Aggiornato il 23/05/26 at 04:23 pm
di Gianni Sartori ——– Sia chi bombarda scuole e ospedali, sia chi impicca i dissidenti.
È legittimo sostenere che la brutale repressione e le violazioni dei diritti umani operate dal regime degli ayatollah non possano in alcun modo giustificare i devastanti bombardamenti Israelo Statunitensi, in particolare contro obiettivi civili come scuole e ospedali.
Allo stesso modo, le aggressioni imperialiste non possono servire da alibi per stendere un velo — un sudario? — su ciò che avviene nelle carceri iraniane.
All’alba del 21 maggio 2026, nel carcere di Naqadeh, in gran segreto e senza preavviso ai familiari, sono stati impiccati altri due prigionieri politici curdi: Ramin Zaleh (arrestato nel luglio 2024) e Karim Maroufpour (arrestato nel 2021).
Le esecuzioni sono avvenute a seguito di un processo farsa durato pochi minuti nel tribunale di Mahabad, senza avvocato e senza alcuna garanzia, dopo che le confessioni erano state estorte con la tortura.
Entrambi erano accusati di appartenere al Partito Democratico del Kurdistan Iraniano (PDKI).
Nel comunicato dell’agenzia di stampa Mizan — controllata dal potere giudiziario — con cui la notizia è stata diffusa, Ramin e Karim venivano presentati come “appartenenti a gruppi terroristi separatisti” e accusati di “ribellione armata e tentato omicidio”.
Si tratta di accuse standard, come sottolinea l’organizzazione per i diritti umani Hengaw, rivolte sistematicamente ai militanti curdi.
L’impennata delle esecuzioni
In contemporanea con i bombardamenti operati da Israele e Stati Uniti, le esecuzioni in Iran hanno subito una drammatica impennata, soprattutto contro dissidenti e persone accusate di aver “attentato alla sicurezza nazionale”.
Tra il 17 marzo e il 21 maggio 2026, almeno 34 prigionieri politici sono stati impiccati dal regime.
E l’ombra della forca incombe sempre più anche su una storica prigioniera politica: Pakhshan Azizi, come denunciano numerose ONG, in particolare Amnesty International.
Secondo quanto riportato da Rojhlat Info, la Corte iraniana avrebbe confermato la sentenza contro la militante curda: l’esecuzione potrebbe quindi essere imminente. Arrestata nell’agosto 2023 a Teheran, era stata trasferita nel carcere di Evin, dove ha trascorso cinque mesi in isolamento totale, subendo torture e maltrattamenti.
Nel luglio 2024 Pakhshan Azizi veniva condannata a morte per “baghy”, ossia ribellione armata contro lo Stato.
Tra le “prove” — assai opinabili — a suo carico figurano:
• la partecipazione a una manifestazione nel 2009 contro l’esecuzione di uno studente curdo
• il sostegno alle famiglie dei manifestanti uccisi nella rivolta del 2022
• l’impegno umanitario verso donne e bambini curdi fuggiti dalle persecuzioni dello Stato islamico in Siria
Per Amnesty International il suo caso è “politicamente motivato”. L’organizzazione denuncia inoltre l’uso della pena di morte in Iran come “arma per ridurre al silenzio le voci dissidenti e i militanti”.
Armi statunitensi ai curdi? Il PJAK smentisce
In questi giorni il portavoce del PJAK (Partito per una Vita Libera in Kurdistan), Gelawêj Ewrîn, è intervenuto sulla questione delle presunte armi consegnate — secondo il presidente statunitense — ai curdi iraniani.
Ha chiesto che Donald Trump indichi chiaramente a chi sarebbero state consegnate tali armi, aggiungendo che, se qualche organizzazione curda le avesse ricevute, dovrebbe dichiararlo pubblicamente.
Il PJAK ribadisce quanto già affermato in passato: non ha mai ricevuto armi dagli Stati Uniti.
“Trump non può denigrare il popolo curdo sostenendo di aver consegnato armi che poi i curdi non starebbero usando.”
Il movimento ricorda che i curdi del Rojhilat (il Kurdistan entro i confini iraniani) dispongono di una propria forza politica e militare, e che “non abbiamo ricevuto niente da Washington”.
Se davvero tali armi fossero state consegnate a qualche organizzazione politica, Trump dovrebbe “dichiarare apertamente a chi, a quale partito”.
Secondo il PJAK, le dichiarazioni del presidente — “abbiamo dato le armi, ma non le usano” — rappresentano una minaccia non solo per il movimento, ma per l’intero popolo curdo: potrebbero provocare ulteriori reazioni di Teheran e minare la fiducia della popolazione nei confronti delle proprie organizzazioni.
Il PJAK conclude ricordando che il popolo curdo “è arrivato fin qui contando sulle proprie forze, intervenendo dove e quando era necessario”.
Alimentare dubbi infondati non giova a nessuno ed è “vergognoso cercare di umiliare un popolo con questi metodi”. Soprattutto un popolo che ha dimostrato, ampiamente, di possedere una radicata capacità di resistenza.