Palestina. Trump, Netanyahu e la “pace” impossibile: alleati, rivali e il prezzo pagato dai palestinesi

Aggiornato il 18/12/25 at 06:26 pm

di Shorsh Surme –———Il presidente Donald Trump presenta problemi sia soggettivi sia oggettivi in relazione a ogni progetto di “pace” che adotta o dichiara di sostenere. I problemi soggettivi derivano dalla mentalità di un uomo d’affari che, nei conflitti in corso, non vede popoli, storia, diritti o leggi da affrontare con responsabilità, ma interessi, metalli preziosi e “beni immobili” da gestire attraverso investimenti e acquisizioni.
I problemi oggettivi, invece, sono quelli che emergono e ostacolano concretamente i suoi piani. Nel caso del Medio Oriente, il nodo è ben noto: Benjamin Netanyahu. Che Trump lo riconosca o meno è, in fondo, irrilevante.
In sostanza, non esiste un vero conflitto tra i due uomini. Sono amici e alleati e, durante il primo mandato di Trump, hanno sempre concordato su ciò che fosse ritenuto ragionevole o irragionevole. Non sono frenati da valori o principi umani, né da questioni che richiedano rispetto per i popoli e i loro destini, né dalla compassione per la popolazione di Gaza, mentre la pioggia sommerge le tende dei profughi o Israele impedisce l’ingresso di materiali per i rifugi, limitando l’approvvigionamento di cibo, medicine e carburante. Si tratta di crimini per i quali Washington garantisce a Israele una sostanziale immunità da ogni condanna.
Il problema, oggi, è che Trump percepisce Netanyahu come un “alleato” che compete con lui sul piano dell’ambizione, pretendendo che gli interessi di Israele prevalgano su quelli dell’“America First” e rischiando di sabotare l’accordo su Gaza, come ha già fatto e continua a fare. In Israele sono diffuse aspettative secondo cui il prossimo incontro tra i due leader sarà difficile e decisivo. In realtà, è improbabile che si separino in malo modo: le possibilità di un’intesa restano ampie e, come sempre, la soluzione più semplice verrà raggiunta a spese della parte palestinese e arabo-islamica.
Permangono tuttavia questioni controverse che non erano evidenti durante il primo mandato di Trump e che sono emerse a causa di due fattori principali: il cambiamento nel concetto di sicurezza dell’amministrazione statunitense, che oggi considera il Medio Oriente come “uno spazio di partenariato, amicizia e investimento”, secondo la nuova Strategia per la Sicurezza Nazionale; e l’impegno del presidente a completare gli “Accordi di Abramo”, mentre Israele tenta di rimodellare la regione secondo i propri interessi.
Nonostante la lunga e profonda alleanza tra i due Paesi, Trump vede ora nelle politiche di Netanyahu e degli estremisti del suo governo un ostacolo ai propri piani. Se il presidente statunitense considerava la cosiddetta “pace di Gaza” come l’inizio di un percorso verso una normalizzazione completa, le lamentele dei Paesi mediatori sulle violazioni e sugli ostacoli posti da Israele per indebolire la prima fase dell’accordo, insieme alle numerose e ingiustificate precondizioni imposte per passare alla seconda fase, hanno dimostrato che l’accettazione israeliana del “Piano Trump” era in realtà una manovra tattica volta a sabotarlo.
Le motivazioni erano molteplici. Le insidie inserite da Israele nel testo del piano e, successivamente, nella formulazione della Risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite su Gaza, erano concepite per indurre l’altra parte a ostacolare o addirittura a far fallire l’accordo, accelerando così l’esaurimento della pazienza del presidente statunitense.
Nella misura in cui otto Stati arabi e islamici hanno accantonato le proprie riserve pur di raggiungere l’obiettivo dichiarato di “porre fine alla guerra”, proprio questo obiettivo ha vanificato diversi piani israeliani: innanzitutto l’idea che la prosecuzione del conflitto avrebbe consentito a Israele di occupare la Striscia di Gaza; in secondo luogo, il mantenimento di un controllo esclusivo, insieme a Washington, sul cosiddetto “giorno dopo”.