L’iraq spendera’ 300 milioni di dollari per hotel summit arabo

Aggiornato il 03/05/18 at 04:37 pm


Le autorità irachene si preparano ad investire capitali ingenti, 300 milioni di dollari, per ristrutturare i sei più grandi hotel di Baghdad in vista del summit arabo previsto il prossimo marzo nella capitale irachena. Lo ha riferito il ministro degli esteri uscente Hoshyar Zebari alla agenzia di stampa francese AFP. Tra i sei hotel c’è anche il Rashid, centro della vita politica durante il regime di Saddam Hussein, presidente iracheno fino all’offensiva anglo-americana del 2003 e, successivamente, arrestato e fatto impiccare dal governo iracheno controllato dalle autorità di occupazione. Gli altri hotel che verranno ristrutturati ci sono il Mansour, il Palestine, l’Ishtar (ex Sheraton), il Baghdad e il Babil, tutti legati alle vicende politiche di questi ultimi venti anni di vita irachena. A fare la parte del leone nei lavori di ristrutturazione saranno imprese turche e giordane.
L’Iraq non ospita un vertice arabo dal 1978 (a Baghdad si tenne però nel maggio del 1990 una sessione straordinaria dei lavori della Lega Araba) e le autorità locali (e gli Stati Uniti) guardano al summit a Baghdad come ad un rientro simbolico del paese a pieno titolo nella «famiglia araba». Una «benedizione» che non tutti i paesi arabi sono disposti a dare, almeno sino a quando le truppe di occupazione rimarranno in Iraq. Ad inizio settimana il quotidiano algerino El Khabar ha riferito che Algeri non parteciperà al summit a Baghdad prima del ritiro degli americani, in accordo con le decisioni prese ai vertici arabi tenuti a Doha e a Sirte. Sulla stessa lunghezza d’onda sono anche altri membri della Lega, mentre quelli alleati di Washington, che in qualche caso ospitano nei loro territori truppe americane (ad esempio Qatar e Bahrein), lasciano trapelare che a Baghdad ci saranno in ogni caso.
Al momento ci sono 65mila soldati Usa in Iraq ma il presidente Barack Obama ha ordinato la loro riduzione a 50mila entro il 1 settembre e un ritiro completo alla vigilia del 2012. I piani di Stati Uniti si scontrano però con una paralisi politica in Iraq che a distanza di cinque mesi dalle elezioni politiche continua a rimanere senza governo. All’inizio di giugno, la commissione elettorale centrale irachena ha comunicato i dati definiti del voto di marzo confermando la vittoria di stretta misura della lista dell’ex premier Iyad Allawi, sciita ma gradito alla minoranza sunnita, sul suo rivale e primo ministro uscente Nour Al Maliki. Quest’ultimo ha cercato di formare un «blocco sciita» contro le ambizioni del suo rivale ma non ha raggiunto il suo scopo e ora le formazioni sciite minori gli chiedono di farsi da parte.
Tehran appoggia contemporaneamente Allawi e Al Maliki ma ritiene il secondo più adatto all’incarico e più disposto a garantire all’Iran un ruolo di primo piano nelle vicende interne irachene. Una posizione che, scriveva qualche giorno fa il quotidiano di Baghdad, Az-Zaman, la Siria non condivide perchè favorevole alla nomina di Allawi, con il quale mantiene ottimi rapporti da lungo tempo.
Nel ruolo di arbitro c’è l’Allenza Curda che con i suoi voti può garantire la stabilità di qualsiasi coalizione di governo. I curdi iracheni, notoriamente filo-americani, guardano con favore all’esecutivo di unità nazionale ma chiedono garanzie sulla presidenza della repubblica.(red ) Nena News
Fonte: Nena News

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