Barzan Anfal: un dolore scolpito nella memoria di una nazione

Aggiornato il 30/07/26 at 03:45 pm

di Hüsamettin TURAN ——– 31 luglio 1983. Una delle pagine più buie della storia curda. Su ordine di Saddam Hussein e attraverso una pianificazione sistematica del regime Ba’ath, fu avviata l’operazione Barzan Anfal. Circa 8.000 uomini adulti barzani vennero strappati dalle loro case, deportati nei deserti dell’Iraq meridionale e, per la stragrande maggioranza, massacrati in esecuzioni di massa. Non fu soltanto un attacco contro una singola tribù: rappresentò il primo grande anello della politica dell’Anfal, concepita per privare il popolo curdo della sua volontà e delle sue radici.
Un ricordo che mi fu raccontato da un anziano della tribù Barzani, circa dieci anni fa durante il mio soggiorno nel Kurdistan iracheno, illumina un aspetto che, in mezzo a tanta sofferenza, non dovrebbe mai essere dimenticato. Tra i deportati, infatti, vi erano anche 27 armeni residenti nella regione di Barzan. Quando, al controllo dei documenti, fu rilevata la loro identità armena, venne detto loro: «Non abbiamo nulla contro di voi, potete andare». Ma essi rifiutarono. Risposero: «No, anche noi siamo Barzani. Qualunque sia il destino del nostro popolo, sarà anche il nostro». Scelsero di camminare verso la morte insieme agli altri.
Questo episodio è uno degli esempi più sconvolgenti della fiducia, del senso di appartenenza e della cultura di convivenza che, a Barzan, hanno unito diverse comunità etniche e religiose. Dimostra che vivere insieme non significa soltanto condividere la stessa geografia, ma può voler dire, quando necessario, condividere lo stesso destino. L’approccio dei Barzani verso i diversi popoli non si limita a questo. Si narra che nel 1915 le forze armate barzani si mobilitarono per scortare in sicurezza verso la Siria gli armeni in fuga da Van e dai suoi dintorni, subendo anche perdite umane durante gli scontri. È inoltre attestato che la stessa visione fu dimostrata nei confronti degli ebrei che vivevano nella regione prima della fondazione dello Stato d’Israele, così come verso le comunità assire, siriache, caldee e turcomanne. Questa eredità storica mostra che Barzan rappresenta non solo una tribù, ma una cultura sociale in cui diverse identità hanno potuto convivere.
Negli anni ’80, il secondo grande obiettivo del regime Ba’ath furono i curdi feyli. Migliaia di loro vennero massacrati, decine di migliaia deportati e privati dei diritti di cittadinanza. La fase più imponente dell’Anfal iniziò nel 1988, subito dopo il massacro di Halabja, e durò fino al settembre dello stesso anno. I villaggi furono rasi al suolo. Dai neonati in culla agli anziani novantenni, senza distinzione di sesso, circa 182.000 abitanti del Kurdistan furono uccisi; migliaia vennero sepolti nelle fosse comuni del sud dell’Iraq. Armi chimiche, esecuzioni di massa e sparizioni forzate furono gli strumenti più spietati di questa politica. Il fatto che a questa operazione di sterminio sia stato attribuito il nome della sura coranica Al‑Anfal rappresenta una delle più grandi ironie della storia. Ancora oggi, nel Kurdistan iracheno, molte persone non riescono a trattenere le lacrime quando, leggendo il Corano, arrivano alla Sura Al‑Anfal: perché “Anfal”, per loro, non è soltanto una sura, ma il nome delle fosse comuni, dei bambini rimasti orfani, dei villaggi distrutti e delle vite spezzate.
Per chi desidera comprendere questo periodo, l’opera Crueltà e silenzio dello scrittore arabo iracheno Kanan Makiya è una delle fonti più importanti. Quando lessi il libro, provai un profondo sconcerto di fronte all’immensità della ferocia descritta. A dire il vero, se l’autore non fosse stato un intellettuale arabo, sarebbe stato molto più difficile per me credere a una parte di ciò che vi è narrato.
Sebbene siano trascorsi quarantatré anni, queste ferite sono ancora aperte. Eppure, esistono ancora oggi mentalità che cercano di sminuire i diritti nazionali dei curdi attraverso retoriche di ümmet (comunità di fede) e “fratellanza”. Vi sono persino curdi che si oppongono all’idea che il proprio popolo debba possedere uno Stato, considerandolo superfluo. Tuttavia, la Barzan Anfal e l’intero processo dell’Anfal ricordano a molti curdi una verità storica: sicurezza, libertà e un futuro dignitoso sono possibili solo disponendo della propria volontà politica. Se i dolori del passato vengono dimenticati, non vi è alcuna garanzia che tragedie simili non si ripetano.
Hawar!
La Barzan Anfal non è soltanto la memoria della tribù Barzani, ma la memoria collettiva dell’intero popolo curdo. È, al tempo stesso, un duro esame affidato alla coscienza dell’umanità. Ricordare queste sofferenze non significa alimentare rancore, ma custodire la ricerca di giustizia, la consapevolezza storica e la memoria comune contro le catastrofi che non dovranno mai più ripetersi.

Fonti
Barzani ve Kürd Ulusal Özgürlük Mücadelesi (Barzani e la lotta di liberazione nazionale curda), vol. 2, p. 47.
Kanan Makiya, Crueltà e silenzio (Cruelty and Silence).