La primavera Curda


di Silvia Agostini

Spinto da motivazioni di sicurezza nazionale, il governo del premier turco Recep Tayyip Erdoğan sta tentando di arginare una possibile primavera kurda, in un momento di tensione con i governi di Siria e Iran, fra i possibili foraggiatori di armi al Pkk, il partito dei lavoratori del Kurdistan.
L’intensificarsi degli scontri nel nord dell’Iraq sulle montagne di Qandil, base della guerriglia kurda del Pkk, dimostra come il premier turco, intenzionato a ricoprire un ruolo guida in Medio Oriente, sia preoccupato di un possibile dilagare delle rivolte nei paesi con una minoranza kurda significativa, come già successo in Iraq.
In Siria i kurdi rappresentano circa il 10% della popolazione (oltre due milioni), la più grande minoranza etnica del paese e sono parte attiva nelle rivolte contro il regime di Bashar al-Asad. Recentemente la popolazione siriana si è unita alle dimostrazioni kurde durante i funerali di Meshal Tammo, leader politico kurdo ucciso agli inizi di ottobre dai militari siriani. La cerimonia funebre si è trasformata in una manifestazione di protesta con la partecipazione di oltre 50.000 persone.
Nonostante la Turchia abbia condannato apertamente il regime siriano, Ankara è bene attenta a far in modo che un nuovo governo in Siria non appoggi l’autonomia kurda, come accaduto all’indomani della guerra in Iraq. Oltre al Kurdistan iracheno, infatti, si potrebbero creare realtà simili in Siria, in Iran ed estendersi alla Turchia, il che comporterebbe un disfacimento dell’impero turco, proprio in un momento in cui Ankara si propone ai paesi arabi come modello di Stato democratico forte e principale promotore della causa palestinese.
Se fuori dai suoi confini Recep Tayyip Erdoğan si batte per il riconoscimento di uno Stato indipendente palestinese, all’interno il percorso di dialogo e di pace con la minoranza kurda (almeno il 18% della popolazione, dai tredici ai venti milioni, ma è difficile fare stime esatte vista la mancata registrazione di molti kurdi all’anagrafe), inaugurato nel 2006 dal leader del Partito dei lavoratori del Kurdistan Abdullah Öcalan, subisce colpi sempre più duri.
Per tracciare le fila di questo ambiguo contrasto interno si deve fare qualche passo indietro, tornare alle elezioni amministrative del 2009.
L’Akp del premier Erdoğan (Ak Parti – Partito della giustizia e dello sviluppo), perde voti a favore del Dtp, partito filo-kurdo (Demokratik Toplum Partisi – Partito della società democratica). Per stroncare l’ascesa di una forza democratica kurda nel paese, all’indomani delle elezioni, la Corte Costituzionale turca mette al bando l’unico partito filo-kurdo esistente, perché ritenuto “un centro di raccordo dove vengono commessi atti contrari all’unità inscindibile dello Stato con il suo Paese e la sua nazione”.
Con lo scopo di silenziare la forza democratica kurda e al contempo giustificare la lotta contro i “terroristi” del Pkk, la stessa strategia verrà applicata in seguito alle ultime elezioni parlamentari dello scorso giugno: il Bdp (Barış ve Demokrasi Partisi – Partito della pace e della democrazia), partito nato dalle ceneri del Dtp, guadagna larghi consensi strappando la possibilità al partito di Erdoğan di riformare la Costituzione a colpi di larga maggioranza. Pochi giorni dopo, la Commissione elettorale turca decreta l’impossibilità di insediarsi per alcuni dei parlamentari eletti, a causa di una passata condanna per “sospetta appartenenza a gruppi terroristici”: fra loro i 35 deputati del Bdp che per tutta risposta decidono di non presentarsi alla cerimonia di insediamento presso la Grande Assemblea Nazionale (Tbmm), il parlamento monocamerale turco. Il boicottaggio durerà mesi, fino agli inizi di ottobre.
La recente decisione del Bdp di interrompere il boicottaggio non si è però risolta con la riapertura del dialogo con la maggioranza parlamentare, al contrario: le posizioni del governo nei confronti dei rappresentanti politici kurdi si sono inasprite. Parallelamente ai bombardamenti nel nord Iraq contro la guerriglia kurda del Pkk – cominciati ad agosto del 2011 e condotti a più riprese fino all’ultimissima recrudescenza – manifestazioni, scontri e repressioni contro attivisti e rappresentanti parlamentari della società democratica kurda sono all’ordine del giorno in tutto il paese.
La Turchia, al pari delle potenze neo-coloniali occidentali, esporta all’estero il proprio modello di democrazia e mantiene all’interno una situazione di negazione dei diritti umani: secondo un recente rapporto Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, è oggi il paese al mondo con il più alto numero di giornalisti in carcere. Ankara ha superato persino Cina e Iran, storici e assidui regimi persecutori dell’informazione.
Fonte:Agoravox

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