Aggiornato il 29/03/26 at 01:00 pm
di Husamettin TURAN ——Nel sistema mondiale contemporaneo, le crisi strutturali della regione comunemente definita come “mondo islamico” sono troppo complesse e stratificate per essere spiegate esclusivamente attraverso l’intervento di attori esterni. Uno degli aspetti più evidenti di tali crisi è la continuità storica dei cicli di violenza prodotti all’interno delle stesse società musulmane. Questa realtà rende necessaria un’analisi critica che superi la narrazione semplificata del “nemico esterno” e che si concentri invece sulle strutture politiche interne, sulle relazioni di potere e sugli strumenti ideologici impiegati.
Da una prospettiva storica, emerge come il potere politico nel mondo islamico abbia spesso costruito la propria legittimità attraverso riferimenti religiosi. Tuttavia, questo processo si è frequentemente accompagnato a pratiche di esclusione sistematica, repressione e, talvolta, annientamento di comunità etniche, settarie e culturali. In questo contesto, il Kurdistan rappresenta un caso emblematico: non solo ha subito politiche oppressive da parte degli Stati-nazione moderni, ma anche da strutture politiche che si definiscono “islamiche”. Nonostante la maggioranza dei curdi sia musulmana, la loro esposizione a politiche di assimilazione forzata, negazione identitaria e violenza di massa in quattro diversi Stati impone una riflessione sul significato concreto della retorica dell’“umma”.
Analogamente, la questione del Kashmir non è soltanto una disputa di sovranità tra India e Pakistan, ma anche una manifestazione delle contraddizioni interne alle società musulmane. Il regime di oppressione multilivello a cui è sottoposta la popolazione kashmira deriva non solo da dinamiche internazionali, ma anche dalle politiche contraddittorie delle potenze regionali. Ciò evidenzia i limiti dell’identità musulmana nel generare una reale solidarietà politica.
Le divisioni storiche tra le comunità pashtun in Afghanistan e Pakistan, così come la frammentazione della popolazione tagica in Asia Centrale, rivelano una problematica strutturale analoga. Pur condividendo spesso gli stessi riferimenti religiosi, queste comunità sono state divise, marginalizzate e trascinate in conflitti da progetti politici divergenti e da lotte di potere.
Il caso degli Hazara mostra con particolare chiarezza come le differenze settarie possano essere trasformate in strumenti sistematici di violenza. A causa della loro identità sciita, gli Hazara sono stati storicamente presi di mira da attori locali e regionali, rappresentando uno degli esempi più evidenti delle fratture interne alle società musulmane.
Situazioni simili si riscontrano anche in paesi come l’Iran e l’Arabia Saudita, dove strutture politiche fondate su riferimenti “islamici” tendono spesso a limitare le libertà delle popolazioni, anziché ampliarle, riproducendo nuovi meccanismi di controllo autoritario.
Nel Nord Africa, i Berberi — portatori di una civiltà millenaria che risale fino a Cartagine — sono stati frammentati all’interno dei confini degli Stati moderni e costretti a intraprendere lunghe lotte identitarie. Nei contesti statali di Algeria, Marocco, Tunisia e Libia, la marginalizzazione dell’identità berbera evidenzia come la diversità etno-culturale nel mondo islamico sia stata frequentemente repressa.
La questione palestinese rappresenta uno degli ambiti più visibili di queste contraddizioni. Spesso analizzata esclusivamente nel quadro del conflitto con Israele, essa è in realtà influenzata anche dalle politiche di attori regionali come Giordania e Libano. Il fatto che una parte significativa dei palestinesi viva in questi paesi in condizioni di apolidia e privazione dei diritti mette in luce i limiti concreti della retorica di solidarietà nel mondo islamico.
In una valutazione complessiva, risulta evidente che lo stato cronico di conflitto nel mondo islamico non può essere spiegato unicamente attraverso interventi esterni. Al contrario, esso è strettamente legato alle pratiche di potere dell’islam politico, alla natura escludente dello Stato-nazione, alla strumentalizzazione delle differenze etniche e settarie e a una cultura della violenza storicamente istituzionalizzata. La persistenza dei conflitti tra società musulmane non è soltanto un fenomeno storico, ma una realtà riprodotta dalle strutture politiche contemporanee. Questa realtà non può essere trasformata senza un confronto critico. Per garantire pace e stabilità nel mondo islamico, è dunque necessario mettere in discussione le contraddizioni interne, le relazioni di potere e le assunzioni ideologiche. In caso contrario, la retorica dell’“umma” continuerà a rimanere priva di un reale riscontro nella pratica