La Siria di Shady Hamadi


Intervista a cura di Katia Cerratti
Dall’inizio delle proteste in Algeria con la rivolta per l’aumento del prezzo del pane nell’ottobre 2010, il cosiddetto “effetto domino” in pochi mesi si è esteso da un paese arabo all’altro e la primavera araba ha stravolto dittature e dittatori che non hanno esitato a reprimere le proteste…….. . Le violenze sono sfociate spesso in veri e propri orrori, come quello che si sta consumando in Siria dove le recenti manifestazioni anti regime sono state represse con cannoni e bombe a frammentazione provocando 140 morti in un solo giorno. Inguardabili i video amatoriali su youtube. E mentre la comunità internazionale inorridisce, profilandosi anche l’ipotesi di un intervento militare, Bashar Al Assad si complimenta con il suo esercito per aver avuto un comportamento “patriottico”. Abbiamo chiesto al giovane scrittore e giornalista italo siriano, Shady Hamadi, di chiarire alcuni aspetti sui tragici fatti siriani.

Shady, cosa sta succedendo in Siria e come si è arrivati a tanto orrore?

In Siria è in atto una repressione che per modi e violenze crescenti, può essere comparabile ai massacri compiuti ad Hama nel 1982, quando ricordo che l’intera città fu bombardata e 20.000 persone morirono. Siamo arrivati a questo punto perché la politica internazionale non è credibile. Avrebbe infatti potuto fermare già da tempo quello che accade in Siria isolando il paese politicamente e soprattutto economicamente.

Qual è il filo rosso che accomuna i protagonisti della cosiddetta primavera araba e in cosa si differenziano i dimostranti dei vari paesi?

Alcuni popoli arabi hanno scelto di tornare ad essere partecipi della vita politica del mondo arabo e, dalle strade di Tunisi sino a Damasco, l’unica richiesta unanime che accomuna tutti i paesi è la libertà con l’instaurazione di sistemi democratici. Posso dire che finora le dimostrazioni in tutto il mondo arabo sono state pacifiche, tranne in Libia, dove evidentemente se non si fossero impugnate le armi il regime di Gheddafi, come tutti sappiamo, avrebbe massacrato il suo popolo.

Fratelli Musulmani, Hezbollah, Iran. Che ruolo hanno nell’attuale questione siriana?

Hezbollah è ciò che rimane dell’ombra siriana in Libano. Ricordo che con la presidenza di Hafez al-Assad ogni presidente libanese veniva quasi indirettamente legittimato o delegittimato dalla Siria. Un esempio per tutti può essere l’ex premier libanese Lahud che si recava di frequente a Damasco a conferire con Hafez al-Assad. L’Iran è ormai l’alleato di ferro di Damasco, proprio in questo periodo, infatti, sta stanziando soldi e uomini per aiutare il regime siriano in crisi. Se casca la Siria, cascherà l’Iran. I Fratelli Musulmani vengono agitati come spauracchio dal mondo occidentale troppo spesso. Noi qui in Italia e in Siria parliamo, dialoghiamo con loro come fosse un partito, ma saranno i siriani in Siria a scegliere un domani chi li rappresenterà nel loro nuovo governo. E ciò, tengo a sottolineare, non può nascere negli alberghi di Istanbul ma deve essere costruito dai siriani in Siria che stanno morendo sotto le bombe.

“La Siria non è la Libia”, dice la Nato in relazione all’ipotesi di un intervento militare. Cosa la distingue dagli altri paesi arabi coinvolti nelle proteste e cosa potrebbe significare per gli equilibri internazionali una sua eventuale destabilizzazione?

La differenza tra questi due paesi è che in uno, la Libia, c’è il petrolio, in Siria no. Ma in secondo luogo i siriani hanno ripetuto più volte che non vogliono un intervento armato da parte di nessun paese straniero.

Tu hai dichiarato che in Siria è stato commesso lo stesso errore dello shah di Persia: aver occidentalizzato il paese troppo in fretta, tralasciando le libertà civili e politiche delle persone. Perché la democratizzazione deve necessariamente passare per l’occidentalizzazione?

Certamente la democratizzazione non passa per l’occidentalizzazione. Ho inteso che Bashar al-Assad ha aperto il paese all’occidente e ad alcuni suoi usi e costumi. Banalmente sino a 15 anni fa non c’erano discoteche a Damasco come quelle europee, oggi sì. Il benessere però deve camminare insieme alla libertà, se le condizioni di vita migliorano e il paese si apre, necessariamente si vuole più libertà. Se i fiori di queste primavere sbocceranno, il mondo arabo costruirà modelli democratici peculiari a quella che è la sua società.

La Democrazia non si esporta e non si impone, soprattutto in un paese multietnico e multiconfessionale come la Siria. Ma è possibile pensare di realizzarla senza l’aiuto della comunità internazionale?

Serve la solidarietà del mondo intero e l’indignazione che è mancata sino a quando non hanno ammazzato, 2 giorni fa, 140 persone in un giorno. Se continueremo così, con il sostegno internazionale che non si intrometterà nella creazione di nuove basi istituzionali siriane, allora certamente servirà il loro aiuto. Altrimenti l’Iraq ci ha insegnato che cosa sia la democrazia esportata.

In relazione all’ultimo rapporto di Amnesty international sulla Siria che ha denunciato crimini contro l’umanità a Talkalakh, realizzati tra maggio e giugno, tu hai parlato di morti di serie A e morti di serie B. A cosa ti riferisci?

La mia famiglia è di Talkalakh, quindi ho contatti diretti su cosa succede li. A maggio l’esercito siriano ha sferrato un’offensiva su questo villaggio comparabile a quelli di Hama che abbiamo visto qualche giorno fa. Ho parlato di morti di serie A e B perché lo sdegno internazionale doveva arrivare già dagli episodi in questo villaggio, in cui sono stati ammazzati a decine, e non ora quando il carico di orrore è arrivato al culmine. Ricordo che il primo esodo di profughi siriani ancor prima di quelli che sono andati in Turchia, provenivano da quel villaggio che grazie alla sua vicinanza con il Libano ha permesso a molti di scappare.

Torture, violenze e repressioni. A che punto è la questione dei diritti umani in Siria?

E’ da quaranta anni che torturano e reprimono ogni dissenso, è questo terrore che non fa uscire a manifestare molti siriani all’estero e sul quale poggia il regime siriano. Ricordo che in Siria sono già state trovate quattro fosse comuni.

Dall’Iran alla Siria, i social network e il potere della rete hanno dato voce a chi non l’aveva. Il web è riuscito davvero a denunciare quello che spesso i media, o alcuni di essi, hanno tentato di nascondere con quello che tu definisci un velo di silenzio strumentale?

Certo. Facebook, youtube e altre applicazioni stanno aiutando a mostrare quello che accade. Ricordo che in Siria tutto quello che succede lo riusciamo a vedere grazie a coraggiosi ragazzi e ragazze che a rischio della vita girano filmati. Devo dire però che la propaganda del regime, comparabile per intensità e vastità a quella dei fascisti, è riuscita a creare un certo negazionismo. Mi capita spesso di sentire italiani, soprattutto di estrema sinistra, dire che tutta quella massa di video che giornalmente viene mostrata sono montaggi.

Da membro del Comitato siriani in esilio, ma anche da cittadino italiano e da scrittore, quale futuro ti aspetti per la Siria?

Mi auguro una Siria ovviamente libera e democratica, dove finalmente potrò tornare dopo tutti questi anni di esilio. In questo momento siamo davanti ad un bivio. E quello che il regime vuole è portare la guerra civile in Siria. Se agiremo presto e tutti uniti questo non accadrà e i fiori della primavera sbocceranno per le strade della mia Damasco.

Shady Hamadi, giornalista e scrittore, è nato a Milano nel 1988 da madre italiana e padre siriano. Vive a Sesto San Giovanni, studia Scienze Politiche e collabora con varie riviste tra cui Yalla Italia e Reset.
fonte:Arabismo

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