Con Gheddafi c’è voluta una guerra, con Assad basteranno i siriani


di Michael A. Ledeen

Se vogliamo vincere in Medio Oriente, bisogna far sì che le cose vadano per il verso giusto. Come ho scritto in The War Agaisnt the Terror Masters, molto prima dell’’invasione dell’Iraq, non possiamo “mettere a posto” un paese come l’Iraq, o la Siria, e poi tirare dritto. E’ uno degli errori strategici che fecero Bush, la Rice, Hadley, Cheney e Rumsfeld. Hanno visto l’Iraq isolato. Pensavano quindi di poterlo “mettere a posto”, e solo dopo di dover prendere in considerazione le diverse opzioni a loro disposizione.
Abbiamo scoperto tardivamente (anche se i nostri nemici hanno annunciato pubblicamente cosa stavano per fare) che l’Iraq e l’Afghanistan non avrebbero potuto assurgere a un livello di sicurezza decente fintanto che Siria e Iran avessero continuato a sostenuto attivamente i terroristi in quei paesi. Soldati americani e innumerevoli civili iracheni e afgani hanno pagato un prezzo terribile per la nostra mancanza di previsione dei fatti. La guerra regionale si è ampliata ma noi ancora guardiamo ogni campo di battaglia in modo isolato, piuttosto che vederla nel suo insieme:
– Israele è stato invaso, ed è costantemente sotto attacco di razzi;
-La guerra in Libia, ove piloti americani e istruttori militari hanno condotto operazioni e altri contribuito ad addestrare e aiutare a organizzare le campagne contro Gheddafi;
-Abbiamo dichiarato guerra diplomatica ed economica al regime di Assad in Siria, poco dopo aver iniziato con quello di Gheddafi in Libia;
-La guerra contro i curdi: la Turchia ormai bombarda e invade i campi del Pkk nel Kurdistan iracheno, mentre l’Iran bombarda e invade la stessa regione. Siamo direttamente coinvolti in questa battaglia; forniamo da tempo informazioni d’intelligence ai turchi sui curdi almeno dal 2007;
-La violenza contro le nostre truppe, e contro i nostri alleati in Iraq e Afghanistan, è in costante aumento.
Fino ad oggi, fintanto che abbiamo avuto una strategia regionale, è stata in gran parte basata sui nostri desiderata piuttosto che sulla realtà. Un filtro applicato contemporaneamente a più di un problema per volta. L’Amministrazione sperava che la Siria avrebbe scelto un’amicizia con noi piuttosto che un’alleanza strategica con Teheran, che avrebbe accettato la nostra “mano tesa” invece di continuare a condurre la sua guerra terroristica – che dura ormai da 32 anni – contro l’America; che la Turchia sarebbe stato il nostro più vicino ambasciatore in Siria e Iran, aiutandoci a “allontanare” Assad dai mullah e a convincere il leader supremo iraniano Ali Khamenei di essere ragionevole sulle armi nucleari, che la diplomazia obamiana avrebbe posto fine al conflitto arabo-israeliano. Niente di tutto questo ha funzionato.
A dire il vero, sotto il cielo non c’era un granché di nuovo; Obama ha semplicemente abbracciato i sogni falliti dei due Bush e di Clinton. L’unica differenza era la tempistica: i primi hanno lentamente capito che un grande patto con Iran e Siria era fattibile, e allo stesso modo Obama ha iniziato il suo mandato con quell’idea. Tutti credevano – e forse alcuni dei nostri politici ancora credono – che la Turchia fosse nostra amica e che avrebbe sostenuto i nostri obiettivi.
Cosa succede allora quando i sogni di una amministrazione vanno in frantumi? In un articolo molto importante a firma di Steven Hayes e di Tom Jocelyn apparso sul Weekly Standard, i due giornalisti suggeriscono che l’amministrazione potrebbe aver tratto le ovvie conclusioni dal fallimento di un atteggiamento disponibile ad assecondare i propri desiderata piuttosto che vivere nella realtà, e ora starebbe cambiando rotta. “Con le accuse pubbliche che l’Iran stia proteggendo la prossima generazione di capi di al Qaeda e facilitando le operazioni chiavi per Al Qaeda di finanziamento e di sostegno ai suoi membri operativi”, scrivono, “l’amministrazione Obama sembra ammettere che questo tipo di atteggiamento conciliatorio sia giunto alla fine”. La situazione è un po’ più chiara con la Siria, siamo pubblicamente impegnati per il cambiamento del regime a Damasco.
Qualunque siano le intenzioni di Obama, ha certamente gettato le basi per un’azione più vigorosa contro Siria e Iran, i cui legami sono talmente intimi che costituiscono assieme un solo nemico strategico degli Usa. Il regime iraniano sta lottando febbrilmente per salvare Assad: commesse per miliardi di dollari, invio di armi e tecnologia a Damasco per censurare e monitorare Internet e con esso le comunicazioni cellulari; spedisce assassini delle “Forze Quds” (alcuni dei quali sono curdi siriani, in modo che qualora venissero catturati, Assad e Khamenei potrebbero biasimare i “terroristi” curdi), e un avvertimento pubblico per i turchi di smettere di ficcare il naso. Se Teheran dovesse scegliere tra la Siria e la Turchia, i mullah sceglieranno la Siria.
E’ facile capire le preoccupazioni di Khamenei, ora che si trova al centro dell’attenzione avendo inviato un nuovo ambasciatore a Damasco – Mohammadreza Raouf Sheybani, un veterano delle Guardie Rivoluzionarie notoriamente duro – nel bel mezzo del Ramadan. L’Iran fa da tempo la guerra avvalendosi di suoi intermediari in Siria: da Hezbollah ai gruppo islamici della jihad, da Hamas sino a gruppi terroristici di matrice laica. Con tutta probabilità, Siria e Iran hanno condotto un programma nucleare comune. La caduta di Assad e la sua sostituzione con un governo meno filo-iraniano sarebbe una catastrofe per Khamenei: sarebbe un colpo terribile per Hezbollah e gli altri intermediari del terrore. Manderebbe irremediabilmente a fondo qualsiasi schema nucleare in corso dietro le quinte e manderebbe con tutta certezza un forte segnale dal forte impatto emotivo in tutti i vari ranghi e livelli dell’opposizione iraniana. Se il regime può essere battuto a Damasco e Homs, perché non può esserlo a Teheran e Tabriz?
Khamenei si preoccupa della Siria in quanto parte di una nuova offensiva contro Israele. Tali ambiziosi piani vengono – almeno in parte – messi in campo per mobilitare l’intera regione contro l’entità sionista e far dimenticare i poveri cittadini siriani. Dall’altra, la caduta di Gheddafi è una cattiva notizia per l’intera “collezione” dei tiranni del Medio Oriente, sunnita o sciita, di Teheran o di Riyadh. Tutti i vari tiranni sanno che è stata la potenza americanaa rovesciare Gheddafi, e tutti hanno visto la ferocia con cui i suoi avversari hanno combattuto per far cadere il suo regime, proprio come si è visto il notevole coraggio di decine di migliaia di siriani scesi in piazza, consci che sofferenza e morte li attendessero. E si ricordano scene simili in Iran, che per molti versi hanno ispirato le insurrezioni in tutto il mondo arabo.
Il sentiero per raggiungere il miglior risultato a nostra disposizione in questo momento va da Damasco a Teheran. Un cambio di regime in Siria e in Iran sarebbe una manna dal cielo per i nostri travagli in Iraq e Afghanistan, così come per il sempre più irrilevante processo di pace. A differenza della Libia, non dobbiamo ricorrere a mezzi militari per abbattere Assad e Khamenei; oltre alle sanzioni, dobbiamo sostenere la rivoluzione politica in entrambi i paesi. E già che ci siamo, il sostegno americano per i curdi è durato troppo. Sono una componente critica in Turchia, Iran, Siria e Iraq. Nonostante le beghe in corso, hanno collaborato a lungo in una strategia regionale volta a ottenere l’autonomia in tutti e quattro i paesi, in attesa della possibilità di avviare un vero e proprio stato curdo. Sono molto ben informati, e sono buoni combattenti (basta chiedere a turchi e iraniani, entrambi gravemente attaccati quando si avventurano in territorio curdo). I curdi devono essere parte della nostra strategia politica.
Quando Obama dice che il futuro di Iran e Siria sarà determinato dalla gente di quei paesi, non dice ciò che tutti sanno essere vero: queste persone hanno già deciso quello che vogliono, e noi dobbiamo aiutarli a raggiungerlo. Il nostro sostegno ai gruppi dissidenti democratici dell’impero sovietico, offre ancora buone linee guida: costruiamo fondi per gli scioperi dei lavoratori siriani e iraniani; troviamo dei modi per aiutare i dissidenti a comunicare tra loro e organizzare proteste e confronti più efficaci; rendiamo la loro causa un punto di discussione giornaliero fisso per tutti i nostri funzionari di sicurezza nazionale, civili e militari, sia nelle loro dichiarazioni ai giornalisti dei media che tramite la nostra radio nazionale e le stazioni tv da VOA a Farda.
In ogni caso, abbiamo bisogno di avere un dialogo serio con i sauditi. Re Abdullah è stato uno dei primi leader a ritirare il suo ambasciatore a Damasco, dimostrando il suo disgusto per Assad, e può anche essere stato un punto di svolta per gli altri. Il Regno Saudita resta comunque uno dei finanziatori principali di moschee e scuole islamiche (un libro di prossima pubblicazione in Inghilterra ravviva i sospetti di coinvolgimento saudita nell’11 Settembre), che sono una linea di assemblaggio – non l’unica, ma certamente la più grande – per la prossima generazione di terroristi. Questo deve finire, e dobbiamo fermarli. Questa demarche – e qualunque azione necessaria per raggiungere i suoi obiettivi – deve essere in cima alla nostra lista strategica delle cose da fare. Sì, c’è molto da fare. E’ una grande guerra. E noi siamo un grande paese. E’ una sfida degna di noi, e noi dovremmo abbracciarla.
Tratto dalla rubrica ‘Faster Please!’ di Pajamas Media
Traduzione di Danilo Montefiori per L’Occidentale.it

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