LA QUESTIONE KURDA IN TURCHIA E IL PKK . E’ un studio di approfondimento di Diego Fiorin

Aggiornato il 06/05/22 at 09:59 pm

Introduzione

Mentre in Medio Oriente infuriava un conflitto che opponeva gli interessi della comunità internazionale al sedicente Stato Islamico, meglio conosciuto come ISIS o ISIL, un attore da sempre implicato nelle vicende di questa regione martoriata venne narrato dalla presidenza Obama come l’unica ancora di salvezza in un mare di nemici della pace. Si tratta di un’“interpretazione mediorientale” dell’uno, nessuno, centomila di pirandelliana memoria: il popolo Kurdo. Uno, perché il sogno di un Grande Kurdistan unito è sempre stato vivo; centomila, perché esistono svariate correnti locali d’interpretazione dell’ideale indipendentista kurdo; nessuno, perché gli interessi kurdi sono sempre stati accantonati per far spazio alle esigenze degli attori internazionali che decidono le sorti del Medio Oriente.

Il diritto all’autodeterminazione e all’esistenza del popolo kurdo è da sempre uno dei più grandi problemi irrisolti e trascurati del “Problema d’Oriente”; un enigma millenario al centro delle vicende mediorientali, che storicamente parlando iniziò dall’ascesa dei grandi imperi arabi rimanendo protagonista per tutta la durata della storia moderna e contemporanea fino oggigiorno.

Alla fine della Prima guerra mondiale, quando le decisioni di Sèvres furono ritrattate dal trattato di Losanna che definì i confini della moderna Turchia, si susseguirono numerose rivendicazioni nazionaliste kurde sfociate in varie ribellioni e attività di guerriglia organizzata volte alla liberazione del popolo kurdo; specialmente all’interno dei confini della sopraccitata Turchia e Iraq, laddove nel 1970 venne fondato The “Kurdistan Workers’ Party” (PKK a.k.a. ‘KADEK’, a.k.a. ‘KONGRA GEL), organizzazione/partito/movimento che negli anni 90’ venne etichettato come terroristico dai principali attori internazionali.

Il presente paper ha come scopo indagare e valutare la designazione internazionale del PKK come gruppo terroristico, analizzando la storia e la struttura dell’organizzazione/partito, i valori e le ideologie fondanti, la necessità della svolta violenta e la guerra civile con la Turchia.

Perché il PKK è considerato un gruppo terroristico dai maggiori attori della comunità internazionale? È strumentale alla vicinanza dei paesi NATO con la Turchia? Perché, seppur avendo molti aspetti di un movimento di liberazione nazionale, non gli è mai stato concesso questo status? Sarebbe stato possibile evitare la criminalizzazione del movimento e la conversione in un gruppo terroristico prima del 1984 se fosse stato concesso lo status di movimento di liberazione nazionale?

Riguardo la stesura del paper, come principale fonte bibliografica farò riferimento al libro di Mehmet Gurses: “Anatomy of a Civil War. Sociopolitical Impacts of the Kurdish Conflict in Turkey”. Come fonti primarie per raccoglier i dati utilizzo gli archivi storici dell’Intelligence americana (CIA) invece, per rispondere alle domande sopraelencate, mi baso sulla voce di Shorsh Surme, rifugiato politico kurdo, giornalista e attivista per i diritti del suo popolo, il quale ho avuto l’onore di intervistare e porre domande utili per chiarire con la sua testimonianza diretta l’ambiguo ruolo del PKK.

 

1 La “Questione Kurda” e la nascita del PKK

Le origini del popolo curdo sono individuate in un complesso sistema di incroci etnico-culturali di origine e lingua indoeuropea, che 8000 anni fa (medio paleolitico), diede vita a comunità di uomini tra le montagne, nelle valli e nelle pianure della regione del Kurdistan, il regno dei Qurti (tradotto da fonti cuneiformi). I curdi, popolo tra i più antichi del Medio Oriente, furono anche nominati dallo storico greco Senofonte (440 a.C.) nel suo libro “Anabasi” chiamando con il nome di Carduchi il popolo montanaro e bellicoso che inflisse numerose perdite all’esercito greco. (Surme 2022)

Ad oggi quantificare in modo soddisfacente i curdi è impossibile, data la mancanza di censimenti attendibili; le cifre ipotizzate dalle autorità statali in cui vivono i curdi sono molto al di sotto della realtà; invece, alcuni gruppi nazionalisti curdi tendono a gonfiare le stime. Secondo i dati ufficiali del Factbook della Central Intelligence Agency (CIA), i curdi, con una popolazione stimata tra i trentacinque ei quaranta milioni, sono il quarto gruppo etnico più grande del Medio Oriente, ma la loro divisione tra Turchia, Iran, Iraq e La Siria li ha trasformati in minoranze etniche in tutti e quattro i paesi. Oggi rappresentano circa il 20% della popolazione totale sia in Turchia che in Iraq e il 10% della popolazione totale in Iran e Siria (CIA n.d.).

1.1 La “Questione Kurda”. Motivazioni storiche

Questa ripartizione del popolo kurdo risale al fallimento delle trattative di pace fra l’impero Ottomano e le potenze occidentali, le quali cedettero alle richieste territoriali dell’attuale Turchia, barattando il trattato Sèvres (1920) con il trattato di Losanna (1922). Riporto in seguito l’articolo 64 del trattato di Sèvres, il quale avrebbe sancito l’autodeterminazione del popolo kurdo e la probabile nascita di uno Stato a nome Kurdistan. Un trattato, parte dell’accordo di pace di Versailles, firmato tra gli Alleati e la Turchia, che segna di fatto la fine dell’impero ottomano e definì giuridicamente i confini della maggior parte degli attuali Stati in Medio Oriente, ex provincie dell’impero.

 

ARTICOLO 64. Sevres

Se entro un anno dall’entrata in vigore del presente Trattato i popoli curdi all’interno delle aree definite nell’articolo 62 si rivolgeranno al Consiglio della Società delle Nazioni in modo da dimostrare che la maggioranza della popolazione di queste aree auspica l’indipendenza dalla Turchia, e se il Consiglio ritiene poi che questi popoli siano capaci di tale indipendenza e raccomanda che gli venga concessa, la Turchia accetta di eseguire tale raccomandazione e di rinunciare a tutti i diritti e titoli su queste aree.

Le disposizioni dettagliate per tale rinuncia formeranno oggetto di un accordo separato tra le principali potenze alleate e la Turchia.

Se e quando tale rinuncia avrà luogo, nessuna obiezione sarà sollevata dalle principali potenze alleate all’adesione volontaria a tale Stato curdo indipendente dei curdi che abitano quella parte del Kurdistan che è stata finora inclusa nel vilayet di Mosul.

 

Come è chiaramente definito dall’articolo 64, la possibilità del popolo kurdo di autodeterminarsi era stata sancita a livello internazionale; tuttavia, il trattato è stato respinto da Mustafa Kemal Atatürk, colui che fu il primo presidente della neonata Repubblica turca, che ha assicurato una ridefinizione dei confini della Turchia con il Trattato di Losanna.

Il “tradimento” di Lausanne fu una pietra tombale al progetto di costituzione di uno Stato kurdo libero e indipendente e sancì l’inizio di quella che venne definita la “questione kurda”, strettamente legata al diritto di autodeterminazione dei popoli.

Le richieste curde di uguaglianza sono state respinte come un complotto straniero, una minaccia all’unità e all’ordine quando non sono state represse spietatamente. Negli anni ’60, il capo della polizia di sicurezza siriana nella provincia curda di Haseke (Jazira) descrisse la questione curda come “un tumore maligno” che richiedeva la rimozione (Gunter 2016, 101). Il discorso ufficiale turco sostiene che dietro la cosiddetta questione curda c’è qualche “potenza straniera” non specificata (Guida 2008). Inoltre, nel 1987, il ministro dell’Interno turco dichiarò che le uniche persone disposte a definirsi curdi sono “i militanti, strumento di ideologie straniere” (McDowall 2004, 433). (Gurses 2018)

Il popolo kurdo ricevette un trattamento particolarmente duro dalla Turchia, laddove tuttora risiede il maggior numero di kurdi. Dopo la formazione della moderna Turchia nel 1923, il padre fondatore Kemal Ataturk e i suoi seguaci, intenti a forgiare l’unità nazionale attorno all’identità turca, perseguirono politiche assimilazioniste e ferocemente anti-curde. (Gurses 2018)

Al fine di sopprimere l’identità e la cultura curda, queste politiche hanno negato l’esistenza del popolo kurdo come minoranza etnica, criminalizzando la lingua kurda, e diluito le province popolate curde attraverso la migrazione. Queste strategie oppressive e discriminatorie sono continuate senza tregua per tutto il ventesimo secolo (Olson 1989a; McDowall 2004; Gunter 2004; Romano 2006). (Gurses 2018)

Il trattamento disumano e le politiche considerabili ai limiti del genocidio hanno provocato numerose rivolte e ribellioni della popolazione kurda, le quali terminarono tutte in sanguinose repressioni. L’autore della mia principale fonte bibliografica riporta le date e i luoghi delle principali rivolte kurde represse brutalmente dai Governi legittimati da Lousanne:

 

Un elenco parziale delle rivolte curde, tutte brutalmente represse, include la rivolta di Kocgiri degli anni ’20; la ribellione dello sceicco Said del 1925; la rivolta di Agri Dagh negli anni ’30; la rivolta di Dersim del 1937-1938 in Turchia; la ribellione Simko degli anni ’20; la Repubblica Mahabad del Kurdistan del 1946 in Iran; le rivolte guidate da Barzani degli anni ’60 e ’70 in Iraq; e la breve, seppur significativa, rivolta del 2004, Serhildan, in Siria.

(Gurses 2018)

 

 

1.2 La nascita e l’evoluzione del PKK

In questo contesto politico sopradescritto, caratterizzato dagli anni della formazione della Turchia moderna, i kurdi abitanti della Turchia non riuscirono a crearsi un’autonomia né ridefinire il loro rapporto con lo stato turco come minoranza etnica. Mentre un certo numero di organizzazioni kurde ha occupato pacificamente l’arena politica durante i primi anni della neonata Turchia, durante gli anni ’80 e ’90 la scena politica turca si inasprì proprio con l’ascesa e l’affermazione del PKK. Il “Kurdistan Workers’ Party” (PKK) è stato fondato da un piccolo gruppo di studenti universitari negli anni ’70 fra i quali spiccava il nome di Abdullah Öcalan, leader del movimento. Il PKK esordì in forma ideologica come evoluzione di una organizzazione maoista. Il 27 novembre 1978 il movimento si costituì in partito politico sotto la guida del suo leader Abdullah Öcalan e di suo fratello Osman; partito nazionalista curdo d’ispirazione marxista-leninista, rivendicante, similmente agli iracheni Partito Democratico Curdo (KDP o PDK) e Unione Patriottica del Kurdistan (KPU), ai partiti iraniani Partito Democratico del Kurdistan Iraniano e Partito per la Vita Libera in Kurdistan (PJAK), al siriano Partito dell’Unione Democratica (PYD). (Surme 2022)

Il partito, che all’inizio poteva contare su numerosi iscritti turchi, iniziò una campagna contro le istituzioni turche e, secondo il governo di Ankara, perseguitò le giovani reclute curde nell’esercito turco e invitò i simpatizzanti di origine turca a lasciare l’esercito. (Jongerden e Akkaya 2012)

Il PKK è comunemente noto come organizzazione di guerriglia/armata. Tuttavia, sarebbe sbagliato caratterizzarlo in termini militari (o simili). Il PKK è ed è sempre stato principalmente un’organizzazione politica, spinta a usare la violenza in circostanze in cui non esisteva una via alternativa (legalmente consentita) di genuina espressione politica (Bozarslan 2004: 23; Joost Jongerden, Ahmet Hamdi Akkaya 2012). Secondo Joost Jongerden e Ahmet Hamdi Akkaya, leggendo i documenti del PKK, si possono distinguere due obiettivi che il movimento aveva fin dal suo inizio. La prima era una progressiva realizzazione del diritto all’autodeterminazione del popolo kurdo. Un secondo obiettivo del PKK, invece, era la riunificazione, o meglio, il ristabilimento della sinistra, un ristabilimento previsto sia in termini organizzativi che ideologici. (Jongerden e Akkaya 2012)

Ad alimentare questa tesi ci sono le parole della sua difesa in tribunale del 1981, Kemal Pir, uno dei fondatori del PKK, che dichiarò: “il movimento noto come movimento PKK, emerso dopo il 1972, non è un’organizzazione; è un movimento ideologico e politico. Quel movimento ha l’intenzione di unire [la sinistra rivoluzionaria divisa in Turchia].” Mehmet Hayri Durmuÿ, un altro importante esponente del PKK, ha detto in tribunale: “Crediamo nella necessità di unire tutte le forze che sono dalla parte dell’indipendenza e della democrazia.” (Jongerden e Akkaya 2012)

 

1.2.1 Svolta Armata e Terrorismo

Nel settembre 1980 l’esercito turco prese il potere con un colpo di Stato, furono sciolti tutti gli organi democratici del Paese, vietati i partiti politici e disciolto il Parlamento. Fu vietato l’utilizzo della lingua curda, sia in forma scritta che orale, e fu vietata la diffusione della cultura curda. Il PKK, come gli altri partiti, fu pesantemente attaccato dal governo: tra il 1980 e il 1983 furono eseguite 89 condanne a morte, centinaia di militanti furono arrestati e migliaia vennero indagati per “cospirazione”. (Jongerden e Akkaya 2012)

Il 1984 segna l’inizio della svolta armata e violenta del PKK e con essa l’inizio della guerra civile turco-kurda nella quale si iniziò a considerare le attività violente del PKK come atti terroristici. Una guerra che provocò oltre 45.000 morti.

In questa fase il PKK fu aggiunto alla lista delle organizzazioni terroristiche dai due maggiori attori internazionali (Europa e USA).

I tentativi di dialogo fra le parti furono numerosi; il più simbolico fu in seguito alla cattura di Öcalan che con le seguenti parole proclamò un cessate il fuoco unilaterale:

 

“L’atmosfera di conflitto armato e di violenza costituisce un ostacolo ai diritti umani e agli sviluppi democratici. La violenza che deriva principalmente dal problema curdo gioca in questo un ruolo fondamentale. È necessario fermare la violenza per superare il dilemma e risolvere il problema. Per questo motivo, a seguito del cessate il fuoco unilaterale che il PKK sta cercando di attuare dal 1 settembre 1998, invito il PKK a porre fine alla lotta armata e a ritirare le proprie forze [nel territorio] al di fuori dei confini [della Turchia] per il bene di pace dal 1° settembre 1999. Esprimo la mia convinzione che in tal modo si svilupperà una nuova fase di dialogo e di conciliazione.

Invito inoltre tutte le istituzioni e le autorità dello stato e della società interessate ad agire con sensibilità e sostegno per il successo di questo processo di pace e fraternità; e sui governi e gli organismi internazionali [della comunità mondiale] per aiutare su una base positiva”.

(PKK leader Abdullah Öcalan, 3 August 1999)

 

Alla fine, il cessate il fuoco unilaterale si è concluso e il bilancio delle vittime ha raggiunto rapidamente 167 nel 2004, salendo a 349 morti nel 2008. I collegamenti transfrontalieri tra i curdi che vivono in Siria e Turchia, insieme all’inizio della guerra civile in Siria nel 2011, hanno complicato il conflitto in Turchia. Gli scontri tra l’esercito turco e il PKK si sono intensificati, provocando almeno 541 vittime nel 2012. (Gurses 2018)

Il PKK e le forze turche si sono scontrati ripetutamente nel 2011 e nel 2012, compreso un attacco nell’ottobre 2011 che ha ucciso 24 soldati turchi ed è stato l’incidente più mortale dal 1993. Il PKK ha anche intensificato la sua campagna di rapimenti contro dipendenti e soldati statali turchi, che includeva il rapimento senza precedenti di un deputato parlamentare turco nell’agosto 2012. Gli scontri nel luglio 2015 tra le forze di sicurezza turche e il PKK hanno portato a detenzioni a livello nazionale di presunti membri del PKK e un’ondata di attacchi aerei turchi contro i campi del gruppo e i depositi di armi nel nord dell’Iraq. La rinnovata violenza del PKK contro le autorità turche aveva provocato la morte di almeno 11 membri della polizia e dell’esercito alla fine di luglio 2015. (US National Counterterrorism Center)

Come si può notare da quella che fu la storia del PKK, dalla sua fondazione è stato un movimento/partito molto coinvolgente e determinato nel perseguire ideologicamente e successivamente con la guerra e atti terroristici i propri scopi di autodeterminazione del popolo kurdo in Turchia.

Nonostante la cattura di Öcalan nel 1999, il PKK ha continuato e continua ad essere uno dei più potenti attori non statali in Turchia e nella regione. Attraverso le sue affiliate nei vicini Siria, Iraq e Iran, nonché in numerosi paesi occidentali, il PKK è arrivato a presentare la sfida più seria allo stato turco dalla sua fondazione (Barkey e Fuller 1998; Olson 2001; Somer 2005; Gurses 2015a; White 2015). (Gurses 2018)

Tuttavia, rimane un dubbio. Se la comunità internazionale si fosse interessata alla questione kurda e ne avesse concesso lo status di movimento di liberazione nazionale ai movimenti/partiti rappresentati l’autodeterminazione del popolo kurdo, si sarebbe potuto evitare la criminalizzazione del PKK e la svolta terroristica? Si potrebbe ancora intervenire per evitare altre stragi terroristiche?

 

 

2 Gruppo Terroristico o Movimento di Liberazione Nazionale

Per l’effettiva applicazione del principio d’autodeterminazione bisogna ricercare quell’entità non-statale che aggreghi gli interessi sociali ed i valori di un popolo e possa farsene portatore in sede internazionale esprimendo così la loro soggettività. Il riferimento naturale è ai cosiddetti Movimenti di Liberazione Nazionale (NFM), che secondo le Nazioni Unite (UN) trovano fondamento giuridico per la loro rilevanza internazionale, proprio nel principio di autodeterminazione dei popoli. (art 2.1 UN Chart; UNGA resolution 1514(L)XV/1960; UNGA resolution 2625(XXV)/1970)

Questi attori sono definibili come strutture di governo organizzate, rappresentativi di popoli in lotta per l’autodeterminazione, quindi soggetti a dominio coloniale o razzista. (art 96.3 del primo Protocollo di Ginevra del 1977)

Inoltre, la UNGA resolution 3314(XXIX)/1974 definisce l’aggressione secondo il diritto internazionale, tuttavia, essa non pregiudica il diritto dei popoli sottoposti a regimi coloniali o razzisti o, comunque, al dominio straniero, di lottare per la propria libertà, autodeterminazione e indipendenza. Questa risoluzione è emblematica per tutti i popoli oppressi in cerca di autodeterminazione.

Con questa struttura giuridica, si aprì così la strada al processo di decolonizzazione e si legittimavano i NLM dei popoli sottomessi alle potenze coloniali. In accordo con la risoluzione i movimenti di Zimbabwe, Namibia e Angola furono presi in considerazione dalle NU e ai loro rappresentati fu chiesto di parlare in Assemblea Generale in nome del loro popolo.

Anche l’organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP), ha goduto dello status di osservatore in seno all’Assemblea Generale delle NU, grazie alla risoluzione dell’UN Assemblea Generale n.3210 del 1974, ed è stata presente in tutte le conferenze internazionali convocate sotto gli auspici delle UN. La questione kurda, al contrario di altre questioni succitate, non è mai stata esaminata dalle UN come un problema di autodeterminazione di un popolo ma è sempre stata considerata un problema interno, la responsabilità del quale appartiene ai governi occupanti il Kurdistan. (Surme 2022)

Riguardo il caso specifico del PKK, secondo Shorsh Surme il PKK non è mai stato in grado di “avere dei veri amici” né dentro né fuori il Medio Oriente – nemmeno fra gli altri gruppi indipendentisti kurdi c’è stato un legame decisivo e aggregante – questo ha fatto sì che le organizzazioni preposte a valutare un caso di autodeterminazione a livello internazionale e regionale non si sono mai rivolte al PKK in quanto non considerabile davvero come aggregatore di interessi totali del popolo kurdo. (Surme 2022)

Un altro aspetto incisivo sulla questione del PKK è il fatto che essendo un partito ideologicamente di estrema sinistra, la Guerra Fredda non ha giovato al suo status in quanto in seno ad uno degli stati più importanti della NATO sul fronte mediorientale. “La Turchia in quegli anni è stata molto corteggiata dalle potenze occidentali che si sono accecate per i propri interessi strategici; dunque la svolta violenta e gli atti terroristici per il PKK sono stati una necessità per farsi notare dalla comunità internazionale, farsi notare nel bene o nel male, ma farsi notare”. (Surme, 2022)

Come spiega il giornalista Surme attraverso le parole dello storico leader e fondatore del Partito Democratico Kurdo in Iraq (PDK) il generale Barzani, i kurdi sono disposti a morire tutti per la Causa ma il terrorismo non è parte della loro cultura; “avrebbero potuto farlo anche nelle città grandi della Siria, Iraq e Iran, ma il popolo kurdo si rifiuta di applicare il terrorismo. Per il PKK il terrorismo è stato il tentativo in extremis per ricevere un riconoscimento dalla comunità internazionale e purtroppo ci è riuscito nel peggiore dei modi ovvero facendosi inserire nella lista dei gruppi terroristici”. (Surme, 2022)

 

“Lo snodo fondamentale della questione kurda rimane sempre il riconoscimento della Comunità Internazionale del diritto sacrosanto di autodeterminarsi internamente o esternamente. Questa è democrazia e libertà. Se la comunità internazionale avesse dato quello status richiesto dalle organizzazioni kurde portavoce di questo diritto – compreso il PKK durante i suoi primi anni non violenti – le cose sarebbero andate diversamente” (Surme, 2022)

 

Concludo parafrasando ciò che la professoressa Lomellini mi ha insegnato durante la seconda lezione del corso Terrorism and Security in International History ovvero la differenza fra terrorismo, resistenza o movimento di liberazione è molto lieve e molto spesso dipende dalla prospettiva degli attori coinvolti direttamente e indirettamente. Dunque, mi sento di esprimermi in questo senso: il terrorismo è un’etichetta che viene data in base a delle condizioni politiche che potrebbero portare dei favori a coloro che procedono in questo senso e purtroppo questa etichetta potrebbe decidere le sorti di una minoranza in lotta per autodeterminarsi o addirittura di un intero popolo. Personalmente, mi sento di dire che prima di definire un gruppo terroristico o meno mi preoccuperei di analizzare le cause che portano ad atti violenti. Tuttavia, non è rientrato negli interessi internazionali e come spesso la storia ci ha insegnato, il mancato intervento in una questione politica regionale per guardare ad interessi più profittevoli ha ingigantito un problema che tuttora costituisce una minaccia per i civili kurdi e turchi. La non scelta della comunità internazionale ha portato al terrorismo. Il caso del PKK è emblematico.

 

 

 

 

 

Bibliografia

 

CIA. www.cia.gov. n.d. https://web.archive.org/web/20130510200259/https://www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook.

Gurses, Mehmet. Anatomy of a Civil War 2018. 2018.

Jongerden, Joost, e Ahmet Hamdi Akkaya. «The Kurdistan Workers Party and a New Left in Turkey: Analysis of the revolutionary movement in Turkey through the PKK’s memorial text on Haki Karer.» https://journals.openedition.org/ejts/4613, 2012.

Surme, Shorsh, intervista di Diego Fiorin. interview on the “Kurdish question” and the PKK (10 04 2022).