Iran. La guerra divide le monarchie arabe

Aggiornato il 12/05/26 at 01:56 pm

di Shorsh Surme –——Le relazioni tra il Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) e la Repubblica Islamica dell’Iran sono rimaste tese e altalenanti negli ultimi quarantasette anni. L’attuale guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran ha ulteriormente complicato i rapporti tra Teheran e i Paesi del Golfo.
A causa dei loro complessi legami con Washington, gli Stati del Golfo, in particolare Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrein, osservano con cautela l’evoluzione del conflitto. Temono infatti che un eventuale accordo o una fine improvvisa della guerra possano lasciare un Iran indebolito ma ostile, con possibili ripercussioni sulla sicurezza regionale. Questo timore rappresenta uno dei motivi che spingono gli Emirati Arabi Uniti a sostenere la prosecuzione della guerra e a ostacolare un nuovo accordo sul nucleare.
Nel 2015 la Casa Bianca firmò con l’Iran il Piano d’Azione Congiunto Globale (JCPOA). Israele e diversi Paesi arabi, soprattutto Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, interpretarono quell’intesa come una vittoria strategica per Teheran. Come ricorda il libro Le grandi strategie dell’Iran – Storia politica, tali Paesi “cercarono seriamente di far fallire l’accordo insieme a Israele, finché Donald Trump non si ritirò dal JCPOA imponendo una politica di massima pressione economica sull’Iran”.
Secondo molti analisti, questo rappresenta uno degli errori strategici dei Paesi arabi del Golfo: tentare di garantire la propria sicurezza esclusivamente attraverso gli Stati Uniti, trattando la sicurezza come una semplice questione di forniture militari. Tale approccio ha contribuito alla situazione attuale tra Iran, Stati Uniti e Israele. Per rassicurare i partner arabi, Washington ha promesso ingenti vendite di armamenti: nel 2015 la Casa Bianca autorizzò forniture militari per un valore di 100 miliardi di dollari.
Gli Stati Uniti e Israele, nel frattempo, hanno alimentato la percezione di un Iran minaccioso, per poi negoziare direttamente con Teheran, mentre ai Paesi arabi veniva chiesto di acquistare armi per difendersi.
Oggi gli Emirati Arabi Uniti partecipano attivamente al conflitto, ospitando basi militari statunitensi sul proprio territorio. Secondo fonti del Dipartimento di Stato e del Congresso, la composizione di tali basi e il loro ruolo nell’attuale guerra contro l’Iran indicano un coinvolgimento diretto. La presenza di queste installazioni ha spinto gli Emirati a collaborare strettamente con Israele, incoraggiando altri Paesi a entrare nel conflitto.
Il 13 aprile 2026 la rivista al-Majala Arabi, citando The Economist, ha riportato che alcuni Paesi arabi avrebbero spinto Trump a imporre un blocco marittimo contro l’Iran, con l’obiettivo di esercitare una pressione economica tale da costringere le Guardie Rivoluzionarie ad aprire con la forza lo Stretto di Hormuz.
Mentre l’Iran combatte una guerra per la propria sopravvivenza, due potenze nucleari lo bombardano senza tregua, cercando di strangolarlo economicamente. La percezione del conflitto varia tra i Paesi del Golfo: Kuwait, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrein hanno visioni differenti su come rapportarsi a Teheran. Ciò spiega anche la diversa intensità delle reazioni iraniane, in particolare contro gli Emirati Arabi Uniti.
La questione più rilevante, e il principale interrogativo tra le popolazioni e i governi del Golfo, riguarda oggi la necessità di riconsiderare il ruolo e la missione delle basi militari statunitensi presenti nella regione, in Arabia Saudita, Qatar, Bahrein, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti.