Iran. Tra diplomazia e mercati: la crisi indefinita

Aggiornato il 26/03/26 at 07:43 pm

di Shorsh Surme –——Tra l’annuncio del presidente Donald Trump di “colloqui positivi e produttivi” con l’Iran, che avrebbero portato a una tregua di cinque giorni, definita dal presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, come “un tentativo di manipolare i mercati per uscire da una situazione difficile”, e la categorica smentita di Teheran, emerge il vero nodo della crisi: una guerra sospesa tra escalation e deescalation, in cui nessuna delle due parti appare in grado di porre fine al confronto o di offrire una spiegazione coerente degli sviluppi. Il divario tra le dichiarazioni di Trump, che ha accennato a “importanti punti di accordo”, e la smentita iraniana, unito al riferimento alla condivisione del potere con la “Guida Suprema” nello Stretto di Hormuz, suggerisce che la Casa Bianca stia cercando di gestire un confronto militare di ampia portata senza una chiara strategia di uscita. Gli “avvisi graduali” da 48 ore a cinque giorni sembrano più legati alle fluttuazioni dei mercati finanziari che a reali cambiamenti sul terreno. Questa incertezza riflette un dilemma più profondo. Dopo il fallimento degli attacchi militari, che avevano preso di mira siti missilistici, infrastrutture navali e l’isola di Kharg Island, nel tentativo di riaprire lo Stretto, e dopo la distruzione di obiettivi militari senza intaccare gli impianti petroliferi, è emerso che chiudere lo Stretto è molto più semplice che riaprirlo. Le minacce di mine, droni e attacchi alle navi hanno ridotto il traffico marittimo e fatto aumentare i costi assicurativi, destabilizzando i mercati e preoccupando gli alleati. La tempistica dell’annuncio della tregua quinquennale, coincidente con l’apertura di Wall Street, evidenzia la dimensione economica delle dichiarazioni presidenziali. Trump ha spesso considerato gli indici di borsa come misura del proprio successo politico e ha riconosciuto che i prezzi del petrolio reagirebbero “immediatamente” a un accordo. Di conseguenza, la politica estera finisce per essere condizionata dalle oscillazioni del mercato: quando il prezzo del petrolio sale e le borse scendono, come accaduto con il calo dei mercati asiatici e il blocco delle petroliere a Hormuz, il linguaggio della deescalation si intensifica; quando i mercati si stabilizzano, riemerge la minaccia di nuovi bombardamenti.