Iran, pena di morte contro i curdi

di Riccardo Noury
Due curdi rischiano da un giorno all’altro di essere impiccati sulla pubblica piazza in Iran……… Zanyar Moradi e Loghman Moradi sono stati condannati a morte il 22 dicembre 2010 e la sentenza ha ora anche il timbro ufficiale della Corte suprema iraniana.
Secondo il verdetto, emesso dalla XV sezione della Corte rivoluzionaria di Teheran al termine di un processo durato 20 minuti, i Moradi sono colpevoli di omicidio, di appartenenza al partito curdo armato d’opposizione Komala e, infine, del cosiddetto reato “pigliatutto”, l’essere nemici di Dio, in persiano moharebeh.
La vicenda giudiziaria va avanti dal 2009, quando, rispettivamente il 1° agosto e il 17 ottobre, Zanyar e Loghman Moradi sono stati arrestati a Marivan, nella provincia nordorientale del Kurdistan, perché sospettati di aver preso parte, il 4 luglio, all’omicidio dell’imam addetto alla preghiera del venerdì.
Pare che Zanyar Moradi avesse 17 anni al momento dell’arresto: se l’esecuzione avrà luogo, si tratterà dell’ennesimo minorenne, all’epoca del (presunto) reato, messo a morte. Dal 1990, in Iran sono state eseguite almeno 51 condanne a morte del genere, di cui almeno quattro quest’anno. I minorenni al momento del reato in attesa di esecuzione sono almeno 144.
Dopo nove mesi trascorsi nelle mani dei servizi segreti, senza accusa né processo, seguiti da trasferimenti in varie prigioni, i Moradi sono stati portati al famigerato carcere di Raja’i Shahr, a Karaj, nel nordovest dell’Iran.
Da lì, hanno potuto far uscire una lettera nella quale denunciavano di essere stati interrogati sotto tortura per 25 giorni e minacciati di stupro, fino a quando non hanno “confessato”. Così come negli altri paesi (con l’eccezione dell’Iraq dopo la fine del regime di Saddam Hussein) in cui questo popolo è stato diviso a seguito degli accordi successivi alla fine della Prima guerra mondiale, anche in Iran la minoranza curda subisce una profonda discriminazione per quanto concerne i diritti religiosi, economici e culturali.
Per molt anni, due formazioni curde hanno condotto una lotta armata contro la Repubblica islamica iraniana: il Komala, di orientamento marxista, cui i due Moradi sono accusati di aver fatto parte, e il Partito democratico del Kurdistan dell’Iran. Entrambe hanno abbandonato le armi. Una terza formazione, il Partito per la vita libera del Kurdistan (Pjak), si è costituita nel 2004 e, nonostante nel 2009 abbia proclamato un cessate il fuoco, continua a prendere parte a scontri armati con le forze di sicurezza, scontri che risultano in aumento negli ultimi mesi.
Quest’anno, tra agosto e ottobre, le forze armate iraniane e turche hanno bombardato le zone di confine dove si troverebbero tanto le basi del Pjak quanto quelle del Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan, ancora attivo in Turchia. In mezzo alle bombe, a settembre, il Pjak avrebbe proposto un cessate il fuoco totale incontrando il rifiuto del governo di Teheran.
Negli ultimi anni, almeno 10 curdi sono stati messi a morte per reati politici. Almeno altri 14, tra cui una donna, sono in attesa dell’esecuzione per reati connessi all’appartenenza a gruppi armati o a gruppi fuorilegge. In alcuni casi, la loro condanna a pena detentiva è stata trasformata in appello in condanna a morte.
L’Iran ha il dovere di garantire la sicurezza dei suoi cittadini, ma ha anche quello di prevenire la discriminazione e le violazioni nei confronti dei cittadini curdi. Obblighi che vengono disattesi con il ricorso alla pena di morte che, anzi, mette ancora una volta l’Iran, dopo la Cina, in testa alla lista dei paesi che puniscono in modo crudele, disumano e degradante.
Fonte: Blog Corriere della Sera

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