Libia, il Paese torna al centro della competizione strategica tra Stati Uniti e Russia

Aggiornato il 01/10/26 at 06:24 pm

di Shorsh Surme ——– Il limitato coinvolgimento degli Stati Uniti nella crisi libica dopo il 2011 non va interpretato come disinteresse, ma come parte di una più ampia strategia di burden sharing con gli alleati europei. Washington ha sostenuto l’intervento NATO contro Gheddafi fornendo intelligence, logistica e copertura politica, ma ha evitato di assumere la guida dell’operazione.
L’attentato al consolato di Bengasi nel 2012 ha accelerato un processo già in corso: la volontà americana di ridurre l’esposizione diretta in contesti instabili nei quali gli interessi vitali non erano immediatamente minacciati. Da Obama a Trump, la linea è rimasta coerente: lasciare agli europei la gestione del dossier libico, mantenendo però canali aperti con tutti gli attori rilevanti, incluso Khalifa Haftar.
Questa ambivalenza, riconoscimento formale del GNA e dialogo parallelo con Haftar, riflette un approccio pragmatico: Washington ha cercato di preservare margini di manovra in un contesto fluido, evitando di legarsi a un’unica parte.
Il cambio di rotta americano non nasce da un improvviso interesse per la Libia, ma dalla percezione che la Russia stia utilizzando il Paese come piattaforma per espandere la propria influenza nel Mediterraneo centrale e nel Nord Africa.
Tre elementi hanno contribuito a questa valutazione. Il primo riguarda la proiezione militare russa: il trasferimento di caccia MiG-29 e Su-24 dalla Siria alla base di Jufra indica un tentativo di consolidare una presenza aerea permanente. Il secondo è rappresentato dall’utilizzo di proxy militari: il Gruppo Wagner consente a Mosca di operare con flessibilità, riducendo i costi politici e ampliando la capacità di influenza sul terreno. Il terzo riguarda l’accesso alle coste libiche: una presenza russa stabile nel Golfo della Sirte altererebbe gli equilibri navali nel Mediterraneo, incidendo sulla sicurezza europea e sulle rotte energetiche.
Per Washington, questo scenario rappresenta una linea rossa strategica, perché la Libia offre alla Russia ciò che ha cercato per decenni: un punto d’appoggio nel Mediterraneo meridionale, complementare alla base di Tartus in Siria.
Mosca continua a negare il proprio coinvolgimento diretto, ma la sua narrativa si fonda su tre pilastri. Il primo è rappresentato dai legami storici con la Libia, dalla cooperazione militare con Gheddafi alla presenza economica nel settore energetico. Il secondo riguarda la legittimità dell’intervento: la Russia sostiene di avere interessi legittimi nel Paese, in linea con la sua politica africana. Il terzo è il ruolo di bilanciamento: Mosca si presenta come un attore capace di contenere l’influenza occidentale e di offrire alternative ai governi regionali.
Questa narrativa è funzionale a un obiettivo più ampio: consolidare una presenza nel Mediterraneo che permetta alla Russia di influenzare le dinamiche europee, energetiche e migratorie.
Le evacuazioni dei mercenari Wagner da Bani Walid e il trasferimento di assetti militari verso Jufra indicano che la Russia sta costruendo un’architettura di presenza flessibile, basata su corridoi logistici tra Siria e Libia, basi aeree e punti di rifornimento nel Fezzan e nella Sirte e forze proxy capaci di operare senza vincoli politici.
Questa architettura non mira solo a influenzare il conflitto libico, ma a creare un sistema di proiezione regionale che colleghi Mediterraneo, Sahel e Mar Rosso.