Usa. Netanyahu torna alla Casa Bianca, ma l’alleanza con Trump mostra crepe sempre più evidenti

Aggiornato il 29/07/26 at 04:00 pm

di Shorsh Surme –——-La settima visita di Benjamin Netanyahu alla Casa Bianca nell’arco di un anno e mezzo del secondo mandato di Donald Trump potrebbe far pensare, a una prima lettura, a un rapporto privilegiato tra i due leader. La frequenza degli incontri, tuttavia, non coincide necessariamente con la solidità della relazione politica. Al contrario, l’agenda bilaterale evidenzia una crescente divergenza strategica che questa visita sembra destinata a mettere ulteriormente in luce. Netanyahu non incontra Trump dal 28 febbraio, data dell’avvio delle operazioni militari contro l’Iran. Le ripetute richieste di un colloquio, rinviate dalla Casa Bianca, suggeriscono che l’allineamento tra i due leader non sia più automatico come in passato. Nel frattempo è cambiato anche il contesto politico interno degli Stati Uniti. Il sostegno a Israele è in calo soprattutto tra i giovani e in una parte significativa delle basi elettorali di entrambi i partiti. Si tratta di un’evoluzione non solo sociologica, ma anche politica, perché riduce la capacità di Israele di contare su quel sostegno bipartisan che per decenni ha rappresentato uno dei pilastri della sua sicurezza diplomatica. Parallelamente, la guerra contro l’Iran ha alimentato un acceso dibattito negli Stati Uniti. Diversi analisti ritengono che Netanyahu abbia convinto Trump che il regime iraniano sarebbe crollato nel giro di poche settimane. Se questa ricostruzione fosse confermata, l’errore di valutazione avrebbe un costo politico significativo, rafforzando la percezione che Israele abbia trascinato Washington in un conflitto molto più complesso del previsto. In questo clima emerge un tema che fino a pochi anni fa sarebbe stato considerato un tabù: subordinare gli aiuti statunitensi a Israele a criteri politici e giuridici. L’ipotesi di sostituire gli attuali finanziamenti automatici con un memorandum d’intesa sulla sicurezza segnala che il rapporto privilegiato tra i due Paesi non viene più dato per scontato, ma sottoposto a una verifica politica. Non si tratterebbe di un disimpegno americano, bensì di una ridefinizione dell’alleanza, con Washington intenzionata a ricondurre l’azione israeliana entro una cornice coerente con gli interessi strategici degli Stati Uniti e con il diritto internazionale. Il vertice, quindi, non appare come una celebrazione della partnership tra i due alleati, ma come un tentativo di gestire divergenze che si sono progressivamente accumulate. Entrambi i leader, inoltre, devono fare i conti con le rispettive dinamiche elettorali. Netanyahu vuole confermare la propria immagine di interlocutore privilegiato della Casa Bianca, mentre Trump, reduce da una guerra impopolare, è chiamato a contenere la percezione che Israele abbia esercitato un’influenza eccessiva sulle decisioni della sua amministrazione. Il G7 di Evian ha rappresentato un momento particolarmente significativo di questa evoluzione. Le dichiarazioni di Trump, che avrebbe affermato «Senza di me, Israele non esisterebbe», insieme alla definizione di Netanyahu come «pazzo», non sembrano semplici sfoghi personali, ma riflettono tensioni più profonde. Gli Stati Uniti non condividono più automaticamente la strategia israeliana nei confronti dell’Iran. Mentre Tel Aviv punta alla prosecuzione delle operazioni militari, Washington, almeno fino a poco tempo fa, continuava a considerare la via diplomatica un’opzione praticabile. Netanyahu arriva a Washington con una serie di dossier che riflettono le crescenti preoccupazioni di Israele nei confronti della politica americana. Tra questi figurano la possibile vendita dei caccia F-35 alla Turchia, ritenuta in grado di alterare gli equilibri regionali; l’accordo sul nucleare civile con l’Arabia Saudita, che apre scenari delicati per la sicurezza israeliana; le pressioni statunitensi per un ritiro dal Libano, considerate da Israele un possibile vantaggio per gli attori ostili; e il nuovo approccio americano nei confronti della Siria, sempre meno coincidente con le priorità strategiche di Tel Aviv. In questo contesto assumono particolare rilievo anche le parole di Dana Stroul, ex funzionaria del Pentagono, secondo la quale molte decisioni dell’amministrazione Trump non sarebbero necessariamente nel migliore interesse di Israele. Un’affermazione che fotografa efficacemente una convergenza strategica non più automatica. Secondo fonti israeliane, Netanyahu intende inoltre presentare a Trump nuove informazioni sulla cosiddetta “Montagna dell’Ascia”, il sito nel quale l’Iran avrebbe nascosto asset strategici del proprio programma nucleare. La scelta di portare questo dossier al centro del confronto può rispondere a un duplice obiettivo: spingere Washington verso una linea più dura nei confronti di Teheran, sostenendo che il programma nucleare iraniano stia accelerando, oppure rafforzare sul piano interno la narrazione di Netanyahu come leader capace di cogliere minacce che altri sottovalutano. La questione centrale resta comprendere se tra Stati Uniti e Israele si stia aprendo una vera frattura. Gli elementi disponibili suggeriscono piuttosto una fase di ridefinizione degli equilibri. Washington sembra voler stabilire nuovi limiti all’alleanza, mentre Israele punta a preservarne l’impostazione tradizionale. La visita di Netanyahu potrebbe dunque rappresentare una manovra tattica in vista delle fasi conclusive dello scontro con l’Iran oppure un tentativo di riallineamento strategico tra i due alleati. In entrambi i casi, il futuro delle relazioni tra Washington e Tel Aviv dipenderà non soltanto dalle scelte dei due leader, ma anche dall’evoluzione degli equilibri regionali e delle dinamiche politiche interne ai rispettivi Paesi.

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