All’ombra dei negoziati geopolitici: Il popolo curdo tra volontà nazionale e strumentalizzazione strategica

Aggiornato il 26/07/25 at 09:30 pm

di Husamettin TURAN–——–Il destino politico del popolo curdo si è modellato sistematicamente, fin dall’inizio del XX secolo, secondo l’equilibrio di potere internazionale e gli interessi strategici degli Stati della regione. Tuttavia, in questi processi, i curdi sono stati raramente riconosciuti come soggetti attivi; più spesso sono stati trattati come oggetti passivi della storia. Dall’Accordo di Sykes-Picot fino ad oggi, la questione curda è stata trasformata da un problema di diritti nazionali a una carta utile da giocare nei calcoli strategici delle grandi potenze e degli attori regionali. Questa trasformazione ha allontanato le richieste del popolo curdo dalla sfera dei diritti collettivi e della libertà, riducendole a uno strumento manipolabile all’interno delle dinamiche geopolitiche.
Attualmente, la questione curda viene affrontata in modo discontinuo e funzionale da parte delle potenze globali in particolare gli Stati Uniti, la Russia e l’Unione Europea mentre gli Stati regionali come Turchia, Iran, Iraq e Siria continuano ad affrontarla attraverso paradigmi ereditati dal colonialismo, trattandola come una minaccia alla sicurezza nazionale. I curdi si trovano così sotto una duplice pressione: da un lato, il pragmatismo calcolatore delle potenze globali; dall’altro, l’esclusione strutturale esercitata dagli Stati regionali. In questo contesto, il crescente valore geopolitico del popolo curdo non ha rafforzato i suoi diritti, ma ha aggravato la sua strumentalizzazione.
Osservando gli sviluppi sul campo, emerge con chiarezza l’asimmetria nei rapporti tra le forze curde e gli attori internazionali. Spesso, queste relazioni si sviluppano come “alleanze forzate”, dove le forze curde vengono sostenute in battaglie tattiche, ma senza una reale prospettiva politica a lungo termine. Un esempio emblematico è la relazione tra le Forze Democratiche Siriane (SDF) e gli Stati Uniti nella guerra contro l’ISIS: sebbene abbiano ricevuto sostegno militare, i curdi sono stati politicamente isolati. Allo stesso modo, il referendum per l’indipendenza tenutosi nel 2017 nel Kurdistan iracheno, inizialmente accompagnato da un’apparente simpatia internazionale, è stato presto abbandonato sotto la pressione di embarghi e minacce.
Il fatto che il territorio curdo sia divenuto un campo aperto alle guerre per procura rappresenta una delle minacce più gravi per il futuro della sua gente. I conflitti regionali si svolgono sempre più attraverso gruppi armati, spesso sostenuti da potenze straniere. Alcune strutture curde sono così cadute nella rete della strumentalizzazione, diventando strumenti nelle mani di potenze esterne. In tali condizioni, le priorità strategiche a breve termine prevalgono sugli interessi collettivi del popolo, e la capacità di resistenza autonoma si deteriora. Strutture dotate di potere militare ma prive di legittimità democratica finiscono per allontanarsi dalla società, trasformando gli obiettivi nazionali in priorità organizzative legate alla propria sopravvivenza interna.
Non si può tuttavia spiegare tutto con fattori esterni. Molti movimenti politici curdi faticano internamente a sviluppare una rappresentanza democratica efficace o una visione strategica autonoma. Faticano a costruire progetti politici pluralisti e inclusivi, radicati nelle dinamiche locali e partecipativi. Questa debolezza favorisce la frammentazione, accentua la competizione interna e impedisce la formazione di una linea nazionale unificata. L’indistinguibilità crescente tra obiettivi nazionali e obiettivi di singole organizzazioni contribuisce a ridurre l’intero orizzonte politico curdo a dinamiche settoriali e contingenti.
Tutto ciò evidenzia l’urgenza di ridefinire il diritto all’autodeterminazione del popolo curdo non solo come questione diplomatica o militare, ma come necessità di costruire una volontà nazionale autentica. Una tale volontà non può essere importata dalle potenze globali né concessa dagli Stati regionali. La libertà nazionale potrà realizzarsi solo attraverso una ricostruzione della memoria storica, una profonda coscienza politica, una partecipazione popolare organizzata e istituzioni legittime fondate su dinamiche interne. In mancanza di questi elementi, la questione curda continuerà a essere trattata come un “dossier” da riesumare in ogni nuova crisi regionale, restando prigioniera della strumentalizzazione e della marginalizzazione politica