Kurdistan, una sola patria davanti alla minaccia di due governi

Aggiornato il 06/11/26 at 03:09 pm

Dopo la riapertura del Parlamento con 52 deputati su 100, il PUK prospetta istituzioni concorrenti. La contesa con il KDP investe la sicurezza, gli stipendi e i rapporti con Baghdad: in gioco è la tenuta concreta dell’autonomia riconosciuta dalla Costituzione irachena.

INCHIESTA / ANALISI di MARCO ZANA |
6 novembre 2026

Undici divisioni, due comandi territoriali, una struttura militare riunificata. Così, il 21 settembre, il governo del Kurdistan iracheno presentava la nuova organizzazione dei Peshmerga. Poco più di sei settimane dopo, Bafel Talabani, alla guida dell’Unione patriottica del Kurdistan, ha prospettato un presidente, un primo ministro e ministri alternativi a quelli indicati dal Partito democratico del Kurdistan. La riforma della sicurezza e la contesa sul potere civile stanno seguendo direzioni opposte. La seconda può compromettere i risultati della prima.
Il punto riguarda prima di tutto chi vive nella Regione. Il lavoro dei ministeri, l’erogazione degli stipendi, la protezione delle città e i rapporti con Baghdad non possono fermarsi ogni volta che i partiti smettono di parlarsi. KDP e PUK rappresentano componenti decisive della storia politica curda; nessuno dei due, da solo, esaurisce la società che governa o ambisce a governare. Il sostegno alla causa curda, oggi, passa anche dalla difesa di regole e istituzioni che appartengono a tutti.
Cinquantadue presenze e una rottura che va oltre il quorum
Il 4 novembre 2026 il Parlamento della Regione del Kurdistan ha eletto la propria presidenza con 52 deputati presenti su 100: uno più della maggioranza assoluta richiesta. Vala Farid, del Partito democratico del Kurdistan (KDP), è stata eletta presidente dell’Assemblea; Rami Nouri, rappresentante della quota cristiana, vicepresidente; Muna Qahwachi, esponente turkmena, segretaria. La seduta è stata boicottata dall’Unione patriottica del Kurdistan (PUK) e da altri gruppi, benché alcuni parlamentari eletti nelle loro liste abbiano partecipato.
Dietro la seduta del 4 novembre c’è un risultato elettorale rimasto senza sbocco di governo. Nell’ottobre 2024 il KDP aveva ottenuto 39 seggi, il PUK 23 e il movimento Nuova Generazione 15. Il negoziato per il nuovo esecutivo non ha prodotto un accordo. La legislatura, inaugurata nel dicembre 2024, è rimasta sostanzialmente bloccata fino a questa settimana. Il Parlamento è ripartito sul piano procedurale; il consenso necessario per governare la Regione, invece, si è ulteriormente ristretto.
Il KDP sostiene che la seduta abbia rispettato le regole e rappresenti la fine di un vuoto istituzionale. Accusa PUK e Nuova Generazione di aver paralizzato il Parlamento e invita i gruppi assenti a rientrare. Il PUK respinge questa interpretazione e considera la ripresa dei lavori una forzatura priva di un’intesa preliminare sulla ripartizione delle responsabilità. Sono posizioni antagoniste, entrambe documentate, che non autorizzano il giornalista a pronunciare una sentenza sulla legittimità costituzionale: a farlo, se investite della questione, devono essere le sedi competenti.
Il 5 novembre Bafel Talabani, presidente del PUK, ha annunciato il ritiro del partito dal governo regionale ancora in carica e il mancato riconoscimento degli incarichi derivanti dalla seduta contestata. Ha inoltre prospettato nomine parallele — presidente della Regione, primo ministro e ministri — qualora il KDP procedesse unilateralmente. Si tratta, allo stato dei fatti, di una minaccia politica espressa pubblicamente, non della prova che un secondo governo sia già stato costituito. Confondere le due cose significherebbe anticipare una frattura che è dovere della politica evitare.
La Costituzione protegge l’autonomia, non il monopolio di un partito
Nel 2005 l’articolo 117 della Costituzione irachena ha riconosciuto la Regione del Kurdistan e le sue autorità come componente federale. L’articolo 121 disciplina le competenze regionali, comprese responsabilità amministrative e forze di sicurezza interne. Non è una concessione revocabile a ogni passaggio elettorale; è parte dell’assetto costituzionale dell’Iraq. Il suo valore, tuttavia, dipende dalla capacità di tradurre il diritto scritto in istituzioni affidabili.
La storia spiega perché questa posta sia così alta. L’operazione Anfal e il bombardamento chimico di Halabja nel 1988 sono entrati nella documentazione internazionale sui crimini commessi contro la popolazione curda. Dopo la sollevazione del 1991, l’esperienza dell’autogoverno ha assunto una forma sempre più stabile; con il nuovo ordinamento federale è arrivato un riconoscimento giuridico che nessuna generazione precedente poteva dare per scontato. Il Kurdistan non ha ricevuto le proprie istituzioni come un regalo della storia.
Quella memoria non può però diventare un salvacondotto per i governanti. Il sacrificio di una comunità legittima la richiesta di diritti, non l’appropriazione delle istituzioni da parte di chiunque invochi i martiri. Un Parlamento deve rispondere agli elettori; un governo ai cittadini; una forza di sicurezza a una catena di comando pubblica. Se questi confini si confondono, l’autonomia conserva il nome ma perde parte della sostanza.
La rivalità dei partiti e il vuoto della rappresentanza
Il KDP e il PUK hanno avuto un ruolo storico determinante nella vita politica curda. Hanno anche conosciuto confronti traumatici e lunghi periodi di competizione territoriale. Il loro accordo di condivisione del potere, consolidato negli anni Duemila, ha favorito la costruzione delle istituzioni regionali ma non ha eliminato la reciproca diffidenza. Il rapporto pubblicato dal governo britannico nel settembre 2026, che raccoglie numerose fonti indipendenti, descrive proprio la progressiva erosione di quell’intesa.
Il KDP rivendica il primato ottenuto alle urne e il diritto di non vedere la maggioranza bloccata da un veto permanente. Il PUK rivendica un peso sostanziale nei grandi incarichi e garanzie contro la concentrazione del potere. Il problema non si risolve liquidando il primo come un usurpatore o il secondo come un ostacolo. La difficoltà reale consiste nel trovare un equilibrio in cui il voto abbia conseguenze, senza trasformare una vittoria elettorale nella subordinazione politica permanente dell’altra parte.
La società curda, intanto, non si esaurisce in due sigle. Vi sono opposizioni, elettori indipendenti, giovani, donne, sindacati, comunità religiose e minoranze che hanno diritto a una rappresentanza non subordinata alle trattative tra i vertici. Una coalizione costruita soltanto sulla distribuzione delle poltrone può mettere fine a una crisi aritmetica senza risolverne le cause. E un Parlamento tecnicamente funzionante, ma privo di un confronto riconosciuto tra i principali protagonisti, rischia di produrre decisioni difficili da applicare.
I peshmerga unificati e la responsabilità di non tornare indietro
La riorganizzazione dei Peshmerga, ora messa alla prova dalla crisi, risale a due comunicazioni ufficiali. Il 10 settembre il ministero regionale ha annunciato il completamento dell’unificazione delle forze precedentemente legate alle strutture 70 e 80. Il 21 settembre il governo ha illustrato undici divisioni, comandi di supporto e due comandi territoriali. Alla cerimonia erano presenti esponenti delle due principali famiglie politiche, fra i quali il primo ministro Masrour Barzani e il vicepremier Qubad Talabani. La loro presenza comune attribuiva alla riforma un significato che andava oltre l’organigramma militare.
La crisi permette ora di misurare quanto quella riforma sia entrata davvero negli apparati. Contano la subordinazione delle unità alle istituzioni comuni, le informazioni condivise e la capacità di reagire a una minaccia senza consultare le appartenenze di partito. Le cerimonie non bastano a garantire questi risultati. Una nuova divisione dei comandi, qualora si verificasse, esporrebbe la Regione a una vulnerabilità che nessuna vittoria parlamentare potrebbe compensare.
Non vi è ragione di affermare che la riorganizzazione sia già fallita. Sarebbe però irresponsabile considerarla irreversibile. La sua salvaguardia deve diventare un interesse superiore a ogni negoziato di governo: nessuna mobilitazione di forze per pressione interna, nessuna catena di comando concorrente, nessun uso degli apparati come argomento nella trattativa politica.
Il tempo della sicurezza non coincide con quello dei partiti
Il ritiro delle forze statunitensi dalla base di Erbil, completato il 30 settembre 2026 nell’ambito della conclusione della missione della coalizione in Iraq, ha modificato il quadro di sicurezza. Gli Stati Uniti hanno annunciato la continuità del sostegno attraverso forme diverse di cooperazione e assistenza; non si tratta, dunque, della cancellazione di ogni rapporto. Ma il dispositivo militare sul terreno è cambiato, mentre restano il pericolo di cellule dello Stato islamico e la pressione delle crisi regionali.
Già il 28 settembre il ministero dei Peshmerga aveva segnalato gli attacchi con droni e missili che avevano investito la Regione nel contesto del confronto con l’Iran. Nello stesso documento aveva espresso preoccupazione per l’assenza di un sistema alternativo di difesa aerea in concomitanza con il ritiro americano e ricordato le responsabilità dello Stato federale nella protezione dello spazio aereo iracheno. È una valutazione ufficiale del governo regionale, non una stima indipendente dell’efficacia delle difese.
In questo scenario, Erbil e Sulaymaniyah hanno un interesse comune molto concreto: un coordinamento di sicurezza che non dipenda dall’umore delle segreterie di partito, un rapporto operativo con Baghdad e una diplomazia capace di ridurre l’esposizione del territorio ai conflitti altrui. Il Kurdistan non ha bisogno di diventare il campo in cui si regolano conti che si decidono altrove.
La crisi entra nelle case attraverso gli stipendi
Il 4 novembre il ministero regionale delle Finanze ha comunicato l’arrivo di 834,92 miliardi di dinari iracheni sul conto destinato alle retribuzioni di ottobre. Ha segnalato anche una trattenuta federale di 120 miliardi relativa alle entrate non petrolifere e tempi tecnici che spostano l’accredito ai beneficiari al successivo giorno bancario utile. Dietro questi passaggi contabili vi sono famiglie che devono far quadrare spese, affitti e acquisti. La regolarità degli stipendi è uno dei modi più immediati con cui un’amministrazione dimostra di funzionare.
Il contenzioso sulle entrate è più antico della crisi di novembre. Petrolio, quote del bilancio federale, ricavi non petroliferi e verifiche delle liste paga alimentano da anni le frizioni fra Erbil e Baghdad. Il 27 settembre 2025 erano riprese le esportazioni petrolifere attraverso l’oleodotto verso Ceyhan, nel quadro di accordi che coinvolgono anche la commercializzazione tramite SOMO. Il 7 ottobre 2026 una delegazione del governo regionale era ancora a Baghdad per negoziare la cornice del bilancio 2027 e la continuità dei trasferimenti.
La posta politica è concreta. Un esecutivo regionale attraversato da divisioni profonde dispone di minore coesione nei negoziati, fatica a rendere leggibili i conti pubblici e offre a ciascuna parte l’occasione di imputare all’altra i ritardi. Il diritto dei cittadini a ricevere lo stipendio non dovrebbe diventare una leva né per Baghdad né per le forze curde. Alla difesa dell’autonomia devono accompagnarsi bilanci trasparenti, controlli credibili e responsabilità riconoscibili.
Dall’Iraq alla Siria: la fragilità dell’intero spazio curdo
Il Kurdistan iracheno non è isolato dalla storia delle altre comunità curde. Le vicende dei curdi in Siria, in Turchia e in Iran seguono percorsi politici e giuridici differenti: sovrapporli sarebbe un errore.
Tuttavia, la vulnerabilità di una conquista istituzionale in una parte del mondo curdo ha inevitabilmente una risonanza più ampia, perché il riconoscimento della lingua, la sicurezza dei civili e la possibilità di partecipare alle decisioni pubbliche rimangono questioni aperte in contesti molto diversi.
Sul versante siriano, le mobilitazioni studentesche per l’insegnamento in lingua curda, documentate anche da Panorama Kurdo alla fine di ottobre, mostrano quanto un diritto culturale possa dipendere da decisioni amministrative concrete. In Iraq, invece, esiste un’autonomia riconosciuta costituzionalmente. La differenza è enorme; proprio per questo il suo funzionamento ha un valore politico che supera i confini della Regione.
C’è poi un dovere che non si può archiviare sotto la voce ‘emergenza passata’: quello verso gli sfollati, fra i quali gli yazidi di Sinjar. Nell’agosto 2026 il governo regionale e l’Organizzazione internazionale per le migrazioni hanno discusso ancora delle condizioni per ritorni sicuri, volontari e dignitosi. Ogni energia investita nella creazione di autorità concorrenti è energia sottratta alla capacità di risolvere problemi come questi.

Un patto verificabile, non una tregua tra dirigenti
Una soluzione credibile comincerebbe da impegni pubblici verificabili. Tutte le forze dovrebbero rinunciare a istituire autorità parallele, intimidire gli avversari o impiegare gli apparati di sicurezza nella trattativa politica. Il confronto dovrebbe tornare in Parlamento e affrontare con criteri trasparenti la formazione del governo, prevedendo un percorso giuridico condiviso per contestare le procedure. Il quorum consente di deliberare; da solo non ricostruisce la fiducia. Il dissenso, a sua volta, non può diventare un veto senza scadenza.
Occorre inoltre separare le questioni indifferibili dalle trattative sugli incarichi: pagamenti, continuità dei servizi, controllo dei flussi petroliferi, gestione delle frontiere, tutela degli sfollati e protezione dei civili devono proseguire con meccanismi verificabili. La riforma dei Peshmerga deve essere protetta da un vincolo bipartisan esplicito, con responsabilità di comando tracciabili. Il rapporto con Baghdad va sostenuto attraverso un’agenda istituzionale comune, perché le controversie con il centro federale non possono essere affrontate come una competizione fra delegazioni curde rivali.
Infine va restituito spazio al controllo della società: stampa libera, organizzazioni civiche, università, associazioni professionali e rappresentanti delle minoranze. Non per sostituire la politica eletta, ma per ricordarle che l’autonomia non appartiene ai suoi amministratori. Il vero test non sarà soltanto la firma di un accordo tra KDP e PUK. Sarà la possibilità per un cittadino di Erbil e per uno di Sulaymaniyah di riconoscere nelle stesse istituzioni garanzie equivalenti.

La patria non è una quota da spartire
Ogni forza politica curda può rivendicare un mandato elettorale, accordi disattesi o garanzie insufficienti. È materia legittima di conflitto democratico. Il dovere di impedire che la competizione travolga le istituzioni, invece, non è negoziabile. Dopo decenni di repressione, la società curda ha conquistato uno spazio di autogoverno: nessuna controversia sulle cariche giustifica il rischio di svuotarlo.
La bandiera curda ha attraversato guerre, esili e lutti che precedono gli uomini oggi seduti ai tavoli del potere. Sotto quella bandiera vivono famiglie che attendono uno stipendio, sfollati che sperano di tornare, ragazzi che studiano e giovani che non vogliono lasciare la propria terra. È a loro che i dirigenti di Erbil e Sulaymaniyah devono spiegare le proprie decisioni, prima ancora che agli alleati e agli avversari.
L’unità non esige unanimità. Richiede regole rispettate anche quando costano, garanzie riconosciute anche all’opposizione e forze di sicurezza fedeli alle istituzioni prima che ai partiti. La crisi di novembre offre ai dirigenti curdi una responsabilità precisa: dimostrare che l’autonomia sa reggere il

dissenso senza dividersi in due. La misura del loro operato sarà la continuità dei diritti dei cittadini, non il numero delle cariche ottenute.