Identità – La dignità di un uomo che non ha smesso di sentire

Aggiornato il 07/11/26 at 12:20 pm

di Marco Zana —————Ci sono poesie che si leggono e poesie che si attraversano. Le prime possono affascinare per la bellezza delle parole; le seconde ci trattengono perché, tra quelle parole, riconosciamo qualcosa di profondamente umano. Le poesie di Shorsh Surme appartengono, a mio avviso, a questa seconda categoria.
Ho trovato in Identità una sensibilità non comune. Versi talvolta struggenti, talvolta amari, attraversati da una nostalgia che non è semplice rimpianto, ma il sentimento di chi ha conosciuto la perdita e continua, nonostante tutto, a cercare la bellezza.
Shorsh scrive come un uomo che ha vissuto. E vivere, nel significato più autentico del termine, non significa soltanto accumulare anni ed esperienze, ma lasciarsi attraversare dagli avvenimenti senza diventare indifferenti.
Nelle sue poesie convivono la dolcezza e la sofferenza, la solitudine e il bisogno d’amore, la memoria e quella particolare malinconia che appartiene a chi ha dovuto imparare a chiamare casa più di un luogo, senza mai dimenticare il primo.
In Quarant’anni di Italia, Quarant’anni di Me emerge il significato profondo di un’esistenza divisa e insieme arricchita da due appartenenze. In Mamma il dolore assume una dimensione intima, quasi infantile, mentre in Halabja, Anfal e Per Mahsa Amini la poesia diventa testimonianza, coscienza, rifiuto dell’oblio.
Ed è proprio questo intreccio tra memoria individuale e destino collettivo a conferire alla raccolta il suo carattere più significativo. Il poeta non parla soltanto di sé: porta con sé le voci di chi non può più parlare.
Il linguaggio è semplice, volutamente lontano dai virtuosismi letterari. Alcune immagini ritornano, quasi ossessivamente: il vento, le montagne, le radici, il silenzio, le lacrime. Non tutti i versi possiedono la stessa intensità, ma nei momenti migliori questa essenzialità raggiunge una forza che non avrebbe bisogno di alcun ornamento.
Vi è poi qualcosa che mi ha particolarmente colpito: la sua concezione, forse persino inconsapevole, della forza maschile.
Perché in queste pagine riconosco le poesie di un uomo nel senso più nobile della parola. Un uomo capace di soffrire senza fare della sofferenza un privilegio, di amare senza considerare l’amore una debolezza, di piangere senza avvertire il bisogno di giustificarsi. Un uomo che conosce la durezza della storia, ma non ha rinunciato alla tenerezza.
E questa, in un tempo in cui la forza viene troppo spesso confusa con l’insensibilità, mi sembra una qualità di straordinario valore.
Identità non è soltanto il titolo di una raccolta. È il tentativo di rispondere a una domanda che accompagna ogni esistenza: quanto rimane di noi dopo tutto ciò che abbiamo perduto, attraversato, amato e lasciato alle spalle?
La risposta di Shorsh sembra trovarsi proprio nella sua poesia: rimane ciò che siamo riusciti a custodire dentro di noi.
Ho terminato queste pagine con una sensazione particolare, fatta di rispetto, partecipazione e malinconia. Quella che si prova quando qualcuno, senza conoscerci abbastanza, riesce comunque a raccontare qualcosa che ci appartiene.
La poesia di Shorsh Surme non cerca di convincerci della grandezza del suo autore. Ci permette di riconoscere la sua umanità. E, per me, questo vale molto di più.