La causa curda (e quella palestinese)


Editoriale del Jerusalem Post

Pochi devono essersene accorti, ma di recente (lo scorso 14 luglio) 850 delegati dal Kurdistan settentrionale hanno dichiarato una “autonomia democratica” ad Amed (Diarbakir), proclamata capitale del Nord Kudistan, e hanno invitato tutti i curdi a considerarsi cittadini curdistani. L’area rivendicata dall’autonomia rappresenta una porzione sostanziale della Turchia sud-orientale. Ankara è diventata furibonda. Il resto del mondo non avrebbe potuto ignorare la cosa più di quanto ha fatto.
I curdi sono una popolazione autoctona arbitrariamente trascurata dalle superpotenze quando lottizzarono artificialmente il Medio Oriente alla dissoluzione dell’Impero Ottomano, dopo la prima guerra mondiale. Non solo ai curdi vennero negatati riconoscimento e indipendenza, ma essi vennero anche frazionati fra Turchia (dove si stima che contino per il 20% della popolazione totale del paese), Iran (7% della popolazione iraniana), Iraq (20% della popolazione irachena) e Siria (9% della popolazione siriana). In questi ultimi due casi, sono andati a far parte di due assembramenti politici artificiosi congegnati rispettivamente da Gran Bretagna e Francia. La mancanza di elementare coesione interna in Siria e Iraq si è manifestata in decenni di conflitti intestini, fino ai nostri giorni.
Secondo la mitologia corrente, la comunità internazionale considera l’autodeterminazione un diritto naturale e inalienabile di ogni nazionalità. Questa, almeno, è la giustificazione ufficiale del clamore mondiale a sostegno di uno stato palestinese: spazzata via senza tentennamenti ogni perplessità circa l’origine piuttosto recente della rivendicazione di identità separata palestinese, insieme al fatto che i palestinesi sono di fatto indistinguibili dalla maggior parte dei loro vicini arabi per lingua, religione, cultura e per ogni altro immaginabile indizio di particolarità etnica. Il titolo di identità nazionale – vien detto – è soggettivo: se una collettività considera se stessa degna di autodeterminazione, allora l’autodeterminazione le è dovuta.
Tuttavia questo nobile principio non viene certo applicato in modo equamente universale. Le prove di parzialità abbondano, anche senza citare la generale ostilità verso l’idea stessa che il paziente popolo ebraico abbia titolo ad una sua sovranità esattamente come altri gruppi etnici assai più giovani e meno caratterizzati.
Il caso dei curdi mostra con tutta evidenza questo doppio standard. Di gran lunga assai più numerosi dei palestinesi – si stima che contino fra i 30 e i 35 milioni di persone – costituiscono una lampante nazionalità separata, non-araba, con la propria cultura e una lingua ben identificabile (una sottocategoria del ramo iraniano del gruppo indo-iraniano delle lingue indo-europee). Presenti nella regione da molto prima che qualunque arabo avesse mai sentito nominare il popolo palestinese, i curdi si battevano per l’indipendenza già in pieno XIX secolo, prima dell’avvento del nazionalismo arabo. Nel 1927 crearono la fugace Repubblica di Ararat, destinata ad essere ben presto sconfitta. Sia la Turchia che l’Iran hanno crudelmente repressero numerose rivolte curde, ed oggi i curdi stanno ancora combattendo per la loro libertà.
Il contrasto fra il modo in cui il mondo tratta i palestinesi e i curdi non potrebbe essere più vistoso. I palestinesi vengono viziati dal soccorso internazionale e coccolati finanziariamente. Venne loro offerto uno stato indipendente già nel 1947, ma lo rifiutarono preferendo piuttosto dedicarsi al tentativo di distruggere il gemello stato ebraico. Praticamente il mondo intero è tornato a sostenere uno stato palestinese e ora aspetta con ansia febbrile la petizione unilaterale per il riconoscimento dell’indipendenza palestinese all’Assemblea Generale dell’Onu il prossimo settembre. La dichiarazione unilaterale di autonomia curda in Turchia, invece, è stata accolta da un silenzio di morte. Al mondo non potrebbe importare di meno. Il mondo non celebra la causa nazionalista curda, non le offre assistenza diplomatica, non la inonda sui mass-media di editoriali condiscendenti e plaudenti, non sovvenziona i separatisti curdi ed anzi denuncia quello che viene visto come terrorismo curdo, portando il massimo rispetto per la spietata repressione dei curdi esercitata da decenni in quattro paesi diversi. In breve, una nazione che presenta molti più requisiti per l’autodeterminazione di quanti ne abbiano i palestinesi – e altre costruzioni mediorientali del passato imperialismo occidentali – continua a subire un trattamento assolutamente iniquo. I curdi non riescono a suscitare nemmeno una minima frazione della simpatia così generosamente accordata ai palestinesi.
E tuttavia, oggi si presentano ai curdi nuove potenzialità. Godono di una semi-autonomia sotto gli americani in Iraq (sebbene vi sia incertezza circa il futuro post-americano); la Siria è scossa da instabilità e la relativa attenuazione della repressione di Damasco incoraggia i curdi iraniani e turchi. Forse questo è il momento per una politica estera israeliana più coraggiosa, specie alla luce dell’attuale antagonismo da parte di Ankara verso Israele (indipendentemente dalla pia illusione di un ripensamento di Reccep Tayyip Erdogan). Gerusalemme ha poco da perdere, certo non l’amicizia della Turchia. Non c’è motivo perché Israele non debba esprimere un netto sostegno all’autodeterminazione curda, come ha fatto con il Sudan meridionale. Non solo perché è la cosa giusta da fare come contropartita per l’atteggiamento della Turchia: ma soprattutto perché i curdi lo meritano e ne hanno diritto.

Fonte: Jerusalem Post

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