Iraq, gli sfollati del Kurdistan: testimonianza da Erbil


In Iraq, mentre continuano a imperversare le violenze, la situazione di migliaia di sfollati, cacciati dalle loro città dai jihadisti dello Stato Islamico, si fa sempre più pesante, nonostante gli aiuti. Nel Kurdistan iracheno, tanti sono i rifugiat…. i cristiani che hanno perso tutto e che non riescono a vedere più un futuro. Della situazione Luca Collodi ha parlato con Giacomo Fiordi, responsabile della Fondazione Avsi nella città di Erbil:
R. – Erbil è la città nella quale è garantita una sicurezza. Per cui, molti profughi sono scappati lì perché riescono a vivere in pace, nonostante si trovino in una situazione in cui hanno perso tutto… E grazie a questa sicurezza, anche per noi operatori è possibile poter lavorare ed operare.
D. – Cos’è il sedicente Stato Islamico secondo la vostra esperienza, stando sul campo?
R. – Parlando un po’ con i profughi, che con queste persone dell’Is hanno avuto a che fare – sono stati cacciati proprio dai miliziani dell’Is – mi è stato detto che molte di queste persone combattono per ideologia, ma una parte invece lo fa solo per soldi. Molti dei luoghi dai quali i profughi sono stati cacciati sono luoghi di cui queste persone si impossessano e sui quali lucrano.
D. – A Erbil molti profughi sono cristiani…
R. – Sì, a Erbil c’è una grossa componente di profughi cristiani, scappati lì anche perché in questa città esiste da sempre un quartiere totalmente cristiano, chiamato “Ainkawa”. I cristiani hanno quindi avuto la possibilità di andare lì perché potevano essere accolti.
D. – L’esodo dei cristiani si è fermato in questi ultimi mesi o continua?
R. – C’è stato un piccolo rallentamento del numero dei profughi negli ultimi due-tre mesi. Invece, secondo le stime dell’Oim, l’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni, nei prossimi mesi ci sarà probabilmente una nuova ondata di profughi, in quanto il governo di Baghdad lancerà un’offensiva contro l’Is nel Sud del Paese.
D. – In particolare vi state dedicando ai bambini…
R. – Sì, noi riteniamo che l’educazione sia sicuramente uno dei fattori rilevanti del nostro lavoro. Per cui, quando è nato questo incontro con le suore domenicane irachene, abbiamo avuto la possibilità di lavorare proprio sull’educazione con l’apertura di un asilo nella zona limitrofa alla città di Erbil, dove si trovano circa 130 bambini. Ma la cosa molto importante è il fatto di poter dare ai bambini uno spazio protetto dove poter tornare a studiare, giocare, fare “i bambini” insomma! Purtroppo, le famiglie dei profughi si trovano tutte senza lavoro … Ovviamente, aprendo l’asilo non si riesce ad aiutare e a trovare lavoro ai genitori, se non per le ottime insegnanti che abbiamo assunto per il nostro asilo: anche loro sono mamme profughe e per il lavoro che svolgono ricevono uno stipendio grazie al quale riescono ad andare avanti.
D. – La situazione sociale e politica in Iraq qual è?
R. – Attualmente si può dire che tutta la zona nel Nord-Ovest dell’Iraq, al confine con la Siria, è in mano ai terroristi dell’Is. Poi nel Nord e nel Nord-Est esiste la regione autonoma del Kurdistan in cui è garantita la sicurezza. E poi c’è il Sud – la parte di Baghdad e di Bassora – che è in mano al governo iracheno; però anche nel Sud l’Is ha conquistato le città di Ramadi e Fallujah, molto vicine a Baghdad. Esistono quindi queste tre entità in Iraq, ragione per cui si può dire che il Paese si sta dividendo in tre Stati.
http://it.radiovaticana.va/news/2015/08/30/iraq,_gli_sfollati_dimenticati_del_kurdistan/1167805

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