L’ipocrisia delle diplomazie arabe di fronte al diritto internazionale

Aggiornato il 28/03/26 at 07:08 pm

di Shorsh Surme ———Ogni volta che scoppia una nuova crisi in Medio Oriente riemergono le stesse domande: qual è la posizione degli Stati arabi? La Lega Araba ha ancora un significato politico o giuridico? E cosa resta dell’idea di solidarietà araba su cui si fondano le istituzioni regionali?
Gli sviluppi recenti hanno messo nuovamente in luce una profonda crisi nella posizione ufficiale araba, una crisi che non riguarda solo la politica, ma anche la comprensione stessa dei principi del diritto internazionale. Quando si discute di uso della forza o di diritto all’autodifesa, questi principi vengono talvolta invocati con fervore, mentre in altri casi scompaiono del tutto, come se non fossero norme generali, ma strumenti politici da utilizzare quando conviene e ignorare quando risultano scomodi.
Il principio di legittima difesa nel diritto internazionale non è uno slogan, bensì un chiaro fondamento giuridico sancito dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. Il vero problema nel mondo arabo non è l’assenza di testi giuridici, ma la mancanza di volontà di applicarli in modo coerente. Quando Gaza è stata oggetto di un’aggressione su vasta scala, con migliaia di civili uccisi, infrastrutture distrutte e scuole e ospedali bombardati, non abbiamo assistito allo stesso fervore nel discutere il diritto all’autodifesa, né alla ricerca di una posizione araba collettiva capace di scoraggiare l’aggressore o proteggere i civili.
Al contrario, il silenzio ufficiale è stato spesso più evidente di qualsiasi azione concreta, come se la tragedia umanitaria di Gaza o del Libano meridionale non fosse sufficiente a mobilitare la coscienza politica araba, né a invocare quei principi di diritto internazionale che oggi vengono richiamati con insistenza.
Qui risiede il grande paradosso: come può un’istituzione regionale parlare improvvisamente della legittimità dell’uso della forza, ignorando la stessa legittimità quando le vittime sono popoli arabi? Come spiegare questa disparità, se non come il riflesso di una falla profonda nella struttura del processo decisionale arabo?
La verità dolorosa è che il sistema arabo ufficiale vive da decenni in uno stato di dipendenza strategica dalle grandi potenze, che ha reso molte decisioni ostaggio di calcoli internazionali non sempre coerenti con gli interessi dei popoli arabi. Le basi militari straniere disseminate nella regione non sono semplici installazioni, ma l’espressione di un sistema di sicurezza gestito al di fuori della volontà indipendente degli Stati arabi. In questo contesto, parlare di sicurezza nazionale araba o di deterrenza regionale rischia di ridursi a slogan privi di sostanza.
La proposta di creare una forza di difesa araba congiunta non è nuova: è stata avanzata e ribadita per decenni, senza mai tradursi in realtà. Non per mancanza di risorse — gli Stati arabi dispongono di immense ricchezze finanziarie e di un significativo capitale umano — ma per assenza di volontà politica. Se anche solo una parte delle enormi somme spese ogni anno per l’acquisto di armi dall’Occidente fosse stata destinata alla costruzione di un sistema di difesa comune, la situazione strategica del mondo arabo sarebbe oggi completamente diversa.
È accaduto invece l’opposto: la regione è diventata il più grande mercato mondiale di armamenti, mentre un sistema di sicurezza arabo condiviso rimane inesistente. Così, gli Stati arabi pagano due volte il prezzo della loro sicurezza: una volta acquistando armi, e una seconda volta perdendo autonomia politica.
Di conseguenza, parlare della fine del colonialismo nel mondo arabo richiede una revisione profonda. L’occupazione militare diretta è diminuita, ma sono emerse nuove forme di egemonia: influenza politica, economica e militare esercitata attraverso alleanze ineguali, dipendenza dalla protezione delle grandi potenze e sistemi politici costretti ad allinearsi ai loro interessi.
Il colonialismo tradizionale creava un confronto diretto tra popolazione e potenza occupante. Oggi, invece, il conflitto assume forme interne: tra i popoli e i loro regimi, mentre le potenze esterne restano sullo sfondo.
Per questo è urgente ripensare il concetto di sicurezza nazionale araba e il ruolo delle istituzioni regionali che dovrebbero rappresentare la volontà collettiva degli Stati arabi. Non si tratta più di divergenze politiche temporanee, ma di una crisi strutturale radicata nella natura stessa del sistema regionale.
I popoli arabi non accettano più il discorso tradizionale che giustifica silenzi e inazioni in nome del “realismo politico”. Il mondo cambia rapidamente, e gli equilibri internazionali non sono più statici. In questo contesto, diventa essenziale per gli arabi costruire una visione strategica indipendente, fondata non su reazioni episodiche, ma sulla creazione di una forza politica, economica e militare autonoma.
La domanda cruciale è dunque: gli Stati arabi vogliono restare un semplice teatro in cui si scontrano gli interessi delle potenze internazionali, oppure intendono diventare attori reali del sistema globale?
La risposta determinerà il futuro della politica araba e il destino della sicurezza e della stabilità dell’intera regione.
Le nazioni che non controllano il proprio destino non possono proteggere i propri interessi. E gli Stati che non costruiscono la propria forza rimangono ostaggi di equazioni imposte da altri. La storia insegna che la vera indipendenza non si conquista con gli slogan, ma con la volontà politica capace di trasformare il potenziale in potere, e la solidarietà da retorica emotiva in progetto strategico.