Leyla Zana


Nata il 3 maggio 1961 nel villaggio di Bahcekoyu (letteralmente villaggio giardino) nei pressi di Silvan, Leyla Zana sconta oggi, insieme ad altri 12mila prigionieri politici, una pena detentiva di 15 anni. Leyla è cresciuta in un ambiente sociale dominato dalla cultura maschile ed islamista. La madre, infatti fu totalmente sottomessa a suo padre, che era consono ad un sistema di vita prettamente feudale, per cui la donna non aveva diritti di parola, né alcun altro diritto. E Leyla già da piccola avvertiva l’ingiustizia e non nascondeva la sua perplessità.
“Questa ragazza deve essere pazza, sta perdendo la retta via…” era il commento che più spesso al villaggio si faceva a riguardo di Leyla, che continuamente metteva in discussione ogni regola repressiva contro la donna, fra queste anche coprirsi il capo con il velo, cosa che molto spesso tentava di non fare.
Nel 1975 fu obbligata a vestire il velo perché (aveva solo 14 anni) fu data in sposa a Mehdi Zana, suo cugino, di vent’anni più grande. “Non ne considero colpevoli né la mia famiglia né mio marito, ma i condizionamenti sociali. Che vanno modificati”, dichiara proprio la stessa Leyla successivamente.
I due sposi si istallarono a Diyarbakir, Amed per il popolo kurdo, la capitale storica e politica. Lì subito nacque Ronay, il primo figlio. Nel 1977 Mehdi fu eletto sindaco della città kurda. Solo tre anni dopo ci fu il colpo di stato militare che vide l’inizio dei tempi di repressione e violenze contro i kurdi, molti dei quali videro aprirsi le porte del carcere. Anche Mehdi e Leyla furono fra questi. Incinta, Leyla fu rilasciata, mentre cominciò per suo marito un periodo di brutale violenza e condannato a 36 anni di carcere per aver tenuto alcuni dei suoi comizi in kurdo.
Nel 1981 nacque la secondogenita, Ruken, ma per Leyla era già iniziata una nuova epoca. Infatti, cominciò a politicizzarsi, imparò il turco, come strumento di difesa contro le ripetute violenze cui era soggetta. Finì la scuola e si diplomò. Contemporaneamente era iniziata la sua collaborazione con l’organizzazione per i diritti umani e il quotidiano kurdo “Yeni Ulke”, attività all’origine di ripetuti arresti e torture.
Nel 1991 Leyla, spinta dalla volontà e l’incitamento della popolazione, si candidò alle elezioni, così fu eletta a Diyarbakir con una maggioranza schiacciante, come deputata della Grande Assemblea Nazionale Turca. Ad Ankara Leyla si scontrò ancora con le vecchie tradizioni di stampo patriarcale e maschilista. Dei 450 deputati soltanto 8 erano donne e Leyla era l’unica deputata kurda.
Dopo l’elezione era giunto il momento del giuramento solenne in Parlamento, il giuramento sulla Costituzione del 1982. Una Costituzione che con le parole di Leyla “legittima un colpo di stato militare antigiuridico e repressivo, che eleva ad ideologia di stato il nazionalismo turco. Nel testo è insista la negazione dell’esistenza del popolo kurdo e viene criminalizzata ogni attività che si ispiri all’identità kurda”. Così, il giorno del giuramento Leyla ci racconta che “per evidenziare il mio attaccamento all’identità kurda, mi legai i capelli con una fascia con i colori kurdi. Quando fu chiamato il mio nome piombò il silenzio nell’affollato emiciclo parlamentare. I pochi metri che separavano il mio seggio dal podio sembrarono interminabili. Sul podio, vidi fra i banchi degli uditori un’imponente schiera di generali zeppi di decorazioni e medaglie dorate, ma anche parecchi diplomatici stranieri. I dirigenti di partito e i membri del governo erano presenti al gran completo per assistere alla cerimonia, ripresa in diretta televisiva. È il momento della verità, mi dissi. Ecco la piccola kurda di campagna gettata in pasto ai leoni. Per padroneggiare la situazione feci appello e tutte le mie forze. Prima lessi con tutta calma, in lingua turca, la formula del giuramento che dava effettività al mio mandato”. Poi aggiunse in turco e in kurdo: “Sono stata obbligata ad adempiere la formalità richiesta. Io lotto per la fraterna convivenza del popolo kurdo e del popolo turco in un quadro democratico”. Queste due frasi e l’aver sfoggiato in quella sede un nastro con i colori nazionali kurdi (rosso, giallo e verde) furono ragione della rabbiosa reazione della maggioranza dei parlamentari. Sul verbale della seduta di quel giorno risulta che il discorso di Leyla fu pronunciato in un idioma sconosciuto.
Dal quel momento la vita di Leyla Zana, se possibile, diventa ancora peggiore degli anni precedenti, se vi si sommano i ripetuti tentativi di farla fuori, con o senza la sua famiglia. Ma, invece di rinunciare si diede soprattutto ad instaurare un contatto con il mondo e a diffondere la questione kurda e il destino del suo popolo all’estero. Così all’inizio del 1994 insieme ad alcuni suoi colleghi deputati e compagni di partito (il DEP, poi sciolto secondo la legge turca, in quanto separatista) viaggiò in Europa e USA, dove attirarono molta attenzione fra i media e la carta stampata.
Al ritorno in Turchia il capo di stato maggiore, Dogan Gures, con un abuso di autorità costrinse il Parlamento a revocare l’immunità parlamentare di tutti i membri della delegazione che si era recata all’estero e di altri due deputati. Applausi e insulti segnarono la traduzione fuori dal Parlamento dei deputati e il commento dell’allora premier Tansu Ciller (anch’essa donna) fu “Abbiamo buttato a calci i terroristi fuori dal parlamento”. Il processo contro Leyla Zana e i suoi compagni iniziò l’8 dicembre 1994. Per loro fu chiesta la pena di morte, che probabilmente fu evitata grazie solo all’intervento e alla presenza dei numerosi osservatori internazionali. Comunque, Leyla e gli altri ricevettero ognuno una condanna a 15 anni di detenzione per tradimento e separatismo. Con queste condanne politiche lo stato turco dimostrò al mondo quale fosse la sua intenzione nei confronti del popolo kurdo e della questione kurda in Turchia.
In questi anni Leyla Zana è stata insignita di diversi premi internazionali e cittadinanze onorarie in Europa e in Italia. Fra questi, dimostrando una evidente e tipica contraddizione europea, Leyla zana nel 1996 ricevette il premio Sacharov, mentre alla Turchia si concedeva l’accesso all’Unione doganale. La consegna del premio non è stata possibile, ma le fu concesso di inviare un messaggio al Parlamento europeo nel quale dichiarava “io attribuisco al premio che mi è stato assegnato il valore di un segnale politico di conferma della legittimità delle rivendicazioni e delle aspirazioni democratiche del popolo kurdo e insieme di valorizzazione della sua lotta per la libertà.” e concludeva che “il mio paese deve essere salvato prima che una parte di esso sprofondi in un mare di sangue e sia devastato da un immenso incendio. Considero la mia vita, dal giorno del mio arresto fino ad oggi, come un prezzo da pagare per la nostra dignità, la democrazia e la libertà”.

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