Shorsh Surme “In Siria la situazione è esplosiva. L’Occidente sta a guardare”

intervista di Walter Gianno
Siria, Iraq, Iran, Kurdistan… Ogni giorno, su queste terre la cronaca – spesso deficitaria – dà notizia di attentati, stragi, minacce e diritti umani calpestati. Per approfondire quanto sta succedendo, intervista al giornalista Shorsh Surme, direttore del primo portale curdo in Italia. Siria, Iraq, Iran, Kurdistan… Ogni giorno, su queste terre dove nacquero le basi della cultura di gran parte dell’umanità, la cronaca – spesso deficitaria – dà notizia di attentati, stragi, minacce e diritti umani calpestati. Dove le potenze occidentali – nel corso della storia – sono sovente intervenute con la forza per tentare di stabilire un equilibrio più per vantaggio proprio che per reale spirito umanitario.
Per approfondire al meglio ciò che sta succedendo da quelle parti, ho intervistato il giornalista curdo Shorsh Surme. Nato nel 1961 ad Arbil, nel Kurdistan dell’Iraq, ha vissuto in patria il destino delle famiglie dei perseguitati politici. Diciotto anni fa si è trasferito in Italia, dove oggi lavora come giornalista per diverse testate nazionali ed internazionali. È il direttore del primo portale curdo in Italia www.panoramakurdo.it.
– Cominciamo dalla Siria dove non si arresta purtroppo la carneficina. I media sporadicamente accendono i riflettori. Perché non se ne parla come meriterebbe?
“Purtroppo in Siria continua la carneficina. Solo in questi ultimi giorni i morti sono stati 389. Donne, bambini e anziani. La città maggiormente colpita è Aleppo, la seconda più popolata della Siria, ormai diventata un cimitero a cielo aperto. Qui convivono da secoli, arabi, curdi, armeni, circassi e turchi. Aleppo, inoltre, con 300 mila cristiani di dieci diverse confessioni, è la terza maggiore città cristiana del mondo arabo, dopo Beirut e Il Cairo.
La crisi siriana è esplosiva da tutti i punti di vista. La comunità Internazionale, in primis l’Occidente, ha lasciato marcire la situazione, senza intervenire per ragioni umanitarie. Il diritto dell’ingerenza umanitaria indica azioni, anche a carattere militare, condotte all’interno di uno Stato sovrano, con l’esclusiva finalità di proteggere popolazioni civili, vittime di gravi e prolungate violazioni dei loro diritti umani, cosa che non è stato fatto in nome della realpolitik.
Ora, con quattro milioni di rifugiati all’interno della Siria, con un milione e 300 mila rifugiati che attualmente si trovano in Turchia, in Kurdistan dell’Iraq, in Giornadia e in Libano, in un Paese distrutto al 65%, la comunità internazionale ed europea non può più esimersi dal trovare urgenti e concrete soluzioni per la salvaguardia dei diritti umani. Ma soprattutto occorre convincere la Russia di Putin e la Cina a non appogiare più il regime dittattoriale di Assad, responsabile del massacro della popolazione siriana”.
– Provocazione: se la Siria fosse stata ricca di petrolio, l’atteggiamento occidentale sarebbe stato lo stesso?
“Non è solo per la questione del petrolio. La Siria ha una posizione geografica strategica importante, confina con la Turchia, membro della Nato, con Israele, nemico del mondo arabo. Secondo il mio modesto parere, l’Occidente e gli Stati Uniti non interverranno fino a quando non troverano un sostituto di Assad, che possa garantire la pace con Israele e che non sia amico dell’Iran e degli hezbollah libanesi”.
– Anche in Iraq le bombe non finiscono di spargere sangue sulle strade. L’intervento militare del 2003 è da considerarsi inutile? Diretta conseguenza dell’instabilità odierna?
“Inutile direi di no. Proprio il 9 aprile scorso, 10 anni dopo la caduta del regime di Saddam Hussein, ho scritto: «Nonostante tutto viva il 9 aprile. Una data che ha segnato la fine di un’epoca di massacri». I popoli dell’Iraq, infatti, per 35 anni sono stati privati di tutto: della libertà, di poter usufruire delle risorse nazionali per il proprio sviluppo e il proprio benessere – come il petrolio – ma anche dell’aria per respirare.
Nello specifico, le due guerre, prima quella con l’Iran e poi quella del Golfo, e dodici anni di embargo, avevano prodotto un esodo massiccio di iracheni all’estero e un milione di morti. Oggi, nel bene e nel male, i popoli dell’Iraq sono contenti del cambiamento, della rinata possibilità di libertà. Nonostante le autobombe e i kamikaze, in questi dieci anni sono nati settanta nuovi partiti, la libertà di stampa ha prodotto un fiorire di giornali e di Tv locali e satellitari.
Tutto questo con Saddam non c’era e non era possibile. Anche dal punto di vista economico qualcosa è cambiato: prima non si poteva pianificare nulla, adesso si possono fare progetti, pur piccoli per il futuro. È stato avviato un processo politico, pur lento, verso la democratizzazione del Paese. È stata scritta, con la partecipazione di tutti i rappresentanti, la nuova Costituzione che si può definire unica sia nel mondo arabo che nel mondo islamico. La nuova costituzione garantisce il diritto di tutte le etnie e tutte le confessioni religiose, sebbene l’attuale governo di Al Malki abbia disatteso le aspettative per i propri interessi politici. Con ciò non possiamo dire che in Iraq sia giunto il sereno: negli ultimi dieci anni i terroristi di Al-Qaeda e gli jihadisti provenienti sia dal mondo arabo che da quello islamico – dall’Iran e dalla Siria disastrata – continuano ad incutere terrore”.
– Passiamo all’Iran, lo Stato più potente dell’area… Quanto potenzialmente è pericoloso il regime di Teheran? Oppure speso fa la voce grossa più per rafforzare il consenso interno che per creare una reale minaccia esterna?
“Si parla dell’Iran solo per via della questione nucleare, come se non ci fossero altri problemi. La libertà d’informazione e di espressione è censurata e le forze di sicurezza intimidiscono o arrestano giornalisti, studenti, avvocati, artisti, donne, attivisti e loro familiari. I detenuti subiscono trattamenti disumani: sono torturati e sottoposti a vessazioni di ogni tipo. Il regime degli Ayatollah, per distogliere l’attenzione dei popoli dell’Iran dagli attuali problemi che attanaglia il Paese, cercano di fomentare i conflitti esterni.
Si sa che l’Iran è un mosaico di etnie, tra cui arabi, armeni, azeri, baluci, qashqai, ebrei, turkmeni e curdi. Questi ultimi, che sono quasi 13 milioni, sono da anni in lotta, prima contro lo Scià Mohammad Reza Pehlavi, poi contro la Rivoluzione Islamica. Khomeini era ancora a Parigi quando promise ai curdi che, una volta tornato in Iran, avrebbe concesso l’autonomia alla popolazione curda. Invece, non appena arrivato in Iran nel 1979, ha cominciato a massacrarli. Non solo, l’Ayatollah Khomeini disse testualmente «Uccidere un curdo non è peccaminoso»”.
– Infine, una domanda proprio sul Kurdistan. Il momento in corso è delicato: a settembre ci saranno le elezioni nel Kurdistan iracheno mentre, per quanto riguarda quello vicino alla Turchia, i curdi del PKK hanno iniziato il ritiro. Qual è la situazione?
“Mentre le autobombe continuano ad uccidere a Baghdad e al sud dell’Iraq, in Kurdistan il governo regionale curdo sta cercando di governare la regione con tutti i suoi pregi e difetti, prova a mantenere in efficienza un sistema sanitario dignitoso, una pubblica istruzione accessibile a tutti, una libertà e pluralità di opinioni che si confrontano all’interno di un contesto di stampa e mass-media aperto ad ogni contributo, cosa molta rara nel Medio Oriente.
Ma soprattutto del punto di vista economico sta crescendo giorno dopo giorno la città di Erbil (Hawler), capitale del Kurdistan dell’Iraq, diventata in pochi anni un cantiere, dove ci sono molte aziende Italiane che attualmente sono al lavoro.
Non dimentichiamo che il Kurdistan dell’Iraq, dal punto di vista geopolitico, ha una posizione molto difficile, perché è circondato da paesi ostili come l’Iran, la Turchia e Siria, che hanno sempre considerato la zona instabile politicamente per l’area mediorientele.
Si spera che l’iniziativa di pace in corso tra i curdi e il governo turco di Erdogan possa cambiare l’attaggiamento nei confronti della popolazione del Kurdistan”.
Fonte:www.fronpage.it
 

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