Medio Oriente e Nord Africa, il costo crescente dei conflitti: crisi umanitaria ed economica senza precedenti. Guerre prolungate, instabilità regionale e interventi internazionali aggravano un quadro già drammatico tra distruzione, recessione e milioni di sfollati.

Aggiornato il 30/04/26 at 08:51 pm

di Shorsh Surme –—–Negli ultimi due decenni, il Nord Africa e l’Asia occidentale hanno assistito a un’ondata senza precedenti di conflitti ed escalation militari. Guerre in corso o in intensificazione, come in Libia, Sudan, Yemen, nei territori palestinesi (Gaza e Cisgiordania), in Siria e in Libano, si intrecciano con interventi diretti e indiretti di Iran, Stati Uniti e Israele. Un’altra guerra in Iran e nelle aree circostanti aggraverebbe ulteriormente questo quadro.
È importante sottolineare che le perdite e i costi associati a tali sviluppi non sono inclusi nelle stime qui riportate, poiché gli eventi sono ancora in corso e i dati restano incompleti o non documentati.
Gli effetti di questi conflitti si estendono agli Stati del Golfo, alla Giordania e all’Iraq, soprattutto attraverso i flussi di rifugiati, ma anche all’Egitto e al Nord Africa, con ripercussioni sui prezzi del petrolio e sulla sicurezza regionale. Le conseguenze umane ed economiche sono devastanti: milioni di morti e sfollati, economie al collasso, scambi commerciali interrotti e infrastrutture ridotte in macerie.
Le Nazioni Unite hanno avvertito che i conflitti nel solo Medio Oriente costano all’economia globale quasi un miliardo di dollari al giorno. Le interruzioni umanitarie e commerciali, insieme ai blackout, aggravano ulteriormente la situazione. Valutazioni recenti della Banca Mondiale, dell’UNCTAD, dell’ESCWA e di altre istituzioni indicano che la ricostruzione sarà un processo lungo, complesso ed estremamente oneroso.
Le guerre provocano distruzioni fisiche dirette, ma anche perdite indirette di portata catastrofica. Il costo umano resta tuttavia l’aspetto più devastante. A Gaza, dall’ottobre 2023, più di 55.000 palestinesi sono stati uccisi e oltre 100.000 feriti. Anche la Cisgiordania registra un aumento costante delle vittime, mentre la popolazione vive in condizioni di povertà multidimensionale. In Libano, l’escalation tra Israele e Hezbollah tra il 2023 e il 2024 ha causato oltre 3.000 morti e 1,4 milioni di sfollati.
La guerra civile in Sudan, iniziata nell’aprile 2023, ha provocato circa 150.000 morti e lo sfollamento di 12-14 milioni di persone, generando la più grande crisi alimentare al mondo, che colpisce 30 milioni di individui. In Siria, il conflitto prolungato ha causato centinaia di migliaia di vittime, mentre la guerra in Yemen, iniziata nel 2015, ha portato il Paese sull’orlo della carestia e ha provocato sfollamenti di massa. In Libia, gli scontri intermittenti in corso dal 2011 continuano a causare sofferenze diffuse a causa della violenza delle milizie e dell’instabilità politica.
Nel complesso, oltre 58 milioni di persone nella regione necessitano di assistenza umanitaria, mentre gli appelli internazionali risultano gravemente sottofinanziati. Il piano di sviluppo yemenita per il 2025, ad esempio, ha ricevuto solo il 19 per cento dei fondi richiesti.
Oltre al costo umano, la guerra ha effetti economici profondi. L’economia di Gaza si è contratta tra l’83 per cento e l’87 per cento tra il 2023 e il 2024, con un PIL pro capite sceso a 161 dollari. In Cisgiordania, il PIL si è ridotto del 17 per cento. In Sudan, se il conflitto continuerà, l’economia potrebbe contrarsi del 32 per cento e del 42 per cento rispetto ai livelli del 2022 entro la fine del 2025; le perdite hanno già superato i 26 miliardi di dollari e il settore manifatturiero è crollato di oltre il 50 per cento.
In Yemen, il PIL reale pro capite è diminuito del 58 per cento dal 2015, con un ulteriore calo previsto dell’1,5 per cento entro il 2025 a causa del blocco delle esportazioni petrolifere. In Libano, il PIL si è contratto del 7,1 per cento nel 2024, contribuendo a un calo cumulativo di circa il 40 per cento dal 2019. In Siria, il PIL nominale è passato da 67,5 miliardi di dollari nel 2011 a circa 21,4 miliardi nel 2024, mentre il PIL reale è diminuito del 53 per cento tra il 2010 e il 2022. In Libia, i costi cumulativi del conflitto dal 2011 hanno superato i 576 miliardi di dollari e potrebbero aumentare di altri 462 miliardi entro il 2025 se non verrà raggiunta una soluzione politica.
Alla recessione economica si affianca una distruzione materiale altrettanto grave. In Siria, le perdite materiali ammontano a 108 miliardi di dollari, pari a un terzo del capitale prebellico, con le infrastrutture come settore più colpito, pari a 52 miliardi, seguite dagli edifici residenziali, pari a 33 miliardi, e da quelli non residenziali, pari a 23 miliardi. In Libano, i danni strutturali ammontano a 6,8 miliardi di dollari, concentrati soprattutto nel settore residenziale, pari a 4,6 miliardi.
A Gaza, la distruzione è diffusa: abitazioni, ospedali, scuole, strade e reti idriche e fognarie sono stati gravemente danneggiati; tra l’80 per cento e il 90 per cento degli edifici risulta distrutto o inagibile. Le perdite indirette includono il crollo della produttività, l’interruzione del commercio e la perdita di capitale umano, aggravata dalla sospensione dell’istruzione per milioni di bambini e dal collasso del sistema sanitario. In Sudan, le autorità stimano perdite per 11 miliardi di dollari nel solo settore sanitario, aggravate da saccheggi e vandalismi.
La guerra genera anche costi immateriali che amplificano le crisi: degrado ambientale, come le fuoriuscite di petrolio in Libia o il collasso del settore agricolo in Sudan e Yemen, disgregazione sociale, con erosione della fiducia e cicli di vendetta, ed effetti regionali indiretti. Gli Stati del Golfo affrontano forti fluttuazioni dei prezzi dell’energia e un calo delle rimesse; Giordania e Iraq ospitano milioni di rifugiati, con un impatto pesante sui bilanci pubblici. Le interruzioni del trasporto marittimo nel Mar Rosso e le potenziali minacce allo Stretto di Hormuz hanno fatto aumentare i prezzi del petrolio, con il Brent che ha superato temporaneamente gli 80 e 83 dollari al barile durante le recenti escalation, con effetti a catena su numerosi settori economici.