Siria: torture a Damasco nel racconto di un giornalista arrestato


Pochi giorni fa l’Agenzia Reuter ha pubblicato la testimonianza di un suo giornalista, Suleiman al Khalidi, dell’ufficio di Amman, che ha ricostruito i quattro giorni trascorsi nelle segrete del mukabarat siriano a partire dallo scorso 29 marzo, il giorno in cui è stato arrestato. Arresto illegale, perché Suleiman è uno dei più noti e apprezzati giornalisti giordani che ha sempre svolto la sua attività alla luce del sole. In realtà, il pretesto del suo arresto, erano stati i suoi resoconti da Deraa, dove, per 10 giorni, aveva raccontato la verità sugli scontri tra i manifestanti e le forze di sicurezza. Ma adesso, rinchiuso in un edificio del Mukabarat, a Damsco, Suleiman si sente come se “fossi stato trasportato – in un macabro mondo parallelo fatto di tenebre, bastonate e intimidazioni”. La prima scena che il giornalista nota, seppure per pochi secondi, prima che l’accompagnatore gli urli di abbassare lo sguardo, durante il suo trasferimento dalla cella all’ufficio dove sarà interrogato, è un giovane uomo a testa in giù, appeso per i piedi a una trave, “la saliva schiumosa che fuoriusciva dalla bocca assieme ai gemiti, più animaleschi che umani”. L’interrogatorio di Suleiman, in quel primo giorno di detenzione dura otto ore, durante le quali il giornalista sarà sempre bendato. Quando gli scoprono gli occhi è per dargli un saggio di quello che l’aspetta se non si decide ad ammettere colpe che non ha commesso: un altro detenuto, incappucciato, viene condotto nella stanza, “E quando gli hanno ordinano di abbassarsi i pantaloni ho potuto vedere i suoi genitali gonfi, legati stretti con un cavo di plastica…” La testimonianza prosegue con la descrizione della cella senza finestre, con solo per terra il materasso, infestata dagli scarafaggi, la luce sempre accesa. Il “pranzo” due volte al giorno consistente in un pezzo di pane duro e una patata, o un pomodoro. La possibilità di andare al bagno, una volta al giorno, solo su richiesta esaudita in non meno di un’ora. Ha impiegato un mese e più Suleiman a riprendersi da quell’esperienza. E’ stato fortunato a poterla raccontare. (fonte: la Repubblica)
 

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