Usa, la guerra con l’Iran fa volare i profitti delle compagnie petrolifere: oltre 130 miliardi di dollari in sei mesi

Aggiornato il 01/11/26 at 01:25 pm

di Shorsh Surme ——— Oltre 130 miliardi di dollari di profitti in sei mesi. È il risultato ottenuto dalle maggiori compagnie petrolifere e del gas degli Stati Uniti durante la guerra con l’Iran, mentre milioni di famiglie americane hanno dovuto affrontare un forte aumento dei prezzi della benzina, del gas naturale e degli altri prodotti energetici. Il conflitto, iniziato il 28 febbraio con gli attacchi israelo-statunitensi contro la Repubblica Islamica, ha provocato profonde ripercussioni sui mercati internazionali, favorendo un’impennata dei prezzi e dei margini di guadagno delle imprese energetiche.
Secondo un articolo pubblicato dal *New York Times* il 31 ottobre 2026, gli utili complessivi di oltre cinquanta grandi compagnie petrolifere e del gas statunitensi hanno superato i 130 miliardi di dollari tra aprile e settembre. Una cifra quasi tripla rispetto ai poco più di 47 miliardi registrati nello stesso periodo del 2025, quando il settore aveva risentito del calo dei prezzi del greggio e delle prime conseguenze della guerra commerciale avviata dall’amministrazione Trump. La stima non comprende i risultati di marzo, primo mese del conflitto, né quelli di ottobre, lasciando quindi fuori due periodi potenzialmente significativi per il bilancio complessivo delle aziende.
A fronte di questi risultati, il peso economico della crisi energetica si è riversato sui consumatori. Secondo uno studio del *Climate Solutions Laboratory* della Brown University, dall’inizio degli attacchi contro l’Iran i cittadini statunitensi avrebbero sostenuto circa 147 miliardi di dollari di spese aggiuntive per benzina e gas naturale, equivalenti a una media di circa 1.100 dollari per famiglia. Il rincaro dell’energia ha inciso sui bilanci domestici e sui costi operativi delle imprese, alimentando ulteriori pressioni sull’economia americana.
Tra i principali beneficiari della situazione figurano le raffinerie, che hanno approfittato della riduzione della capacità produttiva internazionale provocata dai danni alle infrastrutture energetiche in Medio Oriente e in Russia. La diminuzione della disponibilità di impianti operativi ha aumentato la domanda di prodotti raffinati e rafforzato la posizione delle aziende ancora in grado di garantire forniture regolari. Ne è derivato un ampliamento dei margini di raffinazione, con conseguenze particolarmente favorevoli per gli operatori statunitensi.
Anche le società impegnate nell’estrazione del petrolio hanno beneficiato della crescita delle quotazioni internazionali. I produttori americani hanno potuto vendere il greggio a prezzi più elevati senza sostenere direttamente i rischi e i costi delle attività nei territori interessati dalle operazioni militari. Tra aprile e settembre il prezzo medio del petrolio statunitense si è attestato intorno ai 90 dollari al barile, un livello elevato che ha contribuito alla crescita dei ricavi, pur rimanendo inferiore ai picchi raggiunti nel 2022, quando l’invasione russa dell’Ucraina aveva provocato una grave crisi energetica internazionale.
I profitti del settore, nonostante l’aumento registrato nel 2026, restano infatti inferiori ai livelli record del 2022. La differenza non riduce tuttavia la portata dei risultati attuali, soprattutto considerando che la crescita degli utili si è verificata in un periodo caratterizzato da forti difficoltà economiche per i consumatori.
Il 30 ottobre Exxon Mobil e Chevron, le due maggiori compagnie petrolifere statunitensi, hanno annunciato risultati trimestrali tra i migliori degli ultimi anni. A sostenere i bilanci sono state soprattutto le attività di raffinazione, favorite dalla scarsità di capacità produttiva disponibile e dall’aumento dei prezzi dei carburanti.
Neil Hansen, direttore finanziario di Exxon Mobil, ha riconosciuto le difficoltà provocate dai rincari energetici per famiglie e imprese, spiegando tuttavia che la situazione non può essere modificata rapidamente attraverso nuovi investimenti. Secondo il dirigente, le decisioni che determinano l’attuale capacità produttiva sono state assunte molti anni fa e non possono essere corrette nell’arco di poche settimane.
La dichiarazione mette in evidenza uno dei principali problemi strutturali del mercato energetico. La realizzazione di nuovi impianti di raffinazione richiede investimenti elevati, autorizzazioni e tempi lunghi, mentre le crisi geopolitiche possono modificare rapidamente l’equilibrio tra domanda e offerta. Le aziende che dispongono già di infrastrutture operative si trovano quindi in una posizione particolarmente vantaggiosa quando la capacità produttiva mondiale diminuisce.
Anche Chevron ha registrato un forte miglioramento dei risultati. Il direttore finanziario Emir Bonner ha spiegato che gli utili aggiuntivi saranno utilizzati per rafforzare la solidità finanziaria della società, aumentando le risorse disponibili per affrontare eventuali periodi di difficoltà. Una strategia che consente alle grandi imprese energetiche di consolidare i propri bilanci durante le fasi di prezzi elevati, preparandosi a possibili oscillazioni future del mercato.
Nelle prossime settimane altre compagnie petrolifere statunitensi presenteranno i risultati finanziari relativi al terzo trimestre. L’analisi del *New York Times* si basa sui dati già comunicati dalle aziende e sulle stime elaborate dagli analisti di FactSet, società specializzata nella raccolta e nell’elaborazione di informazioni finanziarie. Il quadro complessivo potrebbe quindi essere aggiornato con la pubblicazione dei bilanci ancora mancanti.