Strage ad Ankara, bombe sulla sinistra filo-kurda


di Giuseppe Acconcia

Turchia. Almeno 86 morti e 186 feriti. Censurate immagini e social network. Demirtas: «Il partito di Erdogan ha le mani sporche di sangue» Almeno ottan­ta­sei vit­time e 186 feriti rac­con­tano una strage……. La terza in quat­tro mesi a dila­niare la Tur­chia. E tutto que­sto solo per un cal­colo poli­tico: il voto del pros­simo novem­bre. Ma in verità c’è qual­cosa di più. Il soste­gno che le auto­rità tur­che hanno assi­cu­rato ai jiha­di­sti di Isis in Siria è chia­ra­mente sfug­gito loro di mano. Ora i ter­ro­ri­sti che sono in Tur­chia pos­sono fare quello che vogliono: anche col­pire nella capi­tale per ven­di­carsi dei raid russi in Siria. Guar­dando le imma­gini della strage di Ankara che sono state cen­su­rate dalle auto­rità tur­che, insieme a blog, Twit­ter e Face­book di chi ha pro­vato a dif­fon­derle (sono mesi che i kurdi denun­ciano le policy filo-Ankara dei grandi social net­work), tor­niamo al cin­que giu­gno scorso quando era­vamo al grande comi­zio del lea­der cari­sma­tico della sini­stra filo-kurda (Hdp), Sala­het­tin Demir­tas, e due bombe sono esplose a pochi metri da noi ucci­dendo quat­tro per­sone nel quar­tiere Stadio. La logica era quella cri­mi­nale del duplice atten­tato per col­pire il più alto numero di per­sone pos­si­bile che restano spesso coin­volte dalla seconda esplo­sione men­tre ten­tano di fug­gire. Ad Ankara è suc­cesso lo stesso. Scene di panico e san­gue dovun­que hanno coperto gli stri­scioni della pace della piat­ta­forma che include Hdp orga­niz­zata anche da par­titi ed espo­nenti della società civile a due passi dalla sta­zione fer­ro­via­ria. «Ho sen­tito una prima grande esplo­sione e ho cer­cato di coprirmi men­tre le fine­stre dell’edificio vicino a me anda­vano in fran­tumi», ha rac­con­tato un testimone. «La gente intorno a me gri­dava e pian­geva. Sen­tivo un inteso odore di fumo», ha aggiunto Ahmet Onen. Bulent Tek­de­mir, pre­sente al momento delle esplo­sioni, ha ammesso che la poli­zia ha imme­dia­ta­mente lan­ciato gas lacri­mo­geni e non «ha per­messo alle ambu­lanze di rac­co­gliere i primi feriti». Il pre­mier Ahmet Davu­to­glu ha par­lato di «indizi seri» a carico di due kami­kaze. E così anche quest’occasione è ser­vita per con­ti­nuare a cen­su­rare i media. Dopo l’aggressione ad Ahmed Hakan, il noto gior­na­li­sta di Hur­riyet col­pito da soste­ni­tori di Akp, lo scorso venerdì. Bulent Kenes, diret­tore del gior­nale di oppo­si­zione Zaman, è stato arre­stato per un tweet cri­tico nei con­fronti di Erdo­gan. Anche l’ex pre­si­dente Abdul­lah Gul aveva denun­ciato la pres­sione che gli isla­mi­sti mode­rati stanno eser­ci­tando sui media tur­chi. La richie­sta dei mani­fe­stanti di Ankara era anche di met­tere fine alle vio­lenze e agli attac­chi con­tro il par­tito dei lavo­ra­tori del Kur­di­stan (Pkk), avviati lo scorso 24 luglio in una cam­pa­gna uffi­cial­mente anti-Isis, che ha invece pro­vo­cato cen­ti­naia di vit­time tra i kurdi in Tur­chia e Iraq. Il par­tito di Oca­lan in una nota ha annun­ciato un ces­sate il fuoco uni­la­te­rale in vista del voto. Addu­cendo ragioni di sicu­rezza, la Com­mis­sione elet­to­rale aveva pro­ce­duto a con­te­state revi­sioni nella distri­bu­zione dei seggi che ren­de­ranno più dif­fi­cile per i kurdi delle città dove vige il copri­fuoco di recarsi alle urne. Erdo­gan ha strap­pato i dieci punti della dichia­ra­zione di Dol­ma­ba­hce, annun­ciata alla vigi­lia del voto di giu­gno, che voleva met­tere fine al con­flitto tra Ankara e Pkk e chiu­dere la sta­gione della lotta armata. Pun­tando su con­ti­nue pro­vo­ca­zioni, il par­tito di Erdo­gan è arri­vato alle par­la­men­tari della scorsa estate in un’atmosfera incan­de­scente che è andata avanti per mesi in seguito al fal­li­mento dei col­lo­qui per la for­ma­zione di un governo di unità nazionale. Il ten­ta­tivo è dera­gliato per la mani­fe­sta avver­sione a qual­siasi com­pro­messo di Akp, come con­fer­mato dal lea­der del par­tito repub­bli­cano (Chp), il kema­li­sta Kilic­da­ro­glu. «Un grande mas­sa­cro», ha defi­nito il lea­der di Hdp, Demir­tas, il duplice attacco di ieri. Il poli­tico che ha por­tato per la prima volta la sini­stra filo-kurda in par­la­mento non ha dubbi: «Il par­tito di Erdo­gan ha le mani spor­che di san­gue». «Alcuni poli­ziotti hanno attac­cato chi soc­cor­reva i feriti e le vit­time», ha aggiunto. Solo poche set­ti­mane fa, decine di sedi di Hdp sono state date alle fiamme da soste­ni­tori di Akp. «Ci vogliono far tacere, ma noi con­ti­nue­remo la nostra lotta paci­fica», ha con­cluso il politico. In Tur­chia è in corso una tem­pe­sta per­fetta che apre la strada al ter­ro­ri­smo isla­mi­sta, come è avve­nuto con gli attac­chi al Con­so­lato Usa della scorsa estate. Erdo­gan è sem­pre più iso­lato. Da una parte, Washing­ton ha assi­cu­rato con non poche remore il suo sup­porto al piano per la for­ma­zione di safe-zone tur­che in Siria, dall’altra, Mosca, vio­lando lo spa­zio aereo turco con i recenti raid in ter­ri­to­rio siriano, ha mostrato una certa disaf­fe­zione per le ambi­gue poli­ti­che degli isla­mi­sti mode­rati tur­chi nei con­fronti dello Stato isla­mico. Dopo l’attentato di ieri, le auto­rità russe hanno subito richia­mato Ankara alle sue respon­sa­bi­lità chie­dendo di «con­so­li­dare gli sforzi per com­bat­tere il ter­ro­ri­smo e abban­do­nare inte­ressi oppor­tu­ni­stici». Un chiaro rife­ri­mento al soste­gno di Akp ai jiha­di­sti e con­tro i raid russi in Siria. Tutto que­sto men­tre sale la ten­sione per i respin­gi­menti di pro­fu­ghi siriani che rag­giun­gono la Tur­chia sia per sta­bi­lirsi (quasi due milioni di siriani vivono in Tur­chia in seguito alla guerra civile) sia per andare in Europa. Il ten­ta­tivo di con­qui­stare il voto degli ultra­na­zio­na­li­sti ha spinto Erdo­gan anche a tro­vare un accordo con l’Ue con un piano di azione con­giunto che di fatto per­met­terà ad Ankara di respin­gere i pro­fu­ghi e sigil­lare le fron­tiere come sta già facendo. fonte:il manifesto

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