Il gioco pericoloso di Trump in Medio oriente

di Annalisa Perteghella – Per avere una cifra dei primi due anni di politica di Trump verso il Medio Oriente possiamo guardare il calendario: il 5 novembre, il giorno prima dell’appuntamento elettorale di midterm, rientrerà in vigore il secondo gruppo di sanzioni statunitensi verso l’Iran. L’evento, conseguenza della decisione di Trump di abbandonare l’accordo sul nucleare iraniano, è emblematico della direzione impressa da questa Amministrazione alla sua politica mediorientale.

Una politica che si è caratterizzata per un deciso riallineamento agli alleati tradizionali nella regione Israele e Arabia Saudita– dopo gli anni del raffreddamento delle relazioni causato in buona parte proprio dalla decisione di Obama di aprire all’Iran, ponendo le basi per l’uscita del paese dall’isolamento internazionale dovuto ai diversi round di sanzioni collegate principalmente al suo programma nucleare.

Non una resa, quella di Obama verso l’Iran, piuttosto il tentativo di ricostruire una sorta di ordine regionale in Medio Oriente equilibrando i poteri dei suoi principali protagonisti, e di rafforzare la fazione dei Conservatori pragmatici – i cosiddetti moderati – riconducibile al presidente Hassan Rouhani e al suo ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif. Una differenziazione degli interlocutori – e dei rischi – che con Trump è venuta totalmente a mancare. Spostando in toto la linea israeliana e saudita di opposizione netta a Teheran– e dunque anche all’attuale governo del paese –, sul piano domestico iraniano Trump rischia paradossalmente di fare il gioco proprio di quelle fazioni ultraradicali e legate alle Guardie della rivoluzione che sono le principali responsabili della politica iraniana di ingerenza e in taluni casi destabilizzazione dei paesi della regione. Sul piano regionale, la politica inclusiva di “equilibrio” tra le potenze mediorientali inaugurata da Obama – che comunque non aveva messo in discussione le alleanze tradizionali degli USA – cede oggi il passo a un appoggio incondizionato ed esclusivo da parte di Washington alle posizioni di Tel Aviv e Riyadh, anche quando queste rischiano di produrre effetti fortemente destabilizzanti per l’area.

Non era necessario l’estremo sacrificio del giornalista saudita Jamal Khashoggi per svelare le tante esternalità negative della politica di Trump verso la regione, non ultima quella di aver contribuito al senso di impunità che da oltre due anni libera Riyadh da qualsiasi riguardo nel prendere decisioni ardite, in sfregio delle regole di condotta civile e nocive per la stabilità regionale. Washington non ha mai sanzionato Riyadh né per il rapimento del premier libanese Saad Hariri, né per la rottura con il Qatar (sede della principale base militare statunitense nella regione). Ha appoggiato – e appoggia tuttora – il discusso intervento militare saudita-emiratino in Yemen, fornendo supporto logistico e di intelligence, oltre che le armi con le quali vengono condotti i bombardamenti che colpiscono anche la popolazione civile.

Soprattutto, Washington ha sottoscritto l’identificazione del nemico formulata dai propri alleati: l’Iran, su pressione saudita e israeliana, è tornato a essere la principale minaccia per gli interessi americani; la Fratellanza musulmana, la cui minaccia è stata esasperata tanto da Riyadh quanto dal Cairo, ha rischiato di finire nell’elenco delle organizzazioni terroristiche compilato dal dipartimento di Stato USA; i Palestinesi sono stati relegati a mera comparsa del difficile processo di pace arabo-israeliano.

Tutto questo, unito a un sottodimensionamento del dipartimento di Stato e alla predilezione dei legami personali (cruciale è stato il ruolo del genero di Trump, Jared Kushner, così come quello del potente finanziatore Sheldon Adelson), ha portato alla mancata formulazione di una vera e propria strategia olistica, in grado di contribuire alla stabilizzazione del Medio Oriente. L’Amministrazione Trump sembra considerare ogni dossier come a sé stante, ed è così che un giorno si annuncia l’imminente ritiro dalla Siria e il giorno dopo lo si smentisce, per la sopraggiunta presa di coscienza che così facendo si lascerebbe campo libero a Teheran.

In una replica in miniatura di quello che è stato finora l’effetto Trump sul palcoscenico internazionale, si può dire che il Medio Oriente sia oggi un’arena se possibile ancora più anarchica di quanto fosse due anni fa. In questo senso, Trump non ha fatto che scompigliare ulteriormente le carte e accelerare un processo già in corso: la lenta e inesorabile disgregazione dell’ordine regionale, cominciata con il disastroso intervento in Iraq del 2003 e proseguita con la riluttanza obamiana a dare un segnale risoluto di fronte alle restaurazioni post-primavere arabe, culminata nella reiterazione della tradizionale politica di sostegno agli autocrati, ergendoli a garanti dell’ordine regionale.

In questo senso, poco importa che lo Stato islamico sia stato (quasi) sconfitto: il caos in cui prolifera, le idee di cui si nutre, sono ancora tutti lì, e gli Stati Uniti – così come tutti noi – potrebbero trovarsi prima o poi a pagare nuovamente il conto.

Fonte: https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/il-gioco-pericoloso-di-trump-medio-oriente-21492

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