Con l’accordo di Erbil l’ala siriana del PKK spaventa Ankara


di Alessio Calabrò

A luglio l’esercito governativo siriano ha abbandonato la maggior parte dei territori curdi del nord e del nordest per concentrare le sue forze su Damasco e Aleppo. I movimenti curdi, in particolare i partiti del Consiglio Nazionale Curdo…… (KNC) e il Partito dell’Unione Democratica (PYD), non hanno esitato ad attribuirsi il controllo di diverse città e villaggi, tra cui Afrin, Kobani (‘Ayn al-Arab) e Amude. Sono molti gli slogan che risuonano per le strade di queste città, uno su tutti: “Abbiamo fondato il Kurdistan, non lo consegneremo a nessuno”.
Nella città nordorientale di Qamishli, nella regione a più alta densità curda del paese, i curdi possono innalzare liberamente le loro bandiere e manifestare per i loro diritti sebbene i simboli del regime non siano stati rimossi.
A regolare questa spartizione dovrebbe essere l’accordo firmato tra il KNC e il PYD a Erbil, nel Kurdistan iracheno, il 12 luglio scorso. Questo accordo, realizzato sotto gli auspici del primo ministro del governo regionale del Kurdistan, Mesud Barzani, mirava a ricucire i rapporti fra le due principali fazioni curde sul suolo siriano, rafforzandone le posizioni anti-Assad.
L’accordo prevedeva principalmente la divisione equa fra KNC e PYD dell’amministrazione del Kurdistan siriano, una volta liberato, fino a nuove elezioni. La possibilità di questo fronte compatto nel nord della Siria ha subito provocato reazioni dure da parte della Turchia, il cui primo ministro Erdoğan ha definito come terrorista un’eventuale entità di governo regionale nata da quell’accordo. Per la Turchia, PYD è solo un altro sinonimo di PKK e ne rappresenta notoriamente l’ala siriana. Nei giorni successivi all’accordo sono cresciute in Turchia le paure di uno Stato del “Kurdistan occidentale” o di un’unificazione con il Kurdistan iracheno.
In realtà è cambiato ben poco con il patto di Erbil: le divergenze fra il PYD e i partiti del KNC, più nettamente schierati su posizioni anti-regime e decisamente legati all’anti-PKK Barzani, sono rimaste uguali e sono tali da non consentire la creazione di alcun ente compatto. Il PYD, in quanto unico gruppo armato, detiene il vero potere sulle città curde della Siria. Considerato che Barzani non ha alcuna intenzione di fare incrinare i rapporti politici e commerciali con Ankara, il governo regionale del Kurdistan iracheno mantiene poi stretti i legami con i partiti del KNC e ben chiare le distanze dal PYD-PKK.
Il solo significato dell’accordo si trova dunque nello sganciamento del PYD dal regime di Damasco, con il quale il partito aveva preso accordi. Già all’inizio delle rivolte, Assad aveva permesso ai militanti del PYD-PKK di rientrare in Siria dall’Iraq per dare filo da torcere alla Turchia e allo stesso tempo per tenere i curdi più lontani dalle proteste anti-regime. Questo ha consentito al PKK di riposizionarsi nel nord della Siria, dove aveva tenuto le sue basi per decenni fino alla crisi turco-siriana del 1998 che spinse Damasco ad espellere Öcalan e la sua organizzazione dal paese.
Da quando l’esercito governativo si è ritirato, il PYD punta a perseguire i suoi obiettivi di controllo del territorio, con o senza l’appoggio di Damasco, del Consiglio Nazionale o di Barzani. L’accordo con il KNC è servito probabilmente a porre le basi per una tregua e a dare più popolarità all’organizzazione. Il PYD non intende però né rispettarlo né deporre le armi. Il controllo condiviso delle aree liberate dal potere del governo centrale è nella realtà dei fatti un controllo militare da parte del PYD, che impone le proprie bandiere (la bandiera del PKK, invece della bandiera nazionale curda) e i propri checkpoint.
Contemporaneamente, nel Kurdistan iracheno gruppi di profughi curdi provenienti dalla Siria vengono armati e addestrati dal governo di Barzani in vista del loro eventuale ritorno in patria al momento della caduta definitiva del regime e della creazione di un nuovo ente autonomo curdo.
La spaccatura all’interno del fronte curdo in Siria rimane dunque molto profonda e corredata di accuse reciproche. Neppure l’allontanamento del PYD dal regime di Assad appare ben definito: l’esercito governativo ha lasciato i villaggi curdi in mano al PYD, consapevole della sua qualità di unico gruppo curdo armato. Secondo le accuse lanciate dal ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoğlu, inoltre, il regime starebbe continuando ad armare il PYD in Siria: “i militanti del PKK sono lì, Assad sostiene le città di Afrin e Kobani inviando armi”.
Sembra quindi che ad opporsi ancora oggi ci siano questi due schieramenti: da una parte la Turchia, il Consiglio Nazionale Siriano con sede a Istanbul, e il Kurdistan iracheno di Barzani e del suo Partito Democratico Curdo (KDP), che dovrebbe spingere su posizioni più filo-turche il KNC; dall’altra il PYD, il PKK e probabilmente il governo di Damasco.
Quello che è certo è che la Turchia teme il dominio incontrastato del PYD nel Kurdistan siriano molto più di quel fronte curdo unico nato ad Erbil, sotto l’egida dell’alleato Barzani e apparentemente più propenso al compromesso con il Consiglio Nazionale Siriano. La Turchia vuole evitare che tutto il nord della Siria venga identificato come regione curda. È per questo motivo che, durante la visita ufficiale in Myanmar nel mese di agosto, Davutoğlu ha voluto sottolineare la complessità della composizione etnica di quei territori.
La speranza turca di tenere sotto controllo le spinte indipendentiste curde in Siria è fortemente frenata dall’evidente perdita di influenza degli alleati di Ankara (Barzani e il Consiglio Nazionale Siriano) su quei territori. Se da una parte con le sue armi e la sua compattezza il PYD si è posto al di fuori di un Consiglio Nazionale Curdo debole e frammentato, dall’altra il Consiglio Nazionale Siriano, a maggioranza araba, si è spaccato sulla questione della minoranza curda, alla cui autonomia non sembra voler dare spazio alcuno all’interno del progetto della nuova Siria.
La Turchia punta su Barzani e sul CNS, senza dialogare direttamente coi curdi siriani. Sembra che Ankara abbia deciso di rimanere ferma in uno stato di preoccupata inattività. Al contrario – come scrive Gönül Tol su Foreign Policy – Middle East – se Ankara spingesse il CNS a “integrare i curdi nel processo politico” scongiurerebbe il rischio di un’ulteriore diffusione dell’influenza del PKK in Siria. Nel frattempo, infatti, in territorio turco si susseguono nuovi attentati, l’ultimo avvenuto il 2 settembre. La visita a sorpresa di domenica 2 settembre del direttore della CIA Petraeus, come quella della Clinton ad agosto, prova l’intenzione degli USA di collaborare con Ankara.
Al di là del fantasma di un Kurdistan indipendente, la paura più concreta di Ankara è la creazione in Siria di un governo regionale curdo dominato da alleati del PKK che attualmente sembrano avere la meglio. Insieme alle frotte di rifugiati che attraversano il confine ogni giorno, al prolungato blocco delle vie commerciali e al pericolo di un’escalation militare regionale, ora anche il pericolo di un Kurdistan autonomo in Siria dominato dal PKK si aggiunge alle già molte preoccupazioni del governo Erdoğan. E intanto in patria il premier viene incalzato dall’opposizione proprio sulla questione sicurezza e sui risultati in politica estera.

Fonte:Meridianonline
 

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