RETROPENSIERI La crisi siriana e la prova di forza Turchia-Iran


di Lanfranco Vaccari

Il messaggio di otto minuti inviato domenica 12 febbraio da Ayman al-Zawahiri, il capo di al-Qaeda, è la conferma che la leadership jihadista riesce ormai a fare poco altro se non inondare la Rete di messaggi registrati…… dai suoi nascondigli in Pakistan.
L’appello ai ‘Leoni della Siria” perché vadano avanti fino alla caduta di Damasco può rappresentare l’ultima possibilità per la più grande centrale terroristica al mondo di inserirsi in qualche modo nella “primavera araba”, durante la quale è stata finora irrilevante.
Ma è anche un richiamo a una delle più complesse, imprevedibili e forse epocali lotte di potere nella storia del Medio Oriente. Bashad al-Assad e le forze di opposizione al suo regime sono diventati pedine di una partita, accelerata dall’invasione americana dell’Iraq, che si gioca fra sunniti e sciiti, lungo la faglia di divisione tradizionale nel mondo musulmano.
PROVA DI FORZA TURCHIA-IRAN. L’Occidente e la Russia sono ridotti al ruolo delle comparse, pur recitando su un palcoscenico appariscente come le Nazioni Unite.
La prova di forza ha come attori principali Turchia e Iran, ma proietta le sue ripercussioni attraverso tutta la regione, dalle monarchie del Golfo ai palestinesi, dall’Iraq al Kurdistan.
La Siria è in mano agli alawiti, una setta religiosa di osservanza sciita, minoritaria in un Paese dove la maggioranza della popolazione è sunnita. Questo ne ha fatto il principale alleato dell’Iran, oltre che la base operativa di Hezbollah, un gruppo terroristico che agisce in Libano (dove l’ultima guerra civile è durata 14 anni) anche in funzione anti-israeliana.
Il crollo del regime è il presupposto di un riallineamento regionale che vedrebbe l’Iran ridimensionato e i regimi sunniti liberati dalla principale preoccupazione per la loro sopravvivenza dalla rivoluzione khomeinista in poi.

Per Erdogan quello che succede in Siria è un affare interno turco
Ma il principale beneficiario del nuovo assetto sarebbe la Turchia (il Paese con il tasso di crescita più alto al mondo dopo Cina e India, capace di creare negli ultimi tre anni 3,4 milioni di posti di lavoro, più di tutta l’Unione europea), che estenderebbe la sua influenza sulle vecchie provincie Orientali dell’Impero ottomano.
Ankara ha garantito accoglienza per «ragioni umanitarie» all’esercito della Siria libera, una milizia composta da disertori e comandata dal colonnello Riad al-As’aad.
In più di un’occasione, il primo ministro Recep Tayyip Erdogan ha dichiarato di considerare quello che succede in Siria come un affare interno turco. A Damasco appoggia la Fratellanza musulmana mentre in Iraq ha gettato il suo peso sul partito sunnita e a favore della totale autonomia del Kurdistan.
LA REAZIONE SCIITA. Questo ha provocato una reazione isterica in Nouri al-Maliki, il primo ministro sciita a Bagdad, «un uomo noto per avere pensieri paranoici anche nelle migliori circostanze», come ha scritto Jackson Diehl sul Washington Post.
Adesso le circostanze non sono affatto promettenti e lui si è convinto che il conflitto siriano possa compromettere la supremazia sciita in Iraq. Dunque ha scatenato la repressione contro i leader sunniti, aprendo così l’ennesima crisi. Accusato di terrorismo, il vicepresidente (sunnita) Tariq al-Hashimi si è rifugiato nella regione semiautonoma del Kurdistan. Negli ultimi due mesi, una ventina di alti esponenti del Partito islamico iracheno (sunnita) sono stati arrestati.
Il presidente della commissione per i Diritti umani del parlamento di Bagdad (un sunnita) ha accusato le forze di sicurezza (dominate dagli sciiti) di praticare la tortura. Per ritorsione, i sunniti hanno lanciato una campagna dinamitarda che, nel solo mese di gennaio, ha fatto almeno 320 morti.

La leadership esterna di Hamas costretta ad abbandonare Damasco
Come alleati naturali, la Turchia ha l’Arabia Saudita e gli emirati del Golfo, il cui obiettivo è scalzare Assad per indebolire l’Iran (e mettere in difficoltà il governo sciita iracheno).
Il Qatar, che già aveva avuto un ruolo di primo piano nel rovesciamento del regime di Muammar Gheddafi in Libia, è stato il primo a chiedere un intervento militare internazionale in Siria. I sauditi, fra le altre cose, finanziano e armano la tribù dei Shammar, divisa fra il deserto arabico e le regioni Orientali della Siria.
Nel frattempo, il terremoto politico siriano ha avuto ripercussioni anche sui palestinesi. La leadership esterna di Hamas, che stava a Damasco, è stata costretta ad abbandonare la capitale. E, per la prima volta dal 1999, quando il governo giordano aveva chiuso il quartier generale di Hamas ad Amman, Khaled Meshal, il capo del gruppo militante che controlla Gaza, ha incontrato re Abdullah II.
RIMESCOLAMENTO DI INTERESSI. È un clamoroso rimescolamento delle carte, perché Hamas (per quanto sunnita) ha sempre goduto del patronato politico e finanziario di Siria e Iran, in funzione anti-Fatah.
Uno studioso di movimenti islamici all’università di Cambridge, Khaled Hroub, sostiene che il viaggio di Meshal segni un cambiamento di paradigma nella strategia di Hamas, la allontani dalla lotta armata contro Israele e prefiguri una resistenza popolare meno violenta (nell’ottobre scorso si è piegata alle pressioni del nuovo governo egiziano e ha liberato il soldato israeliano Gilad Shalit, dopo averlo tenuto prigioniero per più di cinque anni).
DALL’IRAN ARMI AD ASSAD. La strategia di accerchiamento ha naturalmente provocato la reazione dell’Iran, che ha aperto un canale di fornitura di armi ad Assad. Di recente, Ghassem Soleimani, il comandante della Forza Quds, il reparto di élite dei Guardiani della rivoluzione iraniani, è stato a Damasco per occuparsi (secondo il Consiglio nazionale siriano d’opposizione) di addestramento delle milizie e dei cecchini.
Teheran sta anche facendo pressioni su Maliki perché l’Iraq apra un corridoio che faciliti l’invio di aiuti militari alla Siria.
Finora, il governo di Bagdad ha resistito. Ma se cedesse e il conflitto siriano dovesse allargarsi, le conseguenze andrebbero ben al di là della capacità di controllo del Consiglio di sicurezza dell’Onu.
Fonte: Lettera43
 

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