Aggiornato il 17/07/26 at 04:46 pm
di Shorsh Surme –——-Lo Stretto di Hormuz è tornato al centro della competizione geopolitica dopo il recente confronto militare tra Stati Uniti e Israele, da un lato, e Iran, dall’altro. Il nodo centrale non è più soltanto la capacità di Teheran di interrompere la navigazione, ma la tenuta dell’economia mondiale di fronte alle conseguenze politiche ed economiche che deriverebbero da un’eventuale chiusura prolungata di una delle vie marittime più strategiche del pianeta.
Più che una semplice rotta regionale, Hormuz rappresenta oggi un’arteria essenziale del commercio internazionale, dove convergono gli interessi delle principali potenze mondiali. Qualsiasi crisi nell’area si riflette immediatamente sui mercati energetici, sulle catene di approvvigionamento, sul commercio globale e sulla stabilità finanziaria, rendendo lo stretto uno degli snodi più delicati della sicurezza economica internazionale.
Attraverso Hormuz transita circa un quinto del commercio mondiale di petrolio, oltre a ingenti quantità di gas naturale liquefatto esportate dalle monarchie del Golfo verso i mercati asiatici ed europei. Lo attraversano inoltre petroliere, navi mercantili e cargo carichi di materie prime, prodotti industriali e beni alimentari. Un’interruzione della navigazione provocherebbe un immediato aumento dei prezzi di petrolio e gas, maggiori costi di trasporto e assicurazione, ritardi logistici e difficoltà nelle catene produttive, alimentando inflazione e rallentamento della crescita economica, soprattutto nei Paesi importatori di energia.
La storia dimostra tuttavia che gli stretti internazionali vengono raramente chiusi completamente, anche durante i conflitti più intensi. Nella guerra Iran-Iraq, durante la cosiddetta “guerra delle petroliere”, centinaia di navi furono colpite, ma il traffico marittimo non si arrestò. Analogamente, durante il conflitto tra Russia e Ucraina, la comunità internazionale ha cercato di preservare la navigazione negli stretti turchi e nel Mar Nero attraverso corridoi sicuri. Questi precedenti confermano come una chiusura totale di uno snodo strategico finirebbe per danneggiare l’intera economia mondiale, oltre alle stesse parti coinvolte nel conflitto.
Anche il diritto internazionale tutela la continuità della navigazione. La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982 garantisce infatti il diritto di transito negli stretti internazionali, limitando i poteri degli Stati costieri e impedendo restrizioni tali da compromettere la libertà di navigazione. Lo stesso diritto dei conflitti armati sul mare consente alcune misure di controllo, ma non autorizza la chiusura completa degli stretti né la violazione dei diritti degli Stati neutrali.
Sul piano strategico, il principale deterrente contro una chiusura di Hormuz non è tanto la capacità militare, quanto gli enormi costi economici e politici che essa comporterebbe. Un blocco farebbe aumentare il prezzo dell’energia, i premi assicurativi e i costi delle materie prime, accelerando al tempo stesso gli investimenti in rotte e infrastrutture alternative, come oleodotti, nuovi porti e progetti di diversificazione energetica. Nel lungo periodo, ciò potrebbe persino ridurre il valore geopolitico dello stesso stretto.
Per questo motivo la minaccia di chiusura viene generalmente considerata uno strumento di pressione politica più che una concreta opzione strategica. Le monarchie del Golfo, l’Iran e le principali economie mondiali condividono infatti l’interesse a mantenere aperto il flusso di energia e merci. I mercati reagiscono spesso già alla sola percezione del rischio, con rialzi immediati dei prezzi del petrolio, dei trasporti e delle assicurazioni, effetti che si riflettono rapidamente sull’economia reale.
Anche Teheran è consapevole che una chiusura totale limiterebbe le proprie esportazioni energetiche, aumenterebbe l’isolamento internazionale e potrebbe giustificare una presenza militare straniera ancora più consistente nella regione.
Lo scenario più realistico resta quindi quello di una tensione permanente ma controllata. Lo Stretto di Hormuz continuerà a essere uno strumento di pressione geopolitica, senza arrivare a un blocco completo del traffico marittimo. In un’economia sempre più dipendente dalle catene globali di approvvigionamento, mantenere aperta questa via d’acqua rappresenta un interesse condiviso che va ben oltre le rivalità regionali e costituisce uno dei presupposti fondamentali della sicurezza economica internazionale.