Rewend Ahmed, la sua musica e la ricerca di una patria per il popolo curdo


di Giuseppe Lorin
L’Italia risulta essere la terra della libertà per le popolazioni oppresse da regimi totalitari dove nei loro paesi è difficile avere non solo un bicchiere d’acqua!Altro che Ellis Island; l’America, come ricorda il film di Gianni Amelio, è lungo le nostre coste italiane, lungo i nostri confini politici! Il kurdewari, il paese dei curdi, dovrebbe confinare con la Turchia, l’Iran, l’Iraq, la Siria e l’Armenia.
Oggi solo il Kurdistan iracheno ha autonomia politica, come regione federale dell’Iraq.
Il Kurdistan conta 488.000 km², e le sue città sono Diyarbakır (Amed), Bitlis (Bedlîs) e Van (Wan) in Turchia, Mossul (Mûsil), Arbil (Hewlêr) e Kirkuk (Kerkûk) in Iraq, e Kermanshah (Kirmanşan), Sanandaj (Sine) e Mahabad (Mehabad) in Iran.
Secondo l’Encyclopaedia of Islam, il Kurdistan conta 190.000 km² in Turchia, 125.000 km² in Iran, 65.000 km² in Iraq, e 12.000 km² in Siria, per cui l’area totale sarebbe di 392.000 km². Le principali città curde in Siria sono Al-Qamishli (Qamişlû) e Al Hasakah (Hesaka).
Alcune stime contano 40 milioni di Curdi residenti in Kurdistan, di cui circa 20 milioni in Turchia. In tali zone i Curdi sono la maggioranza della popolazione, ma convivono con gli Arabi, gli Armeni, gli Assiri, gli Azeri, gli Ebrei, gli Osseti, i Persiani, i Turchi e i Turcomanni.
Rewend Ahmed, cantautore, è nato ad Ammuda (Siria) il 5 giugno del 1970.
In Italia, respirando aria di libertà, di tranquillità, di unità di popolo, di nazione e di stabilità politica, ha approfondito la conoscenza musicale, pubblicando il suo primo CD nel 2010. Questo è stato possibile, grazie, anche alla competenza musicale di suo fratello, che vive a Vienna, in qualità di rifugiato politico.
D – Quali sensazioni ancestrali evoca la vostra musica?
R – “La nostra musica esprime il nostro vissuto. In essa è possibile trovare la nostalgia per la nostra terra, l’amore incondizionato per la nostra cultura, la ricerca appassionata di affetti mai vissuti e di amori mai sperimentati.”
Alcune sue canzoni si possono ascoltare grazie a YouTube dove alcuni video clip evidenziano i posti della sua infanzia pregni ora di nostalgia romantica tipica dell’oriente a noi prossimo.
Si ricordano Cimà, Evina Welat. È anche da queste note che si riscontra la necessità urgente di un territorio, di una Patria nel rispetto assoluto della loro dignità culturale che risale a migliaia di anni prima di Cristo!
La storia ci dice che i curdi sarebbero discendenti degli antichi Medi, una popolazione di origine indo-ariana e religione zoroastriana che dall’Asia centrale si diresse verso i monti dell’Iran intorno al 614 a.C.; nel VII secolo d.C. si convertirono all’Islam.
Differenze sociali, geografiche, economiche hanno impedito nel tempo l’unità di questo popolo; questa insanabile divisione della società curda ha giocato a favore degli Stati più potenti di quell’area, interessati a sfruttare le tribù curde in funzione di cuscinetto con altri stati, e a sfruttare le risorse di cui è ricco il Kurdistan, ovvero l’area geografica abitata dalla popolazione di tale etnia: ingenti giacimenti di petrolio e di numerosi giacimenti di materiali come ferro, argento, uranio, e in particolare cromo.
La storia si ripete, l’oro nero e non solo, frena, rallenta, il riconoscimento della loro naturale Patria, la loro indipendenza. Nazioni limitrofe vogliono che tutto sia bloccato; un inammissibile embargo all’indipendenza opprime il già sofferente popolo curdo.
Fino al XIX secolo i feudi curdi comunque, hanno goduto di una certa indipendenza all’interno dell’impero ottomano e persiano; in seguito i turchi, bisognosi di maggiori risorse economiche a causa della propria debolezza sul fronte europeo, adottarono una politica repressiva nei loro confronti, attraverso deportazioni di massa e imposizione di governatori ottomani al posto dei capi curdi, effettuando un vero e proprio embargo verso i diritti esclusivi dell’uomo. Verso la fine del secolo la questione curda conquistò l’interesse degli intellettuali europei, grazie anche alla comparsa delle prime pubblicazioni in lingua curda. L’epilogo della prima guerra mondiale, con la fine dell’impero ottomano, lasciò immaginare che fosse possibile creare uno stato curdo indipendente.
L’impressione fu confermata dal trattato di Sévres del 1920, con cui il diritto dei curdi ad avere un loro stato indipendente era ufficialmente riconosciuto. Ma tre anni dopo il trattato di Losanna cancellava qualsiasi allusione al popolo curdo e alla loro terra, che rimase di fatto divisa fra Turchia, Iran, Iraq e Siria. I contrasti più aspri si verificarono nella nuova Turchia nazionalista, bisognosa di tradurre nei fatti il ruolo centrale che veniva assegnato al “popolo turco”.
L’autonomia dei curdi fu ben presto cancellata dalle leggi e dall’esercito, che nella repressione fece uso anche di armi chimiche e bombardamenti aerei. Il secondo dopoguerra vide la nascita di una repubblica indipendente curda, guidata dal curdo iracheno Mustafa Barzani, ma durò soltanto undici mesi.
Mustafa Barzani era il fondatore del PDK (Partito Democratico Curdo), il primo movimento di liberazione dei curdi ad impugnare le armi per difendere la causa, per difendere la propria terra.
In Iraq la questione curda viene usata per cercare di destabilizzare il regime di Baghdad, considerato troppo filosovietico: l’appoggio di Iran e di Israele consente a Barzani e ai suoi di concludere un accordo di pace nel 1970 per garantire l’autonomia del popolo curdo: ma anche questa volta le aspettative furono tradite, e pochi anni dopo la nascita in Iran del regime di Khomeini, autore della frase “uccidere un curdo non è peccato”, mutò ancora lo scenario.
In quel periodo nacquero nuovi partiti curdi, tra cui il Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan), fondato da Abdullah Ocalan, molto attivo sul fronte turco dove organizzò una vera e propria guerriglia che dal 1984 al 1999 ha prodotto 30mila morti, in parte anche di etnia curda.
Nel 1991, in piena Guerra del Golfo, il fronte anti-iracheno spinse i curdi a ribellarsi contro il regime di Saddam Hussein, il quale a guerra conclusa dette il via all’operazione chiamata Anfal, una specie di “soluzione finale” per i curdi, costretti quindi ad un terribile esodo verso altri paesi, mentre viene creata dall’ONU un’area protetta nel nord del paese, una specie di Kurdistan di fatto, amministrato dai due partiti principali fino al 1994.
Quattro anni dopo la questione curda acquistò nuovamente rilevanza europea, nel momento in cui Ocalan fu costretto a lasciare la Turchia e chiese asilo politico in Italia. La vicenda si chiuse con la nuova partenza di Ocalan per il Kenya, dove fu arrestato; ma le sue proposte per un rafforzamento del Congresso nazionale curdo (con sede a Bruxelles), rifiutate dal Pdk guidato dal figlio di Mustafa Barzai, hanno messo in luce per l’ennesima volta le insanabili divisioni del movimento curdo.
Divisioni così forti e radicate da far pensare che sarà molto difficile, negli anni a venire, poter assistere alla nascita di uno stato che tutti i curdi possano chiamare “patria”. Se un vecchio detto afferma che “I curdi non hanno amici”, è lecito sospettare che, spesso, non ne abbiano neanche tra di loro.
Abbiamo qui in redazione, per i lettori de L’UNICO, Rewend Ahmed che, a ruota libera, ci racconta la sua storia personale che altro non è che la storia di un popolo senza patria:
“Mi chiamo Rewend Ahmed, sono nato ad Ammuda (Siria) il 5 giugno del 1970. La mia infanzia è trascorsa ad Ammuda, tra sofferenze e povertà. Mio padre, avendo sposato tre donne, ed avendo avuto 21 figli dalle tre mogli, non riusciva a soddisfare i nostri bisogni quotidiani. Con mia Madre, sposata in seconde nozze, mio padre ha avuto 11 figli, cinque maschi e sei femmine. Siamo sempre, dunque, vissuti di stenti e con la fame addosso. A otto anni ho iniziato ad andare a scuola, ma anche questa cosa che io amavo, l’ho dovuta portare avanti con grandi sofferenze. Sono riuscito, tuttavia, ad acquisire un Diploma di scuola superiore. Dopo, il diploma, a 20 anni sono andato in Turchia a lavorare, come imbianchino. Ho lavorato notte e giorno per poter mettere da parte i soldi e venire qui da voi, in Italia.
Nel 2001, chiedendo asilo politico, in quanto curdo, sono arrivato finalmente in Italia. Già da piccolo, in ogni caso, avevo una spiccata sensibilità per la musica. Questo probabilmente, perché condizionato da un mio fratello che suonava il Tambur (specie di mandolino). In Italia ho approfondito la conoscenza musicale, giungendo nel 2010 alla pubblicazione del mio primo Cd. Questo è stato possibile, grazie, anche alla competenza musicale di mio fratello, che vive a Vienna; è un rifugiato politico.
La nostra musica esprime il nostro vissuto, il nostro desiderio di avere una Patria! In essa è possibile trovare la nostalgia per la nostra terra, l’amore incondizionato per la nostra cultura, la ricerca appassionata di affetti mai vissuti e di amori mai sperimentati.
Gli strumenti che maggiormente utilizziamo sono il Tambur, il Carneta (Flauto) l’Ud (specie di chitarra) violino, chitarra e pianoforte. Questo Cd, è nato grazie ai risparmi accumulati in tutti questi anni. Da ciò si evince l’amore smoderato che sia io, che mio fratello abbiamo per la musica, che, anche se racconta tratti di nostalgia e di vissuti propri del nostro popolo, vorremo far conoscere al popolo italiano le sofferenze del popolo curdo.
Agli italiani vorremmo far conoscere una realtà che per molti di loro resta sconosciuta, mentre vorremmo con i nostri suoni rallegrare l’anima del popolo curdo, così offesa, così maltrattata.
Ho 40 anni, ma nell’animo avverto i sentimenti di un bambino, avverto il bisogno di esprimermi attraverso il suono, e sempre mediante il suono, portar fuori i sentimenti e le emozioni che il mio vissuto mi ha regalato, nel bene e nel male, in tutti questi anni.”

Giuseppe Lorin, www.lunico.eu

 

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