Aggiornato il 03/11/26 at 04:04 pm
L’Iran avrebbe costruito una vasta rete commerciale e finanziaria clandestina, composta da oltre 5mila entità e società di copertura, attraverso la quale sarebbe riuscito a importare equipaggiamenti militari, munizioni e componenti strategici nonostante le sanzioni occidentali e le restrizioni imposte dagli Stati Uniti. Dall’inizio del 2025, secondo un’indagine citata dal quotidiano Al Hayat, il valore delle importazioni riconducibili a questo sistema avrebbe raggiunto almeno 2 miliardi di dollari.
La rete consentirebbe a Teheran di continuare ad approvvigionarsi di materiali necessari alla propria industria militare, utilizzando intermediari commerciali, società registrate all’estero e sistemi di pagamento alternativi ai normali trasferimenti bancari internazionali.
Secondo la ricostruzione, le entità coinvolte sarebbero identificabili attraverso denominazioni che iniziano con la sigla «Vdja», ricondotta al Ministero della Difesa iraniano. Le loro attività sarebbero inoltre collegate al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, i pasdaran, e ad alcuni conglomerati economici riconducibili alle Bonyad, fondazioni che occupano una posizione rilevante nell’economia della Repubblica Islamica e intrattengono rapporti con le istituzioni politiche e religiose del Paese.
Il sistema descritto dall’indagine rappresenterebbe uno degli strumenti attraverso i quali l’apparato militare iraniano riesce a mantenere la disponibilità di materiali e componenti necessari alla produzione di missili e droni, nonostante le restrizioni commerciali e finanziarie introdotte negli anni contro Teheran.
Un caso particolarmente significativo riguarderebbe un’entità identificata come «Wadja 346428». Tra dicembre 2024 e giugno 2026, nell’arco di diciotto mesi, questa struttura avrebbe importato quantità consistenti di materiali utilizzabili nell’industria degli armamenti.
Tra le forniture figurerebbero componenti per la produzione di missili e droni, materiali destinati ai sistemi di propulsione, munizioni e autocarri pesanti potenzialmente impiegabili come piattaforme mobili per il lancio di missili.
Secondo i documenti esaminati dagli autori dell’indagine, le merci sarebbero entrate in Iran attraverso collegamenti terrestri, marittimi e aerei, con provenienze indicate principalmente in Cina, Russia e Germania.
La presenza di questi Paesi nella documentazione commerciale non dimostra tuttavia, di per sé, un coinvolgimento diretto dei rispettivi governi nelle operazioni. Per accertare eventuali responsabilità sarebbe necessario ricostruire la provenienza effettiva dei prodotti, l’identità degli esportatori, i passaggi intermedi e la conoscenza della destinazione finale delle merci.
Una parte rilevante delle società individuate sarebbe stata costituita nel 2013, quando l’Iran attraversava una fase di forte pressione economica dovuta alle sanzioni internazionali, alla contrazione delle esportazioni petrolifere e alla svalutazione della moneta nazionale.
La creazione di strutture commerciali formalmente separate dagli organismi militari avrebbe consentito, secondo l’indagine, di distribuire le operazioni tra numerosi soggetti, rendendo più complessa l’identificazione dei beneficiari effettivi e il controllo delle transazioni.
Il meccanismo si baserebbe sull’utilizzo di prestanome e fiduciari incaricati di gestire risorse finanziarie all’estero. I proventi delle vendite di petrolio effettuate attraverso canali soggetti a restrizioni verrebbero utilizzati per acquistare equipaggiamenti e componenti destinati all’Iran.
Uno degli aspetti più rilevanti della ricostruzione riguarda le modalità di pagamento. Secondo i dati citati da Al Hayat, il 97 per cento delle operazioni commerciali riconducibili alla rete sarebbe regolato senza trasferimenti diretti di denaro tra gli acquirenti iraniani e i fornitori.
In pratica, intermediari residenti all’estero utilizzerebbero fondi già depositati presso istituti bancari stranieri per effettuare gli acquisti. Le merci verrebbero successivamente spedite verso l’Iran attraverso diversi canali logistici.
Un sistema di questo tipo permetterebbe di ridurre la visibilità dei collegamenti finanziari con i soggetti iraniani sottoposti a restrizioni, separando formalmente il pagamento dalla destinazione finale dei prodotti.
Tra i materiali indicati nei documenti figurerebbero capsule esplosive per un valore di circa 1,9 milioni di dollari, tonnellate di munizioni, componenti per motori aeronautici, sostanze e materiali impiegabili nella produzione di propellenti per missili e veicoli pesanti.
Secondo gli esperti di armamenti e sanzioni internazionali richiamati dall’indagine, parte di queste forniture potrebbe essere utilizzata nella produzione e nell’impiego di missili balistici e velivoli senza pilota, compresi i droni della famiglia Shahed.