Wikileaks annuncia e il Pentagono trema: lunedì 400mila documenti sull’Iraq


di Paola Sarappa

È ormai prossima la diffusione di ben 400mila nuovi documenti sulla presenza americana durante la guerra in Iraq, da parte di “WikiLeaks”. Documenti del tutto confidenziali, come aveva annunciato a settembre il settimanale “Newsweek”. Il portavoce del dipartimento alla Difesa Usa, il colonnello David Lapan, dichiara che 120 persone sono state adibite allo studio degli archivi del PentagonoPer «determinare quale potrebbe essere il possibile impatto», fa sapere Lapan. Il Pentagono non può farsi trovare impreparato e chiede ora che “Wikileaks” restituisca al legittimo proprietario i documenti misteriosi. Ci si prepara a un nuovo terremoto, quindi, e a preoccupare tanto le autorità militari Usa è proprio il fatto di «non avere idea di cosa sarà pubblicato», come dichiarato da una fonte del Pentagono. La quantità di documenti supera di gran lunga il numero di documenti pubblicati a luglio sulla presenza americana in Afghanistan.
Dall’inizio della sua attività, nel 2007, l’organizzazione internazionale “Wikileaks” (dall’inglese leak, “fuga di notizie”) si propone di pubblicare, tramite server dislocati in Belgio e Svezia, materiale “scottante” che riguardi attività e comportamenti non etici messi in atto dai governi e dalle aziende, dopo averne verificato l’autenticità, lasciando nell’anonimato gli informatori e chiunque possa essere coinvolto.
Come si può facilmente supporre, dalla sua creazione, non si può certo dire che “Wikileaks” abbia avuto vita facile. Nel 2008 il sito è stato chiuso dal tribunale della California, sotto richiesta della “Julius Bär”, la più importante banca svizzera, per diffamazione dopo la pubblicazione di documenti che l’accusavano di evasione fiscale e riciclaggio di denaro sporco. Riaperto subito dopo, grazie al primo emendamento che garantisce la libertà di parola e stampa, la banca rinunciò alla causa.Diversi i guai legali che hanno interessato recentemente uno dei fondatori e membro della direzione di “Wikileaks”, Julian Assange. A maggio 2010, come riportato dal quotidiano australiano “The Age” il ritiro del passaporto, con la minaccia di annullamento, perché usurato. Ad agosto, invece, partono le accuse, con successiva apertura di inchiesta giudiziaria, su delle presunte molestie sessuali e stupro di due donne in Svezia. Accuse decadute.
Adesso una nuova fase minaccia di creare problemi al sito, questa volta sul piano economico. Il sito opera grazie alle libere donazioni degli utenti e dall’inizio del 2010 ha raccolto circa un milione di dollari. Una cifra più che sufficiente per coprire tutte le spese, soprattutto considerando, come dichiarato dallo stesso Assange, i costi annuali non superano i 200mila dollari. Il problema però è che la “Moneybookers”, società che si occupa dei pagamenti online, ha comunicato via mail di aver chiuso l’account di “WikiLeaks”, sotto richiesta del governo americano e australiano.
Fonte:barimia

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