Iraq. Il ritiro americano e la sfida della sicurezza del Kurdistan

Aggiornato il 30/09/26 at 06:20 pm

di Shorsh Surme ———-Il 30 settembre segna molto più della fine formale della missione della coalizione internazionale in Iraq. Segna l’inizio di una fase nuova e delicata: gli Stati Uniti si ritirano, ma il vuoto che lasciano non è un dettaglio tecnico. È un fatto politico. E in Medio Oriente i vuoti non restano vuoti a lungo.
Washington insiste sul fatto che la decisione non sia legata all’attuale confronto con l’Iran. È vero: gli accordi sul ritiro erano già stati definiti. Ma la politica non vive nel vuoto e la domanda che oggi domina la scena è semplice e brutale: il contesto di sicurezza su cui si basava quella decisione esiste ancora?
Per capirlo, basta ricordare il 2011. Gli Stati Uniti se ne andarono e l’ISIS non arrivò il giorno dopo. Ma arrivò. Perché lo Stato iracheno si indebolì, le crisi politiche esplosero, le divisioni settarie si ampliarono. Tre anni dopo, Mosul cadde e un terzo del Paese finì nelle mani dell’organizzazione. Non fu un destino inevitabile, ma fu il risultato di un vuoto di sicurezza che nessuno seppe colmare.
Oggi l’ISIS non è più la minaccia del 2014. Ma la lezione resta valida: il ritiro militare non è mai solo un ritiro. È un test sulla solidità del sistema politico che rimane.
Ed è qui che il Kurdistan diventa decisivo.
Il rapporto tra Stati Uniti e Kurdistan non nasce nel 2003, ma nel 1991, quando Washington impose la no-fly zone e permise alla società curda di sopravvivere, riorganizzarsi e costruire istituzioni. Quando il nuovo Iraq nacque nel 2003, il Kurdistan non entrò come spettatore: entrò come cofondatore. Partecipò alla scrittura della ostituzione, alla definizione del federalismo, alla costruzione del nuovo sistema.
Eppure, vent’anni dopo, quel sistema è ancora incompleto. L’articolo 140 è sospeso. La legge federale su petrolio e gas non esiste. Lo status dei Peshmerga è ancora oggetto di negoziati infiniti.
Non sono dettagli tecnici: sono le fondamenta del federalismo iracheno. E se le fondamenta sono instabili, l’intero edificio politico è instabile.
Gli Stati Uniti non possono ignorarlo. Non perché debbano “risolvere” le controversie irachene – quello è compito delle istituzioni irachene – ma perché furono la potenza che contribuì a costruire quel sistema. E la stabilità del sistema che si è contribuito a creare non è mai una questione secondaria.
Poi è arrivata la guerra contro l’ISIS. I Peshmerga hanno combattuto in prima linea, hanno fermato l’avanzata dell’organizzazione e hanno pagato un prezzo altissimo: migliaia di martiri e feriti. Hanno difeso il Kurdistan, ma anche l’Iraq e la regione.
Oggi, però, la minaccia è diversa. Dal 2016, il Kurdistan è stato bersaglio di centinaia di attacchi con droni, missili e artiglieria. Non ha partecipato alla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, ma ne ha pagato il prezzo più alto. Erbil è diventata un bersaglio sistematico.
In questo contesto, la domanda del primo ministro Masrour Barzani è legittima e politica: se gli Stati Uniti riducono la loro presenza mentre il Kurdistan è esposto alle minacce missilistiche e ai droni, chi garantirà la deterrenza?
Il problema non è chiedere agli Stati Uniti di restare per sempre. Il problema è capire come se ne vanno e cosa lasciano.