Crisi del petrolio: La regione irachena del Kurdistan interrompe le esportazioni


di Stefano Consiglio

La regione autonoma del Kurdistan ha bloccato ieri le esportazioni di petrolio. La scelta delle autorità curde è motivata dall’intento di compiere una ritorsione, nei confronti del governo centrale di Baghdad,….. che deve pagare un miliardo e mezzo di dollari alle compagnie petrolifere che lavorano nella regione. L’annuncio è stato fatto dal ministro curdo per le risorse naturali, che tramite il suo sito internet ha fatto sapere di aver bloccato le esportazioni di greggio, dal momento che i costi di produzione e di investimento sono divenuti insostenibili a causa dei mancati pagamenti di Baghdad.
Il ministro delle finanze iracheno, consapevole delle conseguenze di questa interruzione delle esportazioni, si è preoccupato di rassicurare immediatamente le autorità curde, facendo presente di aver già iscritto nelle voci del bilancio annuale una somma pari a 558 milioni di dollari, che verrà utilizzata per pagare le compagnie straniere che lavorano nella regione.
Non è la prima volta che il commercio dell’oro nero crea delle tensioni fra le autorità curde e il governo di Baghdad. La regione autonoma del Kurdistan è un’entità federale facente parte della federazione irachena. Il suo riconoscimento, compiuto a livello internazionale a seguito delle pressioni esercitate dalla Turchia sugli Stati Uniti, ha indotto i partiti curdi presenti nella regione a rivendicare una serie di diritti, fra cui quello di gestire le esportazioni di petrolio. A queste pretese delle autorità curde ha replicato prontamente il ministro iracheno del petrolio, il quale ha sottolineato che il diritto di esportare il greggio è una prerogativa del governo centrale.
Le continue lotte fra il governo di Baghdad e le autorità curde hanno finito per condizionare i rapporti con le compagnie petrolifere straniere. Alcune di esse hanno ritenuto conveniente aggirare il governo centrale, stipulando i contratti per l’utilizzazione delle risorse petrolifere direttamente con il Kurdistan. Eclatante è il caso della compagnia petrolifera americana, ExxonMobil, che l’anno scorso aveva raggiunto un accordo con le autorità curde relativamente a dei progetti di esplorazione. Questo aveva suscitato il disappunto del governo centrale che, di tutta risposta, ha deciso di escludere la compagnia americana dalle prossime gare di appalto. Questa scelta è perfettamente in linea con la politica perseguita dall’ex ministro del petrolio, Hussein al-Shadristani, il quale parlando alla stampa ha precisato che se una compagnia petrolifera firma un contratto con il Kurdistan senza l’approvazione del governo centrale, esso deve considerarsi illegale e come tale deve essere trattato.
Il governo del Kurdistan, dal canto suo, ha invitato le compagnie straniere a non stipulare accordi con Baghdad, per lo sviluppo di giacimenti petroliferi all’interno della regione.
A questo punto sorge spontaneo domandarsi quale strada intraprenderanno le compagnie petrolifere straniere: stipuleranno i loro accordi con Baghdad, rischiando che questi vengano disattesi a causa dell’ostruzionismo delle autorità curde; o preferiranno negoziare con il Kurdistan, dando però vita ad un accordo che verrà sicuramente disconosciuto dal governo centrale iracheno?
Una cosa è sicura: la crisi di oggi ha reso ancor più attuale la necessità di introdurre una legge sugli idrocarburi che ripartisca con precisione le competenze, in materia di esportazione di greggio, fra le autorità curde e il governo centrale di Baghdad.
Fonte:International Business Times
 

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