Aggiornato il 08/10/26 at 05:41 pm
di Shorsh Surme ——– Tra Libano e Iraq esiste un destino comune, segnato da una complessa vicinanza geopolitica, da percorsi politici caratterizzati da continue interferenze esterne e da una diversità sociale che, invece di essere valorizzata come una ricchezza nazionale, è stata spesso gestita in modo inadeguato.
Le occupazioni generano nuove forme di ingerenza e i ritiri delle potenze straniere finiscono spesso per tradursi in un indebolimento, anziché in un rafforzamento, della sovranità nazionale. Fazioni armate, settarie e ideologiche operano al di fuori della legittimità costituzionale e spesso a suo danno, rivendicando una presunta legittimazione derivante da mandati o interessi esterni. Per le potenze regionali e internazionali è relativamente semplice influenzare il corso degli eventi nei due Paesi; molto più difficile, invece, è per Libano e Iraq affermare un ruolo autonomo nel complesso intreccio di interessi contrastanti che caratterizza la regione.
I rischi sono numerosi e le opportunità limitate. Nulla è più pericoloso dell’assenza di prospettive durante periodi di estrema difficoltà economica, politica e sociale, se non lo spreco di una rara occasione di cambiamento quando questa si presenta. Le vicende dei due Paesi si susseguono e si intrecciano quasi simultaneamente, sebbene ciascuno sembri attraversare una fase storica differente. Israele ha occupato più volte territori libanesi e ha effettuato due ritiri particolarmente significativi, nel 2000 e nel 2006, quest’ultimo nel quadro della cessazione delle ostilità seguita al conflitto con Hezbollah. Ogni intervento militare ha imposto al Libano costi enormi. L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina ne è uscita indebolita, mentre Siria, Iran e Israele hanno cercato di trarre vantaggio dalle nuove dinamiche create sul terreno. Dopo i ritiri israeliani, Hezbollah ha progressivamente rafforzato il proprio arsenale e accresciuto la propria influenza politica e militare, giustificando tale processo con la necessità di mantenere una capacità di resistenza contro la persistente minaccia israeliana.
Invece di concludere la propria missione e deporre le armi, come generalmente ci si attenderebbe da un movimento di resistenza una volta terminata l’occupazione, il movimento sciita ha consolidato la propria influenza sulle istituzioni e sulla società libanese, mantenendo stretti legami con l’Iran. La più recente occupazione israeliana di territori libanesi si inserisce nel contesto delle ostilità avviate da Hezbollah a sostegno di Gaza e dell’Iran. Per quanto riguarda un ulteriore ritiro israeliano, le autorità libanesi lo presentano come parte dell’attuazione dell’accordo mediato dagli Stati Uniti tra Libano e Israele.
Nel frattempo, il cosiddetto «duo sciita» continua a rifiutare negoziati diretti, riponendo le proprie speranze in un dialogo tra Washington e Teheran, nonostante il quadro delle precedenti intese appaia ormai superato e i segnali di una possibile ripresa delle ostilità si facciano sempre più evidenti. Gli Stati Uniti hanno invaso e occupato l’Iraq nel 2003, per poi ritirare le proprie forze in due fasi principali: nel 2011, durante la presidenza di Barack Obama, e successivamente nell’ambito della progressiva riduzione della presenza militare americana seguita alla guerra contro l’ISIS. L’invasione del 2003 rappresentò un grave errore strategico dell’amministrazione guidata da George W. Bush, sostenuta dal vicepresidente Dick Cheney e dall’ala neoconservatrice. L’intervento eliminò uno dei principali contrappesi regionali all’influenza iraniana, offrendo a Teheran un’opportunità geopolitica inattesa. La giustificazione ufficiale dell’invasione, ossia la presunta esistenza di armi di distruzione di massa in Iraq, si rivelò successivamente priva di fondamento.
Richard Perle aveva previsto che la caduta di Saddam Hussein avrebbe spinto il popolo iraniano a liberarsi del regime dei mullah. Robert Kagan sosteneva che avrebbe liberato gli sciiti iracheni sia dalla dittatura di Saddam sia dalla dipendenza politica da Teheran. Tuttavia, gli sviluppi successivi mostrarono una realtà ben diversa. Durante gli interrogatori condotti dall’investigatore dell’FBI di origine libanese George Piro, Saddam Hussein spiegò che l’Iraq aveva lasciato intendere di possedere armi di distruzione di massa per non apparire vulnerabile di fronte all’Iran, considerato la principale minaccia per il Paese. Aggiunse inoltre che Osama bin Laden aveva richiesto un sostegno finanziario che Baghdad non aveva mai concesso.