Kurdistan, dal fronte delle guerre Reportage. Un documentario sulle donne curde che combattono in armi l’Isis, ultimo di sei film su donne straordinarie in alcuni dei posti più pericolosi del mondo

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di Giancarlo Bocchi
Lungo i cinquecento chilometri della linea del fronte del Kurdistan iracheno è in corso una guerra fatta…….

di molte guerre. Nel conflitto con l’Isis si intrecciano affari inconfessabili, interessi segreti, regionali, internazionali, economici, etnici e religiosi, ma emerge anche uno scontro decisivo, epocale, quello tra un nuovo medioevo e un mondo libero con nuove forme sociali.
I giovani curdi, turchi, iraniani, siriani che combattono l’Isis si chiamano tra di loro «heval» (compagni). Sono male armati, ma animati da coraggio, ideali e principi morali e sorridono liberi anche se sanno che per vincere l’Isis devono combattere e distruggere anche le incurabili metastasi locali e internazionali.
Nel lembo più a sud del fronte, a Kirkuk, la base K1, che si estende per chilometri, fatta costruire da Saddam Hussein per proteggere il più grande bacino petrolifero del paese, è oggi una città di spettri, abbandonata e semidistrutta. Nel 2014 le migliaia di soldati, in gran parte sciiti iracheni, del nuovo esercito addestrato dagli americani, prima di scappare senza combattere davanti all’avanzata di poche centinaia di seguaci dell’Isis, rubarono tutto. Tra le centinaia di palazzine abbandonate, una è stata rioccupata dai giovani guerriglieri del PKK, Partito dei Lavoratori del Kurdistan di Apo Öcalan, che si oppone in Turchia al regime del satrapo Recep Erdoğan.
I guerriglieri mangiano un pasto frugale con insalata e formaggio fresco prima di partire per la prima linea. Le donne sono la maggioranza. Sono giovani e molto determinate.
La base K1 sorge a fianco di una strada statale dove si svolgono ogni genere di traffici legati al petrolio. Qualche giorno fa è stata «scoperta» una banda di pirati che faceva transitare clandestinamente, attraverso i numerosi posti di blocco iracheni cisterne e cisterne di petrolio acquistato dall’Isis.
Dopo aver percorso qualche chilometro, si incrocia un complesso petrolchimico presidiato dai peshmerga, i miliziani tribali dell’Unione Patriottica del Kurdistan di Jalal Talabani, ex presidente dell’Iraq, da sempre antagonista di Masoud Barzani, capo del PDK, Partito democratico del Kurdistan, l’attuale presidente della regione autonoma del Kurdistan.
Il mastodontico petrolchimico sorprendentemente non ha subito danni, anche se rientra nel raggio d’azione dei missili e dei katiuscia dell’Isis.
Dopo aver superato altri posti di blocco e un muro sterminato in blocchi di cemento armato prefabbricati, che costeggia a perdita d’occhio un affluente del fiume Zab, si arriva al «Vallo di Kirkuk», un bastione di terra, alto 4-5 metri, lungo chilometri, protetto ogni 500 metri da fortilizi eretti su rilievi di terreno di riporto e alti una trentina di metri. Sembra costruito per durare, per delimitare in modo definitivo la regione curdo-irachena dal resto del paese.
Uno dei fortilizi di terra e pietre è difeso dai giovani del PKK. Indossano la tradizionale divisa grigio-verde con i pantaloni a sbuffo. Non usano i gradi degli eserciti tradizionali, non si sentono militari. Voglio essere chiamati «guerrilla». Ma se fossimo nella Spagna del 1936, questi giovani turchi, iraniani, iracheni, che combattono contro il risorgere di un crudele e sanguinario totalitarismo sociale e religioso li chiameremmo «volontari delle brigate internazionali». La maggioranza è composta di donne. «L’Isis ha paura delle donne. Quanto sentono il trillo della nostra voce sono terrorizzati» dice Dicle, trent’anni, guerrigliera dal 2008. «Combattiamo anche contro la mentalità patriarcale. Come dice Apo (Öcalan), il PKK è partito delle donne» aggiunge convinta. Un chilometro più in là, ci sono le postazioni dell’Isis. Un «guerrilla» segnala alla radio il movimento di mezzi militari nemici. Newal, vigorosa curdo-iraniana di ventiquattro anni, corre all’osservatorio del fortino, scruta con il binocolo la pianura, poi dà a un compagno l’ordine di sparare con una mitragliatrice a canna lunga. Altri ordini concitati alla radio. Newal sale di corsa su un blindato grigio tutto sforacchiato e prova nuovamente a colpire i mezzi militari dei «neri» seguaci di Abu Bakr al-Baghdadi con la DShK, una vetusta mitraglia antiaerea di fabbricazione russa. Gli islamisti come fantasmi spariscono nel nulla. Chissà come fanno in trentamila, di cui solo la metà abile al combattimento, a controllare una linea del fronte lunga duemila chilometri di cui cinquecento nel solo Kurdistan iracheno? Questo è uno dei grandi misteri di una guerra avvolta nelle nebbie degli accordi inconfessabili.
A settanta chilometri dalla prima linea di Kirkuk, a Erbil, nella capitale della Regione autonoma curda, non si avverte il timore della guerra, anche se ci sono stati attentati con autobomba e il fronte verso ovest dista solo una quarantina di chilometri. Quella che ai tempi di Saddam era una modesta cittadina è diventata una città popolosa con alte torri di vetro-cemento in stile Dubai, hotel faraonici, strade a sei corsie intasate da auto di grossa cilindrata. In mezzo a scheletri di edifici abbandonati per la crisi economica c’è un quartiere residenziale, l’«Italian village»; un altro, appaltato dal ministero della Difesa Italiano all’impresa Chroo Group, sta sorgendo all’interno dell’aeroporto, per le necessità del contingente militare italiano, quasi che la missione contro l’Isis dovesse durare per sempre.
Negli enormi campi profughi ai margini di Erbil regna la pace tra sunniti arabi e curdi, assiri, caldei, cattolici cristiani e ortodossi, yazidi, shabak sciiti, turcomanni sciiti e sunniti, mandei cristiani, kakai, ebrei curdi, anche se a volte c’è difficoltà a capirsi. I curdi parlano sei dialetti diversi ma se ci si rivolge a loro con l’arabo si è guardati con sospetto. Nella regione autonoma, a scuola non si studia più l’arabo-iracheno, la principale lingua nazionale. Namrud, cinquantenne assiro-cristiano che parla arabo e aramaico, la lingua della Galilea all’epoca di Gesù, spiega contento: «Nelle scuole cristiane dopo duemila anni si studia di nuovo l’aramaico». Ha due due fratelli prigionieri dell’Isis a Quaraqosh, vicino a Mosul, e non si fida dell’asse sunnita. «I peshmerga di Barzani si sono ritirati da Qaraqosh senza combattere abbandonandoci nelle mani dell’Isis» E aggiunge con un sorrisetto: «Anche i curdi iracheni sono sunniti…» L’accusa ai curdi iracheni di aver abbandonato al loro destino le minoranze religiose viene ripetuta da più parti.
Nei pressi dell’antica cittadella, la luminosa libreria Al-Tafseen, la più grande dell’Iraq, è attorniata da miriadi di altre piccole librerie dove artisti, poeti, scrittori discutono e fanno sfoggio di una cultura internazionale d’anteguerra. Ramadan, scuscià di nove anni, guarda invece i libri dei suoi clienti con timore. «Non so né leggere né scrivere in arabo e nemmeno in curdo». Ha perso il padre e da qualche anno deve lavorare per mantenere la madre e i fratelli più piccoli.
A quaranta chilometri da Erbil, lungo una strada percorsa da taksi affollati di militari dell’esercito regolare che tornano al fronte dopo la licenza, c’è la prima linea di Makhmur, confinante con un altro campo petrolifero, il più grande del Kurdistan iracheno. A poca distanza vivono 12 mila curdi del PKK in una cittadina fortificata con bunker di cemento armato e torrette alte 4-5 metri, che delimitano tutto il perimetro. All’interno centinaia di casette di blocchetti in cemento, ordinate e dignitose, un grande anfiteatro, piccoli negozi, il bar pasticceria, il laboratorio del sarto che taglia e cuce divise, le scuole e «perfino una piccola università, ma per il solo biennio» dice Nyatt giovane maestro nelle scuole elementari e guerrigliero. Questa cittadina senza nome è la capitale «segreta» del PKK in Kurdistan dove vengono ospitati curdi iraniani, siriani e altri oppositori politici, anche non curdi, del regime di Ankara.
I controlli dei miliziani del PKK sono accurati e severi, a differenza della vicina Makhmur, dove qualche settimana fa è scoppiata un’autobomba dell’Isis, in concomitanza con una riunione di diplomatici occidentali presso la residenza del «generale» Masoud Barzani, convocata per illustrare l’imminente (e poi rimandata) offensiva su Mosul dei suoi peshmerga.
Nella cittadina del PKK stupisce il complesso sistema di fortificazioni, realizzato dopo l’avanzata dell’Isis nel 2014. Sull’alta montagna che sovrasta le case ai margini della pianura di Ninive, sono state edificate torri di pietra, collegate le une alle altre con trincee e camminamenti in un sistema di difesa poligonale, che dovrebbe proteggere l’altopiano, possibile rifugio qualora i peshmerga iracheni di Barzani cedano nuovamente di fronte all’Isis.
Un giovane «guerrilla» traccia su un foglio di carta la mappa delle sigle misteriose delle varie formazioni (maschili e femminili) che si oppongono all’Isis. «L’HPG “La forza di difesa del popolo”, composta in gran parte di uomini turchi è la formazione ufficiale militare del PKK. L’YJA Star è invece il braccio militare femminile ufficiale del PKK. I curdi siriani hanno due formazioni, l’YPG (uomini) e il YPJ (donne). Poi ci sono le formazioni dei curdi iracheni, YBS (uomini) e VJS (donne). Gli yazidi, i cristiani e altre minoranze non curde combattono sia all’interno di queste formazioni sia con gruppi militari alleati, come l’HPS, la forza di difesa del Sinjar, la città martire». In queste formazioni rigidamente divise per genere gli uomini non possono comandare i battaglioni femminili. Solo a livello di quartier generale c’è un comando misto.
A Makhmur si combatte soprattutto di notte. È un susseguirsi incessante di esplosioni e sparatorie. Alcuni giorni fa l’esercito iracheno ha interrotto l’ennesima offensiva con la scusa che l’Isis ha protetto le sue postazioni con campi minati. Anche se a qualche chilometro Fire Base Bell, una base di artiglieria dei marines americani, offre un ombrello di fuoco con vecchi obici Howitzer da 155 mm della guerra di Corea, né i peshmerga né l’esercito regolare iracheno, composto soprattutto di sciiti, sembrano ansiosi di liberare Mosul, la seconda città del paese, abitata soprattutto da arabi sunniti.
Sul percorso alternativo che da Erbil va a Dohuk, aggirando Mosul controllata dall’Isis, lunghe colonne di fumo nero si alzano all’orizzonte sui costoni rocciosi delle alte montagne che costeggiano la strada. Gli F16 turchi, oltre a bombardare le città curde nella Turchia, violando quotidianamente lo spazio aereo iracheno colpiscono le basi del PKK sulle montagne irachene.
Attraversata la moderna città di Dohuk, la strada si affolla di autocisterne, tutte con nomi di società turche, che corrono all’impazzata verso la satrapia di Erdogan, cariche di petrolio. Ma da quelle parti gli unici pozzi sono quelli oltre la prima linea, controllati dall’Isis.
Gli ultimi chilometri dei cinquecento di prima linea del Kurdistan si fermano al confine siriano. I peshmerga di Barzani hanno chiuso il posto di frontiera di Semelka perché non vogliono attriti con il miglior cliente del loro petrolio, la Turchia, il paese membro della Nato che manda armi ed aiuti all’Isis e combatte il PKK e i loro alleati curdo-siriani che invece si battono contro il califfato.
Superato il piccolo ponte sul fiume Tigri e attraversata una landa desolata costellata da case distrutte, si arriva alla montagna di Sinjar. Il grande altopiano è affollato dalle tende dei sopravvissuti all’Isis, alcune migliaia di yazidi, che parlano il curdo ma sono di etnia diversa e da 4000 anni praticano una religione monoteista e misterica. «L’Isis ha rapito duemila donne schiavizzandole e ha ammazzato 1.800 uomini. È stato un genocidio. Cosa intendete fare voi europei?» chiede con foga il preside della scuola yazida alloggiata sotto le tende.
Alle pendici della montagna, Sinjar, la città martire dell’Iraq è zona militare. Si entra solo con un permesso speciale.
Controllata dai guerriglieri yazidi con l’aiuto dei curdi siriani e dei curdi turchi del PKK, la città è completamente distrutta. L’esercito iracheno e i peshmerga di Barzani in città hanno solo contingenti simbolici, guardati con molta diffidenza dagli yazidi. «Nel 2014 c’erano ottomila peshmerga a difendere Sinjar, ma dopo aver fatto traffici con l’Isis scapparono, lasciando gli abitanti inermi nelle mani degli uomini neri. E fu un massacro» racconta Kawa, un giovane comandante yazida che ha perso il fratello nei primi combattimenti. Sinjar ha avuto la stessa sorte di Qaraqosh e di altri sei o sette villaggi cristiani intorno a Mosul. Abbandonata da chi doveva difenderla. Sono state le formazioni dei curdi siriani e dei curdi turchi del PKK, arrivati subito dopo la fuga dei peshmerga, a salvare 120 mila yazidi da morte certa. Nella città completamente distrutta dai bombardamenti americani e alleati un gruppo di guerriglieri yazidi sta pranzando con tonno in scatola e pere spiccate da un albero. Dietro al muro al quale sono appoggiati c’è l’Isis.
Un comandante yazida si guarda intorno sconsolato. «Segnalavamo via radio gli obiettivi agli americani, ma i cacciabombardieri arrivavano dopo un’ora. Così quelli dell’Isis, che intercettavano le comunicazioni, avevano tutto il tempo di scappare. E poi, finito il bombardamento, rioccupavano le posizioni». La sua città ora è un cumulo di macerie.
Anche se giorno dopo giorno stanno cadendo le maschere dei tanti burattinai dell’Isis – le ultime quelle cadute di questi giorni del siriano Assad e del turco Erdogan, con la scoperta degli accordi sottobanco con Isis per armi e petrolio – nelle tante guerre di questa guerra multiforme, gli approfittatori e i trafficanti di guerra sono sempre al lavoro lungo le centinaia di chilometri di una prima linea dei misteri. I giovani guerriglieri curdi che combattono l’Isis sono consapevoli di questo, ma hanno anche una speranza. Dall’altra parte del confine i loro compagni curdi siriani in poco tempo e con pochi mezzi hanno travolto l’Isis, liberando il loro territorio e creando un stato libero dove vivono in pace curdi, arabi, assiri, caldei, aramaici, turcomanni e ceceni di Siria e dove si sperimentano nuove forme di organizzazione sociale, della sanità, della giustizia e della partecipazione dei cittadini al governo delle comunità. È lì dove si sta costruendo il mondo nuovo.
Soldati o contractor?
Qualche giorno fa è rimasto ucciso un soldato americano durante un attacco dell’Isis con veicoli imbottiti di esplosivo nei pressi di Tel Asqof, a pochi chilometri dalla grande diga di Mosul. Di solito questi mezzi imbottiti di esplosivo vengono guidati sul bersaglio da conducenti kamikaze. In questo caso, e per la prima volta in questa guerra, i mezzi bomba pare fossero teleguidati a distanza.
Con questo attacco a sorpresa, gli islamisti hanno voluto dare un preciso segnale alle prime avanguardie del contingente militare italiano che nei prossimi giorni dovrà difendere i sessanta tecnici della società italiana Trevi, che insieme ad alcune centinaia di lavoratori locali dovranno consolidare la grande diga sul fiume Tigri.
Prima ancora della posa della prima pietra, questi lavori, voluti dal genio militare statunitense e avversati perché ritenuti inutili dai tecnici curdi che presidiano da anni la diga, hanno provocato polemiche e perplessità. L’appalto da duecentosettanta milioni di dollari è stato vinto, in una gara andata deserta, dall’italiana Trevi, una ditta esperta in perforazioni ma non floridissima, che è partecipata dal Fondo Strategico Italiano S.p.A. della Cassa depositi e prestiti dello Stato Italiano. L’importo dei lavori è inferiore di un decimo alle somme che aveva immaginato Matteo Renzi e non sembra, vista la situazione economica degli iracheni, che saranno possibili revisioni prezzi del tipo della Metro C di Roma. I costi previsti nella gara vinta in solitudine dalla Trevi verranno pagati dal governo iracheno contraendo nuovi debiti con le banche internazionali. Il calo del prezzo del petrolio ha messo in crisi il governo centrale ma soprattutto quello regionale del Kurdistan, che indebitato con banche, per lo più americane, per 25 miliardi di dollari, da cinque mesi non paga lo stipendio ai peshmerga dell’esercito regionale né ai dipendenti, il 30 per cento di tutta la forza lavoro regionale.
Il costo invece del contingente dei cinquecento militari italiani, degli elicotteri da trasporto e di ben quattro elicotteri d’attacco Mangusta, sarà sostenuto interamente dallo Stato italiano. Ma se il genio militare statunitense (e non qualche luminare internazionale dell’ingegneria idraulica) ha giudicato improrogabili i lavori di consolidamento perché il governo americano non ha mandato suoi ingegneri, i suoi tecnici e i suoi soldati a riparare la diga?
I nostri “boots on the ground” italiani costerano allo Stato almeno cinquanta milioni di euro all’anno, sempre che non vengano coinvolti in azioni di guerra nella vicina prima linea dell’Isis a Mosul. (gcb)
Fonte:il manifesto

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