Iraq. Il ritiro occidentale rischia di aprire nuovi vuoti di sicurezza

Aggiornato il 03/10/26 at 03:48 pm

di Shorsh Surme ——–Il progressivo ritiro delle forze occidentali dall’Iraq e dalla Regione del Kurdistan segna una fase delicata per la stabilità dell’intero Medio Oriente. Non si tratta di una semplice riduzione tecnica della presenza militare, ma di un cambiamento politico che rischia di alterare gli equilibri costruiti negli ultimi vent’anni, con conseguenze che potrebbero estendersi ben oltre i confini iracheni.
La decisione delle forze occidentali, in particolare degli Stati Uniti, di ridurre la propria presenza è stata formalmente collegata alla conclusione della missione contro l’ISIS. Tuttavia, la realtà sul terreno presenta un quadro più complesso: l’organizzazione terroristica non è stata eliminata, ma dispersa. Le sue cellule continuano ad agire nelle zone rurali, nelle aree desertiche e nelle regioni contese tra Baghdad ed Erbil.
Il ritiro occidentale rischia di riproporre alcune delle condizioni verificatesi dopo il 2011, quando la fine della presenza militare americana fu seguita da un progressivo deterioramento della sicurezza interna. In quel contesto, l’ISIS trovò lo spazio per riorganizzarsi, espandersi e arrivare alla conquista di Mosul nel 2014. Oggi il timore è che alcune delle condizioni che permisero quella crescita possano tornare a manifestarsi.
La Regione del Kurdistan iracheno è stata in prima linea nella lotta contro l’ISIS. I Peshmerga hanno combattuto pagando un prezzo elevato in vite umane. La loro resistenza ha impedito all’organizzazione di avanzare verso Erbil e ha contribuito alla liberazione di vaste aree dell’Iraq settentrionale.
Nonostante questo contributo, il Kurdistan continua a essere esposto a minacce che vanno oltre il terrorismo: attacchi con droni, missili e artiglieria provenienti da diversi attori regionali che sfruttano l’instabilità irachena per perseguire i propri interessi. In questo scenario, la presenza occidentale ha rappresentato anche un elemento di deterrenza.
Il ritiro avviene inoltre in un momento in cui il sistema politico iracheno presenta ancora profonde fragilità. Numerosi nodi irrisolti, dall’articolo 140 della Costituzione sullo status dei territori contesi alla legge federale su petrolio e gas, fino all’integrazione dei Peshmerga nel sistema di difesa nazionale, continuano ad alimentare le tensioni.
Senza un federalismo pienamente funzionante, ogni crisi di sicurezza rischia di trasformarsi in una crisi politica. E ogni crisi politica in Iraq può assumere rapidamente una dimensione regionale.
Negli ultimi mesi diverse fonti locali e internazionali hanno segnalato attività dell’ISIS nelle province di Kirkuk, Diyala, Salahaddin e nelle aree desertiche dell’Anbar. Non si tratta di un ritorno allo Stato territoriale del 2014, ma del rischio di una riorganizzazione che può sfruttare la debolezza delle istituzioni irachene, le tensioni tra Baghdad ed Erbil, la riduzione del supporto occidentale e la crescente influenza degli attori regionali.
In questo contesto, il ritiro occidentale potrebbe essere interpretato dall’ISIS come un’opportunità per ampliare nuovamente i propri margini operativi.