Il Kurdistan sogna ancora


Il crollo di Assad apre una finestra di speranza per i curdi siriani. Nonostante le delusioni i curdi si rivelarono fin da subito determinati a rivendicare una terra tutta per loro e a combattere per ottenerla ……… Come accadde in Iraq, anche in Siria la prima zona liberata dalle truppe governative è ora controllata dai Kurdi. Lo disgrazie dei curdi cominciano nel 1920, quando con il Trattato di Sèvres le potenze alleate cercano di ri-disegnare quello che fu l’impero ottomano e di consegnare alla modernità una serie di paesi più o meno ancorati a maggioranze etnico-culturali locali. Il trattato prevedeva anche l’esistenza di Armenia e Kurdistan, ma proprio allora nasceva la giovane repubblica di Kemal Aturk, che dal 1919 al 1922 guidò una vittoriosa guerra d’indipendenza contro le potenze vincitrici, una coalizione composta dall’impero britannico, la Francia, il regno d’italia, l’impero del Giappone, i regni di Grecia e Romania e lo stato serbo-croato-sloveno nato dalle ceneri dell’impero austro-ungarico. Vinsero i giovani turchi e le loro aspirazioni all’unità del “sacro suolo” turco, così con il successivo trattato di Losanna del 1923 i curdi videro sparire il loro stato, perché quel che ne rimase fu diviso tra il mandato francese della Siria e quello britannico dell’Iraq. Fu così che un popolo che condivideva la stessa lingua e che aveva vissuto sotto gli ottomani diviso in emirati vassalli del sultano di Constantinopoli all’interno dell’impero ottomano si trovò diviso dalle frontiere di quattro nazioni che nei decenni successivi si segnaleranno per i governi autoritari e le forze pulsioni nazionaliste, intolleranti verso qualsiasi richiesta d’autonomia o separatismo.
L’INIZIO DELLA FINE – Alla conferenza di san Francisco del 1945, dopo la Seconda Guerra Mondiale, i Kurdi si presentarono baldanzosi chiedendo un’area che andava dalle coste mediterranee della Turchia e quelle iraniane sul Golfo Persico. Non si sa se fosse una tattica e se i kurdi fossero disposti ad accettare di meno, fatto sta che non fu offerto loro nulla, perché la Turchia a quel punto diventava un perno della strategia di contenimento della penetrazione sovietica e del comunismo verso il Medioriente e il Mediterraneo, un’irrinunciabile alleato nella futura guerra fredda.
NON HANNO MOLLATO – Nonostante le delusioni i curdi si rivelarono fin da subito determinati a rivendicare una terra tutta per loro e a combattere per ottenerla. Fin dal 1920, approfittando della crisi dell’impero, i curdi in Turchia eruppero in notevoli ribellioni, destinate a ripetersi nel 1924, 1927, 1937 e oltre, tanto che dal 1925 al 1965 l’accesso degli stranieri alla regione sarà vietato dalle autorità turche.
IL PKK – Sul finire degli anni ’70 la resistenza kurda si colora di rosso, con l’emersione del PKK di Ocalan che s’oppone a un regime militare dalla pessima reputazione e raccoglie appoggi da parte di numerosi paesi europei, non solo quelli storicamente ostili alla Turchia come la Turchia o la Francia umiliata dai giovani turchi, e dalle repubbliche arabe socialiste, su tutte la vicina Siria degli Assad, che però ai suoi kurdi non lascerà mai un’unghia.
SENZA FINE – Da allora la repressione dei kurdi da parte turca si intensificherà, culminando negli anni ’80 con l’emergere di una tremebonda democrazia che negli anni si farà accettare dall’Europa, che con il tempo volterà le spalle a Ocalan e lascerà mano libera alla repressione turca. Repressione brutale anche in tempi di democrazia, tanto che anche in anni recenti non sono mancati gli episodi che hanno visto i servizi turchi compiere attentati da attribuire ai kurdi, praticare arresti arbitrari di massa, la tortura e lunghissime detenzioni per reati d’opinioni, tra i quali quello famigerato che punisce le offese alla “turchità”. Il bilancio sarà pesante, nel 1983 sulle province kurde sarà imposta la legge marziale e alla fine le cifre della guerra al PKK saranno impressionanti, con 32.000 membri uccisi, 14.000 catturati, 6.482 soldati turchi uccisi e 5.560 civili, secondo le fonti turche. secondo le organizzazioni umanitarie inoltre sono stati distrutti 4.000 villaggi, da cui è stato evacuato circa un milione di persone. Tra i morti kurdi sarebbero stati 18.000 i civili uccisi senza processo dal governo turco. Un milione di kurdi è ancora profugo all’interno della Turchia
IL DECLINO – Il PKK ai tempi belli aveva circa 17.000 militanti, arruolati per lo più tra la diaspora curda, numerosissima visto che la loro area d’origine si è trovata ad essere divisa tra quattro tirannie, composti per un terzo da donne determinatissime, tanto che quando il partito deciderà di fare ricorso agli attentati suicidi saranno proprio le donne le più numerose a immolarsi. tra gli arruolati.
LA CADUTA DI SADDAM – A fare da contrappeso alla sconfitta di Ocalan e del suo PKK, comunque non ancora domo, negli anni ’90 arrivò la rovina di Saddam, che fin dalla sconfitta di Desert Storm dovette rassegnarsi all’intoccabilità del Kurdistan iracheno, da allora protetto e armato dagli statunitensi. Un problema anche per la Turchia, che con la nuova regione autonoma sembra aver trovato una convivenza di necessità, pur accusando periodicamente i curdi iracheni di offrire protezione ai curdi turchi che combattono contro Ankara. Un problema per ora risolto a braccio, da quando gli americani hanno cacciato Saddam l’esercito turco ha bombardato diverse volte il territorio del kurdistan iracheno tirando alle basi dei “terroristi” nascoste nelle aree montagnose, un paio di volte coordinandosi persino con gli iraniani, pure loro in ottimi rapporti con i kurdi iracheni, ma pure loro alle prese con l’indipendentismo dei kurdi iraniani, “terroristi” armati da Washington secondo Teheran, non meno dura con loro di quanto lo fossero la monarchia dei Pahlavi. Su questi bombardamenti del territorio iracheno Washington non ha avuto niente da ridire.
CADE ANCHE ASSAD – Nelle ultime settimane sono invece arrivate buone notizie per i kurdi siriani, che hanno liberato buona parte del loro territorio dai soldati di Assad (nelle foto Giulio Petrocco/AFP/Getty Images) e ne hanno fatta una zona liberata senza teorica soluzione di continuità con il Kurdistan iracheno, anche tra i kurdi siriani è visibile un’elevata presenza femminile, anche tra i combattenti, una differenza che li accomuna a quelli turchi e li distanzia dai fratelli iracheni e iraniani, decisamente meno secolarizzati anche se apparentemente impermeabili ai fanatismi religiosi e decisamente fedeli a un nazionalismo unificante al di là delle differenze che pure ci sono tra le diverse comunità, unite dalla lingue comune, ma da tempo separate e immerse in esperienze politiche molto diverse, anche se tutte caratterizzate dalla lotta contro altri nazionalismi non meno determinati.
fonte: Giornalettismo

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