rivolta il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha studiato la possibilità di creare una zona di protezione dei civili. La Turchia aveva avvertito il regime che un’escalation delle operazioni militari in quelle zone avrebbe significato accendere una rivoluzione in due Paesi, con i curdi turchi pronti a intervenire a sostegno dei fratelli siriani.

La vera incognita è data dall’atteggiamento curdo nei confronti della rivolta. I curdi non hanno intenzioni separatiste e hanno sempre lottato per uno Stato pluralistico e democratico, senza discriminazioni razziali, religiose o etniche. I coordinamenti della gioventù hanno definito le loro richieste per uno Stato democratico, basato su un patto sociale: affermazione costituzionale di uno Stato multietnico, composto da due etnie principali, arabi e curdi, e il loro riconoscimento dei diritti politici e culturali. Un sistema di governo repubblicano parlamentare che ponga la democrazia a principio base della gestione del governo.

Il mosaico partitico curdo si può sintetizzare in due grandi correnti. Dodici partiti si sono coalizzati nel Consiglio nazionale curdo, che raccoglie la maggioranza delle sue forze politiche. Hanno una linea politica patriottica e rifiutano il dialogo con il regime. L’Unione curda raggruppa la corrente Avvenire curdo, il partito al-Party al-kurdī e il partito Yakītī del Kurdistan. Anche loro rifiutano il dialogo con il regime e si propongono di abbattere il governo di al-Assad.

Vi è poi il Partito dell’unione democratica (PYD) che è stato allontanato dai coordinamenti dalle manifestazioni, perché separatista. Il PYD è di fatto il collegamento siriano con il PKK. È risaputo che il Partito dei lavoratori del Kurdistan non è a favore del regime change siriano, poiché al-Assad na ha sempre sostenuto l’attività. Il presidente della sezione siriana del PKK, Musallam, è tornato in Siria per avviare un’iniziativa controrivoluzionaria sotto la supervisione di Damasco.

I partiti curdi, tre mesi dopo lo scoppio delle violenze in Siria, si erano fatti promotori del dialogo nazionale, che doveva attuarsi tra tutte le componenti del Paese su un piano di parità. In seguito però i diversi partiti curdi si sono ritirati dalle due cornici più importanti dell’opposizione siriana: l’Organismo nazionale per il coordinamento, di sinistra, e il Consiglio nazionale, che comprende i Fratelli musulmani, alleato con la Turchia.

Le forze curde in Siria sono quindi combattute tra una lealtà patriottica, che vuole i curdi parte della nazione araba siriana, e spinte indipendentiste e nazionaliste. La lealtà patriottica prevale, soprattutto negli ambienti intellettuali e nelle élite curde, ma le condizioni possono cambiare al cambiare degli avvenimenti.

La Turchia sta quindi valutando attentamente l’ipotesi di un intervento. Per questo Erdoğan, dopo l’incontro con Barzani, ha allungato la mano alla guerriglia curda, promettendo: “Se loro depongono le armi, la nostra posizione, in qualità di Stato della Repubblica di Turchia, sarà di cessare tutte le operazioni militari. Ma se non lo faranno, interrompere le azioni militari è fuori discussione”.
Fonte:meridianionline

 

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