A DIECI ANNI DALLE PROTESTE DI GEZI PARK, UN ALTRO PARTECIPANTE RISCHIA LA DETENZIONE IN TURCHIA

Aggiornato il 09/10/22 at 01:04 pm

di Gianni Sartori —- La rivolta di Gezi Park brucia ancora. E periodicamente si torna a parlarne. Vuoi per l’uccisione di qualche esponente della storica protesta del 2013, vuoi per la cattura o l’estradizione di qualche militante che vi aveva preso parte.

Probabilmente in molti si sono scordati dei drammatici, lividi, funerali di Berkin Elvan nel quartiere di Okmeydani (Istanbul). Il quindicenne era rimasto ferito alla testa dalla polizia nei giorni delle proteste (giugno 2013) mentre andava a comprare il pane. Rimanendo in coma per ben 269 giorni e senza che nessuno venisse incriminato per la sua morte.

Mentre la folla scandiva: “La polizia dell’AKP (il partito di Erdogan nda) ha assassinato Berkin” e alcuni lanciavano pietre sui veicoli delle forze dell’ordine, la polizia rispondeva con un fitto lancio di lacrimogeni. In genere sparati ad altezza d’uomo (come, presumibilmente, quello che aveva colpito Berkin Elvan).

Altra militante conosciuta per la sua partecipazione alla protesta di Gezi Park era la ventenne turca Ayşe Deniz Karacagil.

Arrestata nel 2013, veniva condannata a circa un secolo di carcere, ma – scarcerata prima della condanna definitiva – era riuscita a lasciare la Turchia raggiungendo le YPJ (la divisione femminile delle milizie curde) che con le YPG stavano combattendo per liberare Raqqa dall’Isis. Suo nome di battaglia, “Cappuccio rosso” (il berretto che la identificava durante l’occupazione di Gezi Park) e così l’avevano ricordata sia Zero Calcare (il disegnatore, da sempre sostenitore della causa curda, l’aveva anche incontrata) che Roberto Vecchioni.

E stavolta gli “onori” della cronaca (ma sicuramente ne farebbe volentieri a meno) son toccati ad un altro militante storico (da oltre 30 anni e con diversi arresti sulle spalle), Ecevit Piroğlu.

Il quale, ovviamente, aveva partecipato anche alle proteste del 2013. Con l’aggravante (per la giustizia turca) di avere poi combattuto contro Daesh.

Fuggito dalla Turchia (dove rischiava almeno 30 anni di prigione) il 25 giugno 2021, Ecevit era arrivato in Serbia dove veniva immediatamente arrestato (ancora all’interno dell’aeroporto Nikola Tesla di Belgrado).

Dal 2 giugno 2022 è in sciopero della fame per protesta contro la prevista estradizione in Turchia. Oltre ad aver perso molto peso, sta perdendo sia le forze fisiche che quelle mentali. Perennemente in isolamento, sulla soglia di uno stato di semi- incoscienza, la sua stessa vita è in pericolo. L’ultima udienza di qualche giorno fa si era conclusa senza un verdetto definitivo e non è stata resa nota la data della prossima scadenza processuale.

Da qualche giorno(in un primo tempo davanti alla sede delle Nazioni Unite a Ginevra, poi nella sede della Comunità Democratica Curda di Losanna) si sta svolgendo uno sciopero della fame di solidarietà con Ecevit Piroğlu.

Alcuni membri dell’iniziativa “Libertà per Ecevit Piroğlu’ “, come Mehmet Yozcu hanno annunciato in una conferenza stampa di voler mettere in pratica “uno sciopero della fame indefinito e irreversibile” per protestare contro questa estradizione che considerano “illegale”.

Per Semra Uzunok (ugualmente esponente di “Libertà per Ecevit Piroğlu’ “) Ecevit sarebbe “detenuto illegalmente dalle autorità serbe a causa delle pressioni dello Stato turco e tutti suoi diritti sono stati calpestati”.

Chiede inoltre che venga “scarcerato quanto prima”.

Nella serata del 6 ottobre altri militanti si sono incatenati all’inferriata dell’edificio delle Nazioni Unite di Ginevra, scandendo slogan per la liberazione del prigioniero politico.