Marocco. Fatima Zahra Mansouri prima donna alla guida del governo, tra svolta storica e continuità del potere

Aggiornato il 09/10/26 at 02:24 pm

di Shorsh Surme ——-La nomina di Fatima Zahra Mansouri alla guida del governo, prima donna nella storia del Marocco a ricoprire questo incarico, è stata accolta con grande favore sia all’interno del Paese sia a livello internazionale. Molti si sono affrettati a definire l’evento «storico», un termine simbolicamente giustificato.
La nomina di una donna a primo ministro in un Paese arabo rappresenta infatti un fatto rilevante, soprattutto quando riguarda una figura di primo piano del partito vincitore delle elezioni. Tuttavia, l’importanza del simbolo non deve oscurare la realtà dei fatti. I grandi eventi politici non si valutano soltanto in base all’immagine che producono, ma anche in relazione al contesto in cui si verificano, al percorso che li ha resi possibili e alla loro capacità di rappresentare una reale trasformazione sociale oppure una semplice continuità del potere. Da questa prospettiva, la nomina di Fatima Zahra Mansouri merita un’analisi più equilibrata e meno celebrativa, lontana sia dall’entusiasmo nazionalistico sia dalla retorica elogiativa che rischia di trasformare un importante evento politico nella celebrazione di un traguardo sociale ancora lontano dall’essere pienamente raggiunto. La nomina di Mansouri non è stata una sorpresa.
La Costituzione marocchina stabilisce infatti che il re nomini il capo del governo tra le fila del partito che ottiene il maggior numero di seggi alla Camera dei rappresentanti. Mansouri è coordinatrice della leadership collegiale del Partito Autenticità e Modernità (PAM), formazione politica che ha conquistato il maggior numero di seggi. Escluderla a favore di un’altra figura dello stesso partito avrebbe inevitabilmente sollevato una domanda scomoda: perché escludere la donna alla guida del partito vincitore? Questo interrogativo assume un significato ancora più rilevante se si considera l’immagine che il Marocco ha costruito negli ultimi due decenni, soprattutto dopo la riforma del Codice di famiglia del 2004. Il Paese si è infatti presentato come una realtà impegnata nell’ampliamento dei diritti delle donne e nell’adozione di misure di azione positiva che hanno incrementato la loro presenza nelle istituzioni elettive. Le questioni femminili sono diventate uno degli elementi centrali del discorso ufficiale volto a consolidare l’immagine internazionale del regno. In tale contesto, escludere Mansouri avrebbe potuto essere interpretato come un arretramento simbolico rispetto a uno dei risultati più significativi attribuiti al regno di Mohammed VI. Tuttavia, la forza del simbolismo si ridimensiona quando si osserva la realtà politica. Mansouri non emerge al di fuori dell’attuale sistema di potere, ma ne è parte integrante. È stata ministra nel governo uscente, sindaca di Marrakech e ha ricoperto importanti incarichi di leadership all’interno del suo partito.
La sua figura appartiene dunque a una classe dirigente che negli ultimi anni è stata oggetto di crescenti critiche per l’aumento del costo della vita, la perdita di potere d’acquisto dei cittadini e le controversie legate alla corruzione e ai conflitti di interesse. Anche la sua esperienza alla guida di Marrakech non è stata immune da critiche. Il suo nome è comparso nel dibattito politico e mediatico in relazione a questioni urbanistiche, immobiliari e a presunti conflitti di interesse. Per questo motivo, è difficile interpretare la sua nomina come una rottura con il passato o come l’inizio di una nuova stagione politica soltanto perché il capo del governo è una donna. La nomina di una donna alla guida del governo avrebbe assunto un significato diverso se fosse stata il risultato di un lungo percorso di emancipazione sociale e il punto di arrivo delle battaglie condotte dalle donne marocchine per l’uguaglianza, i diritti e una maggiore partecipazione politica. Si tratta di lotte portate avanti per decenni da attiviste, associazioni e movimenti femminili, spesso a costo di pesanti sacrifici, tra limitazioni, persecuzioni, processi e anni di detenzione. È però difficile considerare la nomina di Mansouri come il coronamento diretto di questo percorso.Proveniente da una famiglia benestante e vicina agli ambienti dell’alta società e del potere, la sua carriera politica non è caratterizzata da un passato significativo nei movimenti femministi, sindacali o studenteschi, né nelle battaglie per i diritti delle donne. La sua ascesa è avvenuta principalmente all’interno del Partito Autenticità e Modernità, fondato da Fouad Ali El Himma, amico e attuale consigliere del re. Per questo, la sua nomina appare più come la promozione di una figura appartenente all’élite politica vicina ai centri decisionali che come il risultato di una lunga lotta femminista. Il paradosso appare ancora più evidente se si confronta l’immagine di una donna che raggiunge la più alta carica governativa con la condizione quotidiana di milioni di donne marocchine. La partecipazione femminile al mercato del lavoro resta tra le più basse della regione, la disoccupazione colpisce in misura significativa le donne, persistono differenze salariali e disuguaglianze nelle opportunità, mentre l’analfabetismo continua a interessare soprattutto la popolazione femminile, tanto nelle aree rurali quanto in quelle urbane. Sul piano sociale, molte donne continuano a subire forme di violenza fisica, psicologica, verbale ed economica.
Sul piano politico, la rappresentanza femminile nel nuovo Parlamento si attesta intorno al 27 per cento, nonostante i meccanismi di quote introdotti per favorire la partecipazione delle donne. Tali strumenti sono inoltre oggetto di critiche da parte di chi teme che possano favorire fenomeni di nepotismo, clientelismo e fedeltà partitica nella selezione delle candidature. Di conseguenza, il semplice fatto che una donna sia stata nominata capo del governo non significa automaticamente che la società marocchina sia diventata più egualitaria, che le mentalità siano cambiate o che siano state trasformate le strutture politiche, economiche e sociali che producono e riproducono le disuguaglianze tra uomini e donne. In quest’ottica, la dimensione comunicativa della decisione assume un ruolo importante per comprenderne la tempistica. L’immagine internazionale del Marocco è stata recentemente messa alla prova dalle immagini di migliaia di cittadini marocchini che hanno tentato di raggiungere l’enclave spagnola di Ceuta, evidenziando profonde difficoltà sociali ed economiche.
Scene che sembravano contraddire la narrazione ufficiale di stabilità, sviluppo e progresso. In un simile contesto, la nomina di una donna a capo del governo offre un messaggio forte e immediatamente spendibile sul piano internazionale. Lo stesso Paese i cui giovani sono stati visti tentare di lasciare il territorio nazionale in cerca di migliori condizioni di vita presenta oggi la sua prima donna alla guida del governo. La distanza tra queste due immagini contribuisce a ridefinire la narrazione ufficiale e a rafforzare l’immagine che il Marocco intende proiettare all’estero. Ciò non significa sminuire il valore simbolico della nomina. Vedere una donna alla guida del governo può ampliare gli orizzonti e le aspirazioni di molte giovani marocchine, e questo rappresenta un valore reale e significativo. Il simbolo, però, diventa fuorviante quando viene presentato come prova di una trasformazione strutturale che non si è ancora pienamente realizzata.