Prudenza e progresso, il Kurdistan illuminato di Massoud Barzani


di Mario Sommossa

Tra i leader medio-orientali, uno emerge per prudenza ed intelligenza politica: Massoud Barzani, il Presidente della Regione Curda dell’Irak. Intervistato, pochi mesi fa, da un giornalista occidentale che gli domandava dove fosse finito il sogno curdo di essere Stato indipendente, rispose: “Noi riconosciamo come nostra la Costituzione irachena…. che stabilisce essere il Kurdistan una regione federata dello Stato con capitale Baghdad. Niente puo’ impedirci di sognare l’indipendenza, ma noi rispettiamo la nostra Costituzione.”
Ben conscio dell’ostilità’ internazionale e soprattutto dei Paesi confinanti all’ipotesi di una creazione di uno Stato Curdo, tranquillizzava con quelle parole chi temesse una sua politica indirizzata alla secessione, ma, contemporaneamente, si sottraeva agli attacchi di nazionalisti interni che l’avrebbero attaccato se avesse del tutto dimenticato l’aspirazione che la maggior parte dei curdi, ancora oggi, nutre in cuor suo.
Pur prudente e attento alle sensibilità interne e internazionali, a Barzani non mancano gli ostacoli che, ogni giorno, potrebbero intralciare il cammino della sua Regione. Un cammino intrapreso a grande velocita’ verso lo sviluppo economico. In meno di dieci anni, infatti, il Kurdistan iracheno è diventato irriconoscibile: da zona distrutta dalle guerre continue contro Saddam Hussein è, oggi, un Paese ricco, pieno di costruzioni pubbliche e private già realizzate e altre in costruzione. Sono rinate le Università pubbliche accanto a nuove private, ci sono nuovi ospedali, sono stati ricostruiti interi villaggi distrutti dai soldati Saddam, le città sono piene di autovetture nuove e costose e ovunque, vicino a ristoranti di vario livello, sono aperti numerosi e ben forniti centri commerciali. Le aziende straniere arrivano in massa e, tra le italiane, più di ottanta hanno aperto uffici o branch locali. Da gennaio, poi, nonostante l’ostilità’ di Baghdad, è cominciato il pompaggio di petrolio verso la Turchia attraverso una pipe-line appena realizzata che collega direttamente il Kurdistan col Paese confinante. Una uguale per il gas è già in costruzione.
Un paradiso, dunque?
Purtroppo, nonostante l’abilita’ e l’intelligenza di Barzani e dei suoi collaboratori, come abbiamo detto, i problemi non mancano.
Il Governo Regionale (KRG) sta lavorando ad interim da più di tre mesi, perché i partiti che dovrebbero comporre la nuova maggioranza non trovano un accordo. Nel 2004 i capi delle due maggiori forze politiche, Barzani per il Partito Democratico del Kurdistan (PDK) e Talabani per l’Unione Patriottica del Kurdistan (UPK) avevano deciso di governare insieme, dividendosi competenze e poteri: la Presidenza regionale sarebbe spettata al PDK mentre Talabani sarebbe stato il candidato curdo per la Presidenza dell’intero Irak (cosa poi realizzatasi). La carica di Primo Ministro sarebbe stata assegnata a tempo, con un’alternanza tra un partito e l’altro che, nel frattempo, avrebbe ottenuto quella di vice. I vari ministeri, poi, sarebbero stati distribuiti secondo il loro peso specifico, salvaguardando però alcuni posti per i partiti minori: il cristiano e gli islamici (moderati).
L’accordo ha funzionato per qualche anno ma, in seguito, l’assenza frequente di Talabani, impegnato a Baghdad, le sue precarie condizioni di salute, la gestione della moglie Hero, patriota e peshmerga ma un po’ autoritaria, e il premere di nuove leve giovanili, ha favorito i dissensi interni all’UPK fino a che Nawsherwan Mustafa, vecchio sodale di Jalal Talabani, è uscito dal partito fondandone uno nuovo, Goran (= Cambio). Il nuovo partito si è immediatamente affermato come un’alternativa attraente per molti elettori diventando, alle ultime elezioni regionali, il secondo partito in termini di consenso e superando lo stesso UPK. Dopo la scorsa legislatura, in cui Goran è rimasto all’opposizione, ora pretende, comprensibilmente, di prendere il posto dell’UPK negli accordi di Governo. Barzani, un po’ per lealtà verso Talabani, un po’ perché conscio delle conseguenze conflittuali che nascerebbero dentro lo stesso Kurdistan con questa soluzione, cerca da mesi, tramite il cugino Nechirvan (da tutti considerato un ottimo primo ministro e destinato al reincarico) di trovare una soluzione che accontenti entrambi i partiti. Il dissidio riguarda soprattutto le posizioni di Vice Primo Ministro e di Presidente del locale Parlamento poiché entrambi vedono in queste posizioni sia il prestigio e la visibilità che ne deriverebbero sia la possibilità di meglio “nutrire” le proprie clientele.
La questione è ancora più complicata dal fatto che l’assenza di Talabani (si dice sia ricoverato in Germania da più di un anno e qualcuno dubita persino del suo ritorno) ha creato dentro lo stesso UPK un’ulteriore divisione in tre cordate che fanno capo, rispettivamente, a Hero Talabani (moglie del Presidente), a Barham Salih (già primo ministro della Regione) e a Rasul Kosrat (già Vice Presidente Regionale). Il congresso del partito, già programmato per la prima settimana di Febbraio, al 30 Gennaio era ancora in forse, soggetto ad un possibile slittamento chiesto, sottovoce, da tutti i tre contendenti timorosi di contarsi, ma preteso a gran voce dalla base e dai giovani del partito.
Naturalmente, i conflitti interni alla Regione Curda sono seguiti con attenzione, se non addirittura alimentati, dai Paesi confinanti e dalla stessa Baghdad.
Al Maliki, primo ministro iracheno, punta ad arrivare alle elezioni nazionali di aprile con i curdi divisi tra loro per potersi garantire, dopo il proprio successo elettorale, probabile ma parziale, negoziazioni più facili con chi sarà l’unica vera controparte e probabile alleato nella sua maggioranza.
La Turchia, nella sua lotta per l’egemonia sull’area, vuole continuare a salvaguardare l’intesa con i curdi-iracheni sia per controllare meglio i curdi di Turchia e Siria sia per indebolire il governo, non amico, di Baghdad. Per farlo senza rischi necessità però a Erbil di un Governo stabile ma non troppo forte affinché non diventi, un domani, un fattore di disturbo per se e di attrazione per i curdi di Turchia.
L’Iran, anche in funzione anti-turca e per compensare l’approccio filo-Ankara di Barzani, non può che gioire delle fratture interne per combattere, dall’interno dello stesso Kurdistan, le pretese turche e rendere impossibile la creazione di uno Stato Curdo.
In tutto questo quadro, complesso e contradditorio come sempre in quella regione, vengono ad aggiungersi i problemi creati dall’enorme arrivo di profughi, spinti in quella zona dalla ricchezza crescente e, soprattutto, dall’assenza di terrorismo. Dalla Siria sono arrivati in 230.000, di cui il 90% curdi e i restanti arabi siriani; dal resto dell’Iraq 50.000 sono i cristiani che lì han trovato rifugio e almeno 250.000 sono gli arabi iracheni desiderosi di sottrarsi alle decine di attentati quotidiani delle loro città. Tra questi ultimi anche i profughi recentemente arrivati da Ramadi e Falluja oramai in preda ad una vera e propria guerra a tre, dove l’esercito iracheno combatte contro guerriglieri organizzati di Al Qaida e contro i sunniti delle tribù locali mentre questi ultimi combattono contro entrambi. Un totale di più di mezzo milione di “desplazados” su una popolazione di soli quattro milioni e ottocentomila. I curdi locali affrontano queste “invasioni” al meglio delle loro possibilità e, finora, han saputo integrare tutti quelli che era possibile integrare e ospitare tutti gli altri.
Tuttavia, in tutto il quadro sopra esposto ciò che manca, o non è ancora sufficiente, è l’attenzione della comunità internazionale verso il ruolo benefico e moderatore che Barzani e i suoi collaboratori stanno svolgendo e molto di più potrebbero svolgere per la stabilizzazione dell’intera area.
Massoud Barzani, invitato a Davos, è stato apprezzato da tutti i presenti e molti di loro hanno voluto approfondirne la conoscenza rimanendone favorevolmente colpiti. Oggi, dovremmo domandarci perché anche la piccola Regione curdo-irachena, di là dalle paure dei Paesi che la circondano, non sia ancora stata chiamata a dare il proprio contributo alla soluzione della crisi di tutta l’area, soprattutto considerando le grandi capacità diplomatiche e di moderazione dimostrate dai suoi leader in tutte le situazioni fin qui affrontate.
fonte:voce della Russia
 

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